Se in tempi passati o luoghi lontani il dolore ha avuto una sua grammatica – per esempio come rito di purificazione nella cultura tibetana o nel Romanticismo come una conoscenza spirituale necessaria all’elevazione artistica – oggi ci ritroviamo catapultati in un mondo Occidentale algofobico: la paura del dolore è generalizzata e non ammette eccezioni. La dimensione simbolica del dolore, che ne accompagnava massicciamente l’esperienza nel passato, è crollata e il soggetto sofferente si è trasformato in un oggetto da trattare. In questa visione profondamente edonista, anche un morto può arrivare a esprimere un senso di benessere simulato. Questo succede, per esempio, attraverso la pratica della tanatoestetica, cioè una serie di procedure e tecniche  per le quali il corpo svuotato di anima diventa trattabile esteticamente. Una disciplina che si pone come obiettivo quello di far sembrare il corpo senza dolore simile a uno vivo, capovolge completamente il senso stesso del concetto di vita senziente le cui basi si trovano proprio nella possibilità di provare sensazioni, compresa quella del dolore. È come se l’antropologia capovolta di Marx, basata sulla sostituzione dello Spirito con la materia, in un certo qual modo si rispecchiasse nella tanatoestetica: se con il materialismo l’obiettivo diventa quello di ritrovare l’uomo nel senso, e non più il senso dell’uomo; la tanatoestetica ritrova l’estetica della vita negandone il dolore. In entrambi i casi, quello che negano non scompare: e se il senso fosse il dolore?

Il filosofo Byung-Chul Han, nel suo saggio La società senza dolore, in cui descrive la società come palliativa, definisce la sofferenza come qualcosa da correggere celermente. Da condizione esistenziale, diventa un ostacolo alla performance. L’imperativo diventa categoricamente l’essere felici o, perlomeno, funzionali e, nella toxic positivity dilagante, non c’è spazio per le sensazioni negative. In questo scenario, il dolore passa facilmente da condizione esistenziale a patologia da categorizzare.

Applicare il modello medico, oggettivo, al dolore attraverso la triade procedurale diagnosi-farmaco-cura stride, però, con la soggettività della sofferenza. Quest’ultima è, secondo la psichiatria fenomenologica, un’eco di scenari passati e presagi di futuri incombenti. Lo psichiatra Eugenio Borgna, uno dei principali esponenti di questo approccio clinico, in L’attesa e la speranza, poneva l’esperienza del dolore del soggetto al centro. In questa visione il sintomo depressivo diventa l’esperienza di sentirsi bloccati nel passato, mentre quello ansioso quella di sentirsi proiettati nel futuro.
Nelle metodologie di cura e negli approcci più adottati oggi, al contrario, si fa ricorso a terapie di brevissima durata d’azione, che tentano l’allontanamento del dolore a tutti i costi. Mentre questa autenticità viene sfocata sullo sfondo, è come se si creasse una nuova religione della sofferenza, parallelamente a un fiorente mercato della cura, capace di trasformare il dolore nell’oggetto di consumo per eccellenza. È un po’ come se l’essere umano fosse vittima di un’obsolescenza programmata, una macchina posta sul ponte levatore pronta a perire per predisposizione: qualsiasi riparazione non sarà mai definitiva, non è possibile guarire. Categorizzata, incasellata, vivisezionata, senza possibilità di reale redenzione dalla sofferenza.

Se dal punto di vista cristiano il dolore psicologico estremo che arriva al suo apice con l’atto del suicidio, rappresenta un segno di ingratitudine verso Dio: un peccato;  questo è altresì un’eresia per l’ideologia neocapitalista, proprio perché è il gesto controproduttivo per eccellenza, mirando all’annientamento dello stesso soggetto. Chi si toglie la vita non solo smette di produrre, ma al tempo stesso smette di curarsi, quindi di consumare.  Infatti, in uno dei paesi con più alto tasso di suicidi nel mondo, la Corea del Nord, dal 2023 giravano in rete notizie che annunciavano come fosse considerato un “ tradimento contro la patria”, per provare ad arginare un fenomeno sfuggito dal controllo del potere. Il suicidio rappresenta il fallimento della società della prestazione.

