Nell’immaginario collettivo un abuso sessuale si consuma in un vicoletto buio a tarda notte, è opera di uno sconosciuto e finisce con la vergogna e il risentimento della vittima. Nel suo ultimo romanzo, Veronica Raimo esce da questo schema per indagare una violenza che avviene all’interno di una coppia, uno spazio in cui la comunicazione e la comunione di intenti dovrebbero far sentire al sicuro, anche quando quella relazione sfugge alle etichette e alle convenzioni sociali. La storia di Non scrivere di me, uscito a febbraio per Einaudi, è questa: S. ha trentacinque anni, vive una vita piatta e lavora come cameriera in un bar qualunque di Roma, ingabbiata in un’esistenza in cui non si riconosce. Questo scenario tradisce un passato in cui S. ha avuto delle aspirazioni, che sono rimaste irrealizzate a causa di un nodo traumatico che si porta dietro: ai tempi dell’università aveva maturato un’ossessione per un tale Dennis May, culminata con una violenza sessuale che ne diventerà l’atto d’addio, quasi un’ultima manifestazione di vicinanza che lui le concede prima del benevolo atto di scomparire. Cosa succederà quando S. verrà a sapere che l’uomo che aveva amato e che l’aveva violentata è morto?

Ridurre il tema della violenza a un unico gesto brutale è limitante: la sopraffazione inizia ben prima, e si realizza attraverso una serie di atteggiamenti ambigui, nel libro messi in atto da Dennis, che alimentano l’illusione dell’amore senza la reale intenzione di costruire qualcosa.

Dennis May è il prototipo di una bellezza inquieta e magnetica, quella che tipicamente emana un giovane attore e regista alle prime armi, ma è anche qualcosa di più: per S. è la personificazione degli ideali di una giovane laureanda in lettere alle prese con le proprie velleità artistiche. Il carisma di Dennis esercita su di lei un fascino proibitivo che la spinge a confrontarsi con i propri desideri e ad accarezzare un’idea di futuro diversa da quella che si era prospettata fino a quel momento. S. per lui mette in pausa la propria vita, gli sacrifica il proprio il futuro, si fa carico dei suoi tormenti e cede alla malinconia dell’assenza. Tutto nella speranza di vedere concretizzarsi il frutto di quell’ossessione. Ma Dennis May non è l’uomo ideale che si configura nei romanzi chick lit, è il tipo d’uomo descritto da Robin Norwood in Donne che amano troppo, noto testo di psicologia popolare che analizza modelli di relazioni disfunzionali, nonché vademecum di tutte le donne disperate alle prese con partner emotivamente distanti. È un uomo irraggiungibile che getta la protagonista nella disperazione e la proietta nel territorio dell’idealizzazione.

“[…] tutti gli uomini solitari del cinema americano non avevano fatto altro che aspettare la venuta messianica di Dennis May che avrebbe dato un senso ulteriore alla loro esistenza, anzi, un senso definitivo. Avevo deciso di traslitterare nella storia del cinema americano quello che stava accadendo alla mia vita.”

S. non è un’ingenua, è consapevole dell’enorme red flag che ha davanti, ha l’intelligenza per mettere a fuoco i comportamenti manipolatori che subisce, il talento e l’intraprendenza per realizzare sé stessa. Eppure resta schiacciata dai castelli di carta che si è costruita, accetta un copione fatto di vuoti sentimentalismi, risposte evasive, promesse tradite, andirivieni che lasciano lo spazio per nutrire una speranza (“io che lo cercavo, lui che si faceva vivo quando gli pareva”). Il legame che le viene negato potrebbe sussistere sincronicamente, essere una di quelle storie di resilienza che, una volta maturato il giusto tempo di decantazione, si ha il coraggio di raccontare a qualcuno; e invece l’insuccesso amoroso si proietta in tutti gli ambiti dell’esistenza, come una macchia di inchiostro che si propaga su una tela bianca, inficiandola definitivamente: “Tutto quello che sono dipende da Dennis, è stato il mio alibi per dieci anni: non ho mai terminato la tesi, non arrivo all’orgasmo, faccio la cameriera in un posto di merda”.  

