Uno studente universitario molto abile nei giochi di illusionismo si laurea a pieni voti alla Wesleyan University nel New England. Prima di proseguire nella sua carriera il ragazzo decide di prendersi un anno sabbatico per andare a studiare le pratiche magiche delle popolazioni del sud-est asiatico. Grazie alle sue abilità di manipolazione del senso di realtà riesce a vincere l’abituale diffidenza degli sciamani verso gli accademici e passa diversi mesi come allievo di queste figure, potendo fare un’esperienza veramente rara. Abram impara così a guardare il mondo dalla prospettiva di chi vi è immerso: tracciando mappe di significati che collegano il mondo naturale agli avvenimenti umani, leggendo il volo degli uccelli e i percorsi delle formiche come segni sensibili di ciò che sfugge alla percezione ordinaria. Da questa esperienza, David Abram inizia un percorso intellettuale e filosofico che lo porterà a scrivere The Spell of the Sensuous, che arriva finalmente nella sua prima traduzione italiana nel 2026 con il titolo di L’incanto del sensibile per i tipi di Nottetempo.
La desolazione del disincanto del mondo è un problema molto sentito nel nostro tempo. Testi come Reincantare il mondo. Femminismo e politica dei commons di Silvia Federici o Come reincantare il mondo. La decrescita e il sacro di Serge Latouche dipingono un paesaggio nefasto: il capitalismo ha corrotto le nostre vite al punto da espungere qualsiasi senso di sacro, di magico – ma anche la semplice gioia, riducendo l’esistenza a mero calcolo economico.
La fatica di questi testi sembra essere fondamentalmente una: noi, in fondo, al capitalismo ci crediamo. Cognitivamente e fisicamente siamo invischiati in questa realtà cupa, e ogni tentativo di formularne una alternativa a partire da premesse intellettive sembra una bugia, una favola, ma non una cosa in cui possiamo credere. Il corpo ci dice, con la fatica che facciamo ogni giorno quando vendiamo il nostro tempo in cambio di un salario, che il calcolo economico è ciò che di fatto muove le cose. Reincantare il mondo sembra quindi un bel tentativo, e quanto mai necessario, di salvare il nostro animo dall’imbruttimento – ma ci sentiamo lontani dall’esserci riusciti.
A questa collezione di titoli sull’incantesimo perduto e sul tentativo di ricostruire le formule magiche ormai cadute nell’oblio, sembra aggiungersi anche il saggio di David Abram – ma L’incanto del sensibile. Percezione e linguaggio in un mondo più-che-umano invece parte da premesse completamente diverse. L’incanto del mondo non può partire da una ricerca intellettuale. Esso va invece ricercato nel mondo sensibile, ovvero: l’incanto non è mai sparito. Siamo noi che siamo diventati incapaci di coglierlo, attraverso secoli di storia che ci hanno portato a credere in una cesura tra l’essere umano e il resto della natura.
Abram compie, nel suo saggio, un doppio movimento. Da un lato traccia un percorso filosofico sulla scrittura e sulla razionalità occidentale per rintracciare l’origine della cesura tra mondo e umano, affidandosi alla fenomenologia come metodo di indagine. Dall’altro prende studi antropologici di popolazioni a oralità primaria per capire cosa succede quando la scrittura non interviene a fissare concetti e racconti, cioè per indagare il rapporto tra essere umano e natura quando esiste ancora la com-partecipazione alla composizione del sensibile.
La fenomenologia di Husserl e di Merleau-Ponty forniscono importanti coordinate per ripensare il rapporto che intratteniamo con il mondo. Da Husserl arriva il concetto di Lebenswelt: il mondo vitale, quella dimensione collettiva e sensoriale dell’esperienza che sta sotto ogni pensiero astratto – e che Abram rilegge come il fondamento di una sensibilità ecologica originaria, il nostro legame più antico con la terra. Merleau-Ponty inaugura invece una riflessione sul linguaggio a partire non dal significato ma dalla sensorialità, ovvero dal corpo, dalla carne. Nella fenomenologia di Merleau-Ponty il sentire del corpo è centrale nella costruzione del significato. Abram riprende questa tesi rovesciando il nominalismo: la partecipazione del corpo all’evento di pronuncia della parola parte dall’ascolto immersivo del panorama sonoro; la parola non è suono arbitrario ma prima di tutto mimesi del mondo animato.
La parola diventa la via maestra per entrare nel problema: come abbiamo fatto a diventare sordi al mondo?
Abram infatti nota come le popolazioni a oralità primaria abbiano un rapporto intimo con i suoni e le tracce, tanto da riconoscere che la comunicazione simbolica non sia una caratteristica esclusiva umana. Solo che sono simboli diversi da quelli che siamo abituati ad usare noi.
Se la parola pronunciata indica qualcosa, anche i canti degli uccelli contengono messaggi. Osservando più da vicino, esiste un mondo di comunicazione attraverso gli odori. Annusare l’odore di una preda, celarsi al proprio predatore, la convivenza e sopravvivenza delle diverse forme di vita in un dato ecosistema passa da tutto questo. Pensare che marcare il territorio sia un semplice fatto istintivo e quindi privo di significato intenzionale significa commettere una ingiustizia nei confronti dell’intelligenza delle altre forme di vita.
Pisciate e feromoni sono un dialogo silenzioso a cui noi purtroppo non siamo più in grado di partecipare.