Mio Dio, mi pento e mi dolgo, […]”

Non è tanto il credere oggi, quanto lo è il soffrire il reale oppio dei popoli. Se in un tempo non troppo lontano la religione si poneva come anestetico che prometteva la salvezza nell’aldilà attraverso la devozione, per sopportare le sventure dell’aldiquà, oggi è sul terreno della cura del dolore mentale il nuovo, fiorente e inesauribile mercato della dipendenza. Sembra che il dolore prenda delle forme distinte, in cui poco si può intravedere di ciò che è considerato autentico.

Questa considerazione apre a un interrogativo: perché accettiamo forme di cura capitalizzate e superficiali che non lasciano spazio a una profonda riflessione sulle cause del dolore? Di cosa abbiamo veramente paura? L’angoscia che deriva dalla paura di morire – e le sue varie dimensioni di intensità – non è tanto legata alla fine biologica, quanto al fatto che questa interrompa un filo intergenerazionale di valore, una catena economica, “Cosa resterà di me?”. Immersi nel vuoto di senso, il senso della comunità ci aiuta solo a sentirci parte di una collettività sofferente, come nelle preghiere che risuonano nelle chiese, come in un coro del dolore. Il senso di appartenenza aiuta a non sentirsi soli, ma è qui che si instaura una dinamica di dipendenza: l’individuo che ha bisogno di un altro per prendere decisioni, agire, chiedere salvezza, si affiderà a qualcuno di cui riconosce l’autorità – per esempio a un Dio. Come direbbe Feuerbach, Dio è solo la proiezione di quelle qualità che l’uomo stesso non riconosce di sé. Lacan e Freud, attraverso il principio dei vasi comunicanti, spiegavano che l’uomo percepiva Dio tanto più grande, quanto più  piccolo si sentiva egli stesso. 

Un parallelismo simile si incontra nella terapia psicoanalitica, ma in questo caso viene presentata come una dinamica necessaria affinché avvenga la cura: la posizione di asimmetria tra paziente e psicoterapeuta permette alla persona di vedere il terapeuta come detentore del sapere. In altre parole, il paziente dice implicitamente: “mi fido di te e per questo io scelgo di affidare a te, e scelgo di curare insieme a te, il mio dolore”; il fedele direbbe: “merito il dolore perché son peccatore, ma lo espierò nella vita eterna”. Il dolore, però, è oggi. È come se la religione si professasse terapia palliativa, perdendo il suo carattere spirituale: d’altro canto, il verbo latino patior significa sia “soffrire” che “paziente”. La spiritualità germoglia sulla pazienza. Infatti, al contrario, il percorso di analisi è il rito attraverso cui si può comprendere cosa farsene di questo dolore, mediante il suo attraversamento e per ricongiungersi alla propria spiritualità. 

È proprio nella relazionalità che, secondo lo psicoanalista italiano Vittorio Lingiardi, inizierebbe la vera cura. Nella relazione terapeutica del metodo psicodinamico relazionale si fonde un principio di cura e di rispecchiamento, quindi questo approccio si propone, attraverso un’esperienza relazionale correttiva, di ristabilire un miglior orizzonte di senso con gli altri. Come visto prima, anche in questo caso il terapeuta deterrebbe una verità clinica e l’assoluzione avverrebbe attraverso la validazione professionale. Ma non basta. La psicoterapia si eleva nella relazione intima, nella vicinanza relazionale e psicologica autentica, ma in tutti i casi citati sembra quasi che miri a essere una nuova dottrina con i suoi santi e i suoi dogmi: la diagnosi – a seconda dei vari orientamenti, in un mondo vuoto di senso e, come riflesso, vuoto di identità – diviene un sacramento, offrendoci un appiglio solido e riconsegnando la domanda del “Chi sono?” all’individuo. Questo è importante in un’epoca di disorientamento identitario, tra confini geopoliticamente non rispettati, confini familiari che vengono invasi, interferenze sul senso di identità giovanile. La domanda del “Chi sono?” viene posta prima a Dio, e dopo all’analista, con un’incosciente frettolosità. È qui che si perde la reale concezione di dolore esistenziale che caratterizzava l’umanità novecentesca, nella fretta a discapito di un elogio della lentezza del percorso psicoanalitico. Solo attraverso il dolore e al suo attraversamento, si arriverebbe a capire cosa farsene. Soffro, dunque sono. La diagnosi sembra battezzarci da grandi. Ma il postulato dovrebbe passare, capovolgendosi, a “Sono, dunque ho sofferto’.

