Cocleorama è la rubrica mensile in cui vi raccontiamo dei nostri ascolti preferiti. Una rassegna rapsodica di dischi che potete leggere, ascoltare ed eventualmente amare.

Håvard Skaset/Ståle Liavik Solberg – Truck Rurâl

Difficile distinguere il suono di questo disco da quello di un frontale con una dispensa. Un trasloco finito malissimo. Uno sferragliante intervento idraulico coatto. Perché quando Håvard Skaset (chitarra acustica) e Ståle Liavik Solberg (batteria e percussioni) si sono incontrati in un fienile norvegese per una festa e si sono messi a suonare il blues, quello che è venuto fuori è quanto di più imprevisto si possa immaginare. Ne è venuto fuori Truck Rurâl, un album registrato in quello stesso fienile con il proprietario a fare da fonico e pubblicato da Conradsound. Il loro è un blues decostruito e cubista; un blues esploso, nel senso che quelli che ascoltiamo sono frammenti di idee melodiche sopravvissute a un disastro naturale. Come nel venerato archetipo di Folk Singer di Muddy Waters, in cui le radici rurali ormai sbarcate a Chicago si consumano nell’autoconsapevolezza, travalicando nel post; anche qui, più che il suono degli strumenti, l’attenzione sembra voler essere posta sulle loro risonanze accessorie, sull’aspettativa di una silenzio sempre sul punto di invadere la scena e invece frustrato da quella corda che vibra su una nota inattesa. Un dialogo ubriaco e balbettante tra chitarra e percussioni che mette insieme lo Skip James più stralunato con il John Fahey profanatore di classici immortali. Un dialogo privato e sensuale, che più che ascoltare si origlia, meravigliati e un po’ perversi.

Gorillaz – The Mountain

È tutto un casino. Soprattutto quando qualcuno muore. Tanta gente, qualcuno c’entra, qualcuno no. Ma si sta tutti insieme – chi rimane – in stanze affollate, a fare discorsi stupidi e bere vino scadente. Qualcuno alla fine scoppia a piangere, c’è un silenzio da riempire, poi si ride e non si capisce bene se per disperazione soltanto o per quell’altra disperazione che riempie di senso tutto, che trasfigura alchemicamente la merda in vita. Poi tutto continua. Nessuno sa perché. Un funerale è qualcosa che passa per essere dimenticato. E io e te ci siamo fumati una sigaretta su una tomba, nascosti, perché né i miei né i tuoi sapevano che fumavamo. Ora ci sentiamo meno, ci sentiamo quasi niente, ma io non lo dimentico. E quando penso a quei tiri, penso alla fregatura di vivere e penso a te. Vicino oltre lo spazio e il tempo. La nostra promessa infrangibile. Due cuori che fin che battono sembrano uno.

PRAED – Al Wahem

Registrato tra Beirut e Berlino, Al Wahem, il nuovo lavoro dei PRAED uscito per l’etichetta libanese Annihaya Records, è un vortice inestricabile di ghirigori melodici ossessivi. Minimalismo trascendentale e baccanale sintetico si fondono guardando alla tradizione musicale del medioriente. Sembra di ascoltare una stralunata versione sufi di un lavoro di Terry Railey. Bisogna aggrapparsi bene alle cuffie perché è impossibile non venire assorbiti e perdersi in questo incessante vortice sonoro. Che sia elevazione spirituale, militanza politica, musica per drogarsi, testamento psicogeografico, questo album traccia una linea profonda nella psichedelia contemporanea.

Joni Void – BLAZ

Nel meraviglioso mondo sonoro di Joni Void sembra che gli oggetti abbiano preso delle strane sostanze psicoattive, tanto sono sospesi e stonati quando vengono percossi da altri oggetti. Il suo nuovo album BLAZ si distende tra una ritmica ottundente e soporifera e l’altra. Ogni tanto si manifestano voci fantasmatiche che sussurrano qualche parola stentata e poi riaffondano in un vuoto insondabile, lasciandosi dietro il riverbero pulsante di un’allucinazione. Un panorama sonoro oltremondano da cui si riemerge trasformati e confusi, che rimanda tanto al misticismo freak dei Cloudead quanto ai sogni ketaminici di Homeshake.

I fantasmi sussurrano
È questo quello che fanno

Ci sono allucinazioni appostate nel vuoto
Tra il coma e il sogno, giù nel Bardo
Poi subito dopo c’è il mostro
Ti appunti: (faresti meglio a non svegliarlo)

Vale la pena scomporti
Grattare bene il fondo
Vale sempre la pena scopare
Soprattutto con gli alieni
Nei ritagli di tempo
Meglio: nei frammenti del sogno al mattino
Ti appunti: (da dimenticare al più presto)

I campanellini comunque trillano
È questo quello che fanno

Se la nostalgia schiuma
La lecca il vento
Indefinito siderale aspro

Hugo Blouin – Le Buffet

Se c’è un posto al mondo dove gioverebbe un po’ di ironia, quello è il freddo cuore modale dei jazzisti. In Le Buffet (Ambiances Magnétiques) Hugo Blouin, contrabbassista canadese, con piglio post-moderno e iconoclasta smonta un meccanismo musicale che troppo spesso sembra incastrarsi sui propri stereotipi o fare finta di ignorarli in modo ancora più maldestro. Tra la glacialità zen di un Lennie Tristano sotto acidi e le aperture orecchiabili di Micheal Petrucciani, che per senso di colpa sprofondano subito nel virtuosismo masochistico. L’album è una rincorsa vorticosa tra le pietanze di una cena di Trimalcione, smaterializzate in approcci strumentali alla materia sonora, contrappunti, cadenze oblique, scoppi d’improvvisazione dissonante. La festa della civiltà occidentale ha assunto da un bel po’ connotati grotteschi, ma questo pranzo di gala necessitava di una musica di accompagnamento. Così Blouin e compagni si vestono in doppiopetto, imbracciano gli strumenti e danno vita all’orchestrina distopica che ci meritiamo.

Bill Callahan – My days of ‘58

“It’s important to not treat your lifeboat like a yacht”

Con My days of ‘58, uscito per Drag City Records, Bill Callahan porta avanti il suo percorso di analisi molecolare del songwriter. L’attacco è esplicito: Why Do Men Sing. La risposta è nascosta tra le pieghe di un’esistenza che si fa codice, da sviscerare nella sua semplicità, che apre squarci improvvisi di voragini insondabili. Il rapporto tra la sua voce e la chitarra acustica è sempre più una questione puramente privata, che si realizza in registrazioni pubbliche solo per portare a compimento un rituale che trova nell’evaporazione dell’intuizione poetica il suo fine ultimo. La scrittura, sfibrata e inquieta, di Callahan ormai coincide puramente con una profonda meditazione: interrogare il vuoto per far manifestare i mostri o i tesori che nasconde. Mentre il pubblico viene invitato ad assistere all’esistenza di un uomo che usa la composizione musicale per porre domande sempre più semplici alla realtà, trovando risposte sempre più complesse.

BONUS TRACK (musica per scopare)

Muriki – Hope

Funky e afrobeat dall’Italia. Uscito per Funkeria, Hope è un disco suonato col cuore che sta per esplodere. Aspettare il sole e il cambio dell’ora per aprire finalmente tutte le finestre della casa, della testa e far entrare tutto. Che meraviglia.

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