Radura è quella “zona dove gli elementi che formano un insieme compatto si fanno radi o più radi”. Si dice che una radura può trovarsi in un tessuto, un panno, nei capelli, nella barba o nel pelo. In un certo senso potremmo dire che, rispetto a uno scenario omogeneo in cui non si distinguono le singole parti del tutto, quando la compattezza si dirada si riconoscono gli elementi che la compongono. La radura, quindi, è una tipologia di spazio che mostra senza mistificare, che rende palese e non uniforma. Quando la trama di un tessuto si dirada restituisce la sua verità, sottraendo al gesto di amalgamare – che riconduce all’uno – la possibilità di confondere e manipolare. La radura, romanzo di esordio di Alessandra Castellazzi pubblicato da e/o, è esattamente questo: un dispositivo con cui distinguere e da cui emergono le parti che compongono i desideri, la crescita e le inquietudini di tutti gli esseri umani.

Il libro racconta la storia di Viola che all’ingresso dell’adolescenza assiste, dal suo paese di provincia attraversato dall’Adda, prima a un’alluvione che porta via la sorella maggiore Greta, poi a una siccità che causa deliri collettivi e interpretazioni trascendentali. Insieme a lei c’è Anna, coetanea di Viola e contraltare realistico al dominio simbolico in cui, invece, si muove  la protagonista. Le diverse dimensioni cui appartengono le ragazze attraversano tutto il libro: da una parte il contesto verosimile del paese, della siccità, delle relazioni; dall’altra lo slancio fantastico della visione di Viola. Il suo modo di vivere il passaggio dall’infanzia all’adolescenza, il dolore per la perdita di Greta e l’innato desiderio di libertà e completezza, trasformano la più realistica delle storie in una favola onirica e vaporosa in cui ogni cosa è lì per significare qualcos’altro. Ad agganciare i due mondi c’è un dato di fatto che facilmente assume i tratti del mistero: quello di Viola viene ricordato come “il paese delle scomparse”. Più di una volta qualcuno, di solito giovani ragazze, è scomparso inavvertitamente dal paese senza lasciare traccia. Questo gancio narrativo, anziché spalancare la storia di Castellazzi all’investigazione di un giallo o al thriller incalzante, conduce il lettore verso una dimensione fantasmatica di cui il mistero e la natura sono protagonisti. 

La conseguenza della struttura narrativa a doppio binario è che La radura assomiglia moltissimo a un film d’animazione, di Miyazaki ad essere precisi, forse per l’elemento comune dell’acqua. Un’immagine subito vivida già dopo la lettura delle prime trenta pagine di Castellazzi è quella di Ponyo sulla scogliera

“Ha appena imboccato la strada di casa, il portone già in vista, quando avverte una presenza sulla pelle. Qualcosa di viscido. Si gira e non trova niente. Uno spirito? La scia di un pesce che, abbandonando il fiume, sguazza nell’aria? Il brivido che le corre lungo la schiena dura a lungo, come il passaggio di un tentacolo”.

Viola assomiglia al bambino protagonista del film dello Studio Ghibli, Sōsuke, che dalla sua casa isolata sulla scogliera scopre un pesce dalle sembianze umane – che sembra avere poteri soprannaturali – per poi perderlo di vista ma continuare ad aspettare, ogni giorno da quel momento, di rivederlo ancora. Allo stesso modo Viola non vuole assecondare la scelta dei suoi genitori di lasciare il paese e trasferirsi altrove perché lì deve aspettare Greta. In quel posto, nella siccità della radura, Viola si convince che la pioggia riporterà non soltanto nutrimento per le terre e serenità tra la gente – ma anche sua sorella. Deve restare lì, allora, almeno fino alla prossima pioggia. 

Quello che dei film di animazione dello Studio Ghibli più appartiene a La radura è l’illusione, almeno iniziale, che non ci sia nulla di soprannaturale nel mondo in cui è ambientata la storia. Ma grazie allo sguardo incantato dei protagonisti, questa consapevolezza lascia progressivamente spazio a un mondo ulteriore, alternativo e tridimensionale – che è quello simbolico dell’immaginazione. Il passaggio da due a tre dimensioni avviene attraverso una pianta di gelso avvolta da una specie di ragnatela, che crea in Viola un senso di mistero e inspiegata inquietudine tali da attivare il dispositivo dell’incanto su tutti i restanti elementi del racconto.

Dal momento in cui la protagonista tocca quella pianta, retroattivamente la faccenda delle scomparse in paese, di Greta, delle presenze fantasmatiche e della siccità, diventano un segno di qualcosa di ulteriore. Guardando nel futuro, per ogni accadimento va trovata una corrispondenza simbolica con quel mistero che ha riconfigurato il mondo e la storia.

“Quando raggiunge l’albero malato, Viola spera che gli orrendi bozzoli siano scomparsi durante la notte, esorcizzati dal sogno. Teme di essere troppo tentata dalla seta, dalla sua sensazione invitante, per trattenersi dal toccarli. Invece i fili sono ancora lì. Asfissianti, biancastri, all’apparenza soffici. Che cosa succederebbe, pensa Viola, se ci infilasse un dito e con un solo grande movimento squarciasse le ragnatele? Le sembra un gesto profano, come strappare le tende impolverate di una sacrestia.” 