Ecco quindi che per Abram discorso con il mondo parte da fuori di noi. Gli animali che lasciano tracce: leggere significa in primis saper leggere le tracce lasciate da prede e predatori nel bosco o nella savana. Decodificare una presenza in base a ciò che questa presenza ha lasciato nell’ambiente, saper ricostruire un evento da ciò che resta. Segni muti, questa è la lettura. E se questo è leggere, vediamo che non è una capacità unica umana: tutti gli animali sono capaci di leggere e decifrare segno, ne va della loro sopravvivenza.
Abram sostiene che la cesura con il mondo animato sia avvenuta con lo sviluppo della scrittura fonetica. Nella sua ricostruzione, esiste un passaggio cruciale che è la trasmissione della scrittura dai popoli semitici alla civiltà ellenica. L’alfabeto semitico era ancora strettamente legato al mondo fisico: ogni lettera portava il nome di una cosa concreta – un bue, una casa, un cammello – e il suono corrispondente era la prima sillaba di quel nome. Non un termine astratto, quindi, ma una parola di senso compiuto, indice di elementi esistenti nel mondo circostante. Nella trasmissione di questa tecnologia – la scrittura – ai Greci, si perde la connessione intima tra parola e mondo. Per i Greci i nomi delle lettere sono suoni che si richiudono su sé stessi. La scrittura fonetica diventa quindi quel meccanismo che sgancia il pensiero umano dalla sinestesia primordiale del mondo, innescando a catena una serie di profondi meccanismi psicologici, a partire da un ripiegamento della coscienza umana e di un processo di astrazione, che hanno portato la cultura occidentale a questo drastico divorzio dal resto del mondo sotto la forma dell’antropocentrismo e dell’eccezionalismo umano.
La scrittura fonetica porta alcune caratteristiche: può essere letta senza essere pronunciata, il discorso scritto è rigido, molto meno permeabile e poroso all’ambiente rispetto al racconto orale. La possibilità di leggere il proprio pensiero su una pagina, per Abram porta allo sviluppo di una coscienza riflessiva che si tramuta poi in autoreferenzialità dell’umano. La pagina diventa un oggetto inanimato capace di trasmettere un messaggio a chi si cimenta nella decifrazione dei simboli che riporta; Abram parla di animismo della pagina per mostrare come la scrittura in realtà non sia altro che lo stesso meccanismo usato anche dalle popolazioni che non usano questa tecnologia specifica per tramandare informazioni.
Altro elemento di grande cambiamento è la linearità del processo di scrittura e di lettura di questa. Abram sostiene che la concezione lineare del tempo tipica della civiltà occidentale derivi proprio dal pensiero che si è adattato a questo nuovo modo di comunicare. Mantenendo viva l’idea del mimetismo, Abram allora indaga la ciclicità del tempo nelle popolazioni a oralità primaria chiedendosi dove si trova la circolarità. Attraverso una meditazione che si appoggia ad Heidegger e alle tre estasi temporali identificate dal filosofo, passato e futuro vengono identificate nel paesaggio. Il futuro è l’orizzonte – ciò che il cammino disvela passo dopo passo. Il passato è il sottosuolo, radice del presente che non può essere riesumata intatta. E il presente? È l’aria: invisibile, impalpabile, eppure la condizione di ogni respiro, di ogni vita.
Come stanno riscoprendo anche altri ambiti del sapere scientifico, i confini tra corpo, mente e ambiente sono molto più sfumati e porosi di quello che le meditazioni cartesiane avevano stabilito. Abram talvolta usa un linguaggio ecologico evocativo che può, per alcuni, richiamare la vaghezza del pensiero new-age ma, al contrario, la sua trattazione è rigorosa e saldamente ancorata nella letteratura accademica dei vari ambiti che vengono toccati nel corso del saggio.
L’incanto del sensibile di David Abram è allora una argomentazione che mescola filosofia, antropologia e pratica magica e meditativa per riportare alla consapevolezza occidentale una conoscenza che stava cadendo nell’oblio. Abitare un mondo altamente mediato dalle tecnologie e dalle strutture umane crea uno schermo psicologico e sensoriale alla realtà del mondo, che però continua, serpeggiando nel non-conscio, ad avere un influsso sui nostri sensi. La discrepanza tra questa fondamentale, originaria partecipazione al mondo e ciò che è stato costruito su premesse astratte e mentalizzanti porta a quella sofferenza che in molti continuano a sentire come una sorta di caduta dell’orizzonte di senso o di sradicamento. L’invito di Abram è di tornare ad ascoltare la percezione a partire dal corpo, a partire dal sentire della carne e del respiro, perché è lì che si trova la sensazione originaria dello stare nel mondo. Nel ritorno all’esperienza come matrice primaria del senso – in fondo, noi siamo del mondo, come lo sono i nostri pensieri e le nostre azioni – Abram compie un ultimo rovesciamento: i sensi non ci appartengono più come una cosa nostra. Sono invece un canale di comunicazione: “quando tocchiamo la corteccia di un albero, sentiamo che l’albero ci tocca; quando prestiamo l’orecchio ai suoni locali e il naso agli odori della stagione, il territorio di rimando ci mette gradualmente in sintonia con sé. I sensi sono … il principale strumento di cui la terra dispone per informare i nostri pensieri e guidare le nostre azioni”.


Lascia un commento