Succede che, quando non c’è spazio per il reale, la mente costruisce una menzogna, una fantasmatica manipolazione della realtà, e si realizza quel concetto espresso da Roland Barthes per cui “se un’illusione viene affermata all’infinito, a dispetto di tutto, quell’illusione diventa verità”. Perfino dopo l’atrocità che subisce, S. non riesce a colpevolizzare il destinatario amoroso, cerca una giustificazione, una verità dietro il suo gesto che va rintracciata (“Non lanciavo accuse, […] cercavo un piano, uno sfondo, una possibilità in cui ricollocarci.”): l’autoinganno ha la meglio sulla parte analitica. Come accade in tutte le dipendenze, la vittima ha inevitabilmente anche il ruolo del colpevole: l’origine della dipendenza è dentro di sé, fa parte del proprio io tanto quanto il desiderio di estirparla. È una dicotomia che la protagonista riconosce, ma sarebbe bello se bastasse averne consapevolezza o sentire l’urgenza di liberarsene per risolverla.

La narrazione dell’amore tossico ricorre fin troppo (diciamolo!), soprattutto nella saggistica di auto-aiuto psicologico – di cui oggi sono eredi i reel di certi fuffa-guru su Instagram – e in certa cronaca televisiva, dove però vengono propinate facili ricette risolutorie, con il rischio di banalizzare la questione e di veicolare il fallace messaggio del “se vuoi uscirne, puoi farlo”. Svincolarsi da dinamiche di dipendenza affettiva non è così semplice e non basta la buona volontà. In questo, la narrazione di Veronica Raimo è vincente: nell’aver raccontato il tema senza moralismi, né giudizi di sorta, nel non aver reso la protagonista un esempio da biasimare. Scommetto che ciascuno di noi ha almeno una volta creduto di poter conquistare qualcuno che mostrava atteggiamenti evasivi o contraddittori, coltivando l’idea di poterlo prima o poi condurre a sé. Raimo intercetta questa zona grigia, normalizzando una tendenza diffusa, che è quella che ci vede vivere in una sorta di dissociazione psichica, mentre continuiamo a nutrire speranza anche quando la parte razionale del nostro cervello ci mette in guardia. È proprio in questa sospensione che si colloca il romanzo, tra lucidità e ostinazione emotiva.

L’ironia di Niente di vero viene attenuata, ma non scompare del tutto; diventa catartica, un’arma utile ad attenuare la colpa del fallimento. Se nella dimensione dell’autofiction l’ironia è un velo che contribuisce a creare una certa distanza tra autore e io narrante, nel nuovo romanzo, è un segno di resistenza, uno strumento per elevarsi dalla sofferenza, che non viene messo da parte neanche quando gli avvenimenti narrati richiederebbero un registro più asciutto, tendente al drammatico. “Non scrivere di me” è l’invito che Dennis rivolge a S., che per dieci anni ha aspettato di raggiungere una condizione di sicurezza per raccontare il proprio trauma. Il libro si potrebbe infatti definire come un memoir per interposta persona, un viaggio di guarigione che la protagonista compie attraverso la scrittura. Melissa Febos, scrittrice statunitense che ha fatto della sua penna lo strumento di cronaca dei propri traumi, “un mezzo essenziale per digerire e integrare fra loro” le sue esperienze, scrive che “se ci accingiamo a scrivere la storia del nostro trauma prima di aver ottenuto un certo livello di sicurezza fisica e psicologica, rischiamo solo di farci ancora del male”. Allo stesso tempo, trascorso quel tempo di metabolizzazione del ricordo traumatico, la scrittura ha un effetto terapeutico che si accompagna al processo di guarigione.

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