“[…]con tutto il cuore dei miei peccati […]”

La malattia è divenuta il biglietto di ritorno, l’unico rimasto, al senso di comunità. Sembra essere diventata, nella sua accezione di patologia, il collante sociale per eccellenza, come se il grido dei propri dolori sia un richiamo al “noi”. Potrebbe esservi capitato, scrollando sui social media, di guardare il video o le storie di influencer che decidono di confessare pubblicamente le loro fragilità. Online questi vengono canonizzati per il loro coraggio, per quello stesso elemento che tutti vorremmo avere. Abbiamo tutti i nostri dogmi culturali: lavorare su noi stessi come imperativo della positività. Una trinità, simile a quella religiosa è quindi composta da Terapeuti, Credenze e Dolore, con un Fedele devoto che è il paziente, che si sottopone in maniera docile al rito della guarigione. E in mezzo a questa ricetta c’è anche il sacrificio. Sull’altare della terapia di massa si sacrifica la complessità dell’individuo, l’inesauribilitá della persona, in favore dell’etichetta. Il suicidio, in quest’ottica, può essere letto come la forma più violenta ed estrema di reazione a questo sistema. 

Sembra quasi che ci sia bisogno di un “consumatore cronico”, di qualcuno che stia male a mezz’aria ma che sia produttivo: il mito di Icaro che non dovrebbe cadere mai. Drammaticamente, il suicida si sottrae a questa logica: è il tentativo disperato di riprendersi l’autonomia, manifestando la proprietà della propria fine, sottraendosi all’industria che tristemente vorrebbe gestire la nostra agonia.

“[…] perché peccando ho meritato i tuoi castighi, e molto più perché ho offeso te […]”

In questo scenario, vi è una frattura pressoché insanabile: la religione storicamente esclude dalla possibilità della vita eterna chi sceglie di farla finita, categorizzandolo come anatema definitivo, ma include chi sceglie di soffrire, a patto che lo faccia produttivamente. La religione rende da sempre serva la sofferenza. Durante il periodo dei grandi tribunali dell’Inquisizione, si concepiva il dolore fisico come unico metodo per costringere l’anima a professare la verità, per liberarsi dal legame con il demonio. Oggi, dal dolore fisico si passa a quello psicologico: questo viene elevato, e, mediante il senso di colpa, si ritualizza. Diviene una moneta di scambio per il paradiso che è diventata la felicità in vita e la gloria postuma. Ancora, il martire vien da sempre reso santo e il dannato è colui che si suicida. Entrambi, comunque, muoiono per un ideale, ma la differenza sta nell’obbedienza, a un Dio, o alla propria pace. Il capitalismo replica questa dinamica, perché religione e mercato sono impegnati nella gestione della vita di credenti e consumatori. Entrambi non posso riconoscere il suicidio, lo circumnavigano senza approdare autenticamente nella terra del dolore dell’essere umano. Il sistema accetta il dolore solo se etichettato, con una diagnosi, e se genera un indotto, con la cura. Il soggetto contemporaneo deve essere abbastanza vuoto da poter esser riempito con edonismo. 

A partire dalla concezione del desiderio e di bisogno, che hanno sostanziali differenze, possiamo tracciare una netta separazione tra il primo, inteso nel senso platonico del termine, che risorge dalla mancanza e nell’insoddisfazione intrinseca, e il bisogno, che si radica nelle necessità capitalistiche. Se il bisogno viene scambiato per desiderio – insoddisfacibile per natura, allora ogni tentativo di cura diventa palliativo. 

Lo psicoanalista Massimo Recalcati pone al centro la mancanza, quel vuoto identitario, esistenziale del soggetto che lo rende desiderante. Se alla base della nostra condizione umana troviamo una mancanza – intrinseca o indotta che sia, il materialismo si pone come rimedio a questo vuoto, di mancanza d’essere – come direbbe Jacques Lacan. Il fenomeno si protrae, e la sofferenza reale resta. 

“[…]infinitamente buono e degno di essere amato sopra ogni cosa.[…]

Ma un cattolico che si suicida va in paradiso o ci crede solo per estirpare una sofferenza ingombrante, usando la preghiera come un ansiolitico? Se la fede e la terapia servono per “salvarsi”, allora ben vengano, ma l’impostazione della prima implica una condizione ferrea e immediata: bisogna guarire dal peccato, continuando a rimanere simil sofferenti. Per un percorso di psicoanalisi, il dolore potrebbe già solo essere notato, osservato, pazientemente, per capire cosa farsene. Fuori, però, non c’è posto per chi non guarisce, per chi non consuma. E allora, per uscire da questo dilemma, bisognerebbe ritrovare il reale significato della sofferenza, spogliandola dai suoi stracci commerciali. 

“[…] Propongo con il tuo santo aiuto di non offenderti mai più e di fuggire le occasioni prossime di peccato.[…]”

Nella sua essenza più nuda, il suicidio è un autentico – sebbene non auspicabile – atto di dolore, spesso inascoltato, difficile da rintracciare, sembrerebbe, ma in cui esiste ancora possibilità di cura, prima che la sofferenza sia definitiva. Bisognerebbe trovare posto, invece, al filo cronologico degli eventi di un fenomeno sui generis. Se non lo facciamo, il suicidio rischia di diventare un sintomo propriamente culturale, normalizzato, un’uscita di sicurezza accettata in maniera tacita dal sistema. 

Una proposta potrebbe arrivare dalle forme d’arte come forma di sublimazione e come matrice generatrice di salvezza. Creare salva. La letteratura, la pittura, la musica sono rimedi per modellare il dolore, per metterlo al centro, per trasformare qualcosa di mortifero in atto creativo. È una visione psicoanalitica salvifica cardine per Freud in Lutto e Malinconia: fare del dolore arte, subliminandolo. Questo processo spesso coinvolge direttamente anche il corpo, per esempio nella pratica della Body Art questo diviene teatro in cui giace il dolore e si esprime. 

D’altronde, è nella linea cronologica degli eventi più estesa che si tracciano le spaccature di senso. Capire che chi compie l’atto estremo non è mosso tanto da un “non voler sentire più”, ma tanto più da un “voler sentire meno la vita” è necessario. È un bisogno disperato di abbassare il volume di un rumore interiore assordante, quella che Shneidman chiamava psychache, il dolore mentale. È la ricerca di una tregua dal dolore del mondo. È tra le pause del lamento sofferente, rituale e religioso, l’Atto di dolore, che si scandisce la riflessione e il dialogo con il discorso sul vero dolore mentale – psychache, il disagio psichico frustrante e intollerabile, da parte di alcuni soggetti a rischio, che il mercato cerca di lasciar passare in secondo piano, ma è dove risiede la verità. 

Solo soffermandosi sui “come” e smettendo di chiederci i “perché” (che spesso rimangono un mistero insondabile), si traccia l’unica via percorribile per sottrarre il dolore all’economia. 

[…] “Signore, Misericordia, perdonami.