L’incanto narrativo, che percepiamo attraverso gli occhi di Viola, trasforma una manifestazione della natura in un messaggio talmente simbolico da essere quasi sacro e induce la protagonista a resettare tutta la sua esistenza sulla base di quella rivelazione da interpretare. In questo senso La radura mostra a chi legge di cosa è fatto ciò in cui crediamo: come fosse un tappeto omogeneo di cui vediamo solo l’effetto complessivo, compatto e coeso, lo spazio di questa storia mostra – nel loro diradarsi – le singole fibre di cui quel tappeto, in realtà, è composto. Non una cosa unica e granitica, ma un tutto creato con la somma di tanti piccoli elementi giustapposti. Non una realtà – quella degli uomini – ma qualcosa che come tale ci viene fatta intendere da un effetto ottico, che è soltanto la giustapposizione di una serie di verità fantastiche, immaginate, riconfigurate volta per volta dalla percezione dei fenomeni e dalla loro reinterpretazione come simboli. Viola vive dentro la sua radura, e quella natura animata, quasi parlante, viva e significativa è estremamente vera nella misura in cui la protagonista, dentro di sé, se la racconta come tale – attraverso la reinterpretazione dei fatti del mondo che prende per simboli della sua realtà.

La natura come luogo della fantasia e lo stile fantasmatico e criptato che ricorda Miyazaki conducono subito, in letteratura, a una corrente asiatica di cui la scrittrice sudcoreana Han Kang – premio Nobel per la letteratura nel 2024 – è sicuramente maestra. La strada di fango giallo della scrittrice cinese Can Xue, Una storia vecchia come la pioggia dello scrittore tailandese Saneh Sangsuk sono solo due esempi (nel catalogo Utopia) della natura animata quasi grottesca (Can Xue) e dello spiritualismo dei fenomeni naturali intesi come simboli (Saneh Sangsuk) al cui incrocio si pone Alessandra Castellazzi con La radura. Allo stesso modo Convalescenza di Han Kang (Adelphi, 2019) tiene insieme queste due tensioni stilistiche: il weird e il realismo magico.

“Sento spuntare boccioli e schiudersi petali in luoghi vicini e lontani, le larve uscire dal bozzolo, cani e gatti partorire i loro cuccioli, il tremulo altalenare del battito cardiaco del vecchio nel palazzo accanto […]. E ogni volta che sorge il sole i sicomori lungo la strada curvano i loro corpi bramosi verso oriente. Anche il mio corpo risponde allo stesso modo. Riesci a capire? Presto, lo so, perderò anche la capacità di pensare, ma sto bene. È da tanto tempo ormai che sognavo questo, poter vivere solo di vento, sole e acqua”.

Nel secondo racconto di Convalescenza, la donna protagonista trova il rimedio alle sue inquietudini esistenziali soltanto trasformandosi progressivamente in una pianta. E la mutazione, raccontata nei minimi dettagli, delle sue caratteristiche umane in vegetali, è una fioritura e un appassimento allo stesso tempo. Con l’utilizzo fantastico – e assurdo – della natura, Han Kang rende plastica e animata un’immagine esistenziale, altrimenti difficile da descrivere a parole. Allo stesso tempo la radura di Castellazzi è uno spaccato di piante, vegetazione, profumi, suoni e odori che – lo dice la stessa autrice nel podcast Voce ai libri – per ognuno dei lettori può stare a significare una cosa diversa. La vivida raffigurazione di una sensazione – il disagio esistenziale per Han Kang, le fasi di passaggio per Castellazzi – ma libera di un univoco corrispettivo fattuale. Qualsiasi evento personale del lettore che provochi quella sensazione, assumerà la forma di una pianta o di una radura. 

Un ultimo elemento ancora, per parlare di tutto quanto è La radura, riguarda la componente di romanzo di formazione che pure appartiene all’esordio di Castellazzi, evidenziata soprattutto dalla scelta di rendere le figure adulte – ad eccezione di Rachele che non è mai diventata adulta davvero – soltanto sagome di circostanza. I personaggi reali sono giovani, preadolescenti e nel mezzo di quella fase della crescita che le porta a riconfigurare il mondo e a dare un senso loro – non più di chi fino a quel momento le ha accudite – a tutti i suoi fenomeni. “Non me lo sto inventando, papà”, dice a un certo punto Viola, confermando un topos ricorrente per cui l’infanzia e l’adolescenza sono filtri capaci di mostrare prodigi che, rotto l’incanto con l’età adulta, non si è più in grado di percepire.

La crescita e la scoperta del mondo che vanno di pari passo con l’inquietudine e il mistero, richiamano un’altra recente uscita – Il custode di Niccolò Ammaniti (Einaudi, 2026). Se Viola vive, subisce, teme e desidera la radura vedendola, tra le altre cose, come un fenomeno con cui continuare a far esistere sua sorella Greta; il tredicenne Nilo di Ammaniti ha il dovere genealogico di sopportare il mistero e averci un rapporto ravvicinato per assolvere al dovere della sua famiglia di essere custodi della mitologica Medusa. 

“Si aspettava che i rovi la accogliessero a braccia aperte, accompagnandola alla radura: l’ha pensata con intensità febbrile nei giorni chiusa in casa, l’ha evocata come un incantesimo”. 

Se La radura è anche un romanzo di formazione, lo è nel modo in cui, nella letteratura italiana, lo ha interpretato Ammaniti negli ultimi decenni: nella capacità di chi sta crescendo di cogliere il mostruoso nel mondo circostante, di rendere plausibile l’assurdo e vero il fantastico. Ma anche nella dimostrazione che l’assurdo tira fuori da noi i desideri e gli istinti che, per quanto irreali possano sembrare, sono chiamate da cui non ci si può sottrarre. Come Viola dalla radura. 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *