Nell’importante articolo del 2011 Verifica dei poteri 2.0, pubblicato sulla rivista Allegoria e oggi consultabile online, Francesco Guglieri evidenziava come la nascita dei primi progetti culturali online avesse segnato una frattura tra l’accademia, fino a quel momento detentrice quasi unica dei principali spazi di elaborazione del sapere critico, e un fuori magmatico e caotico di giovani e appassionati che colonizzavano terreni inesplorati, utenti comuni che potevano esprimere giudizi nelle sezioni commenti, a volte direttamente insultare gli autori degli articoli.

Un ecosistema di produzione culturale sembrava crollare – con un catastrofismo che oggi si è rivelato eccessivo e una spocchia accademica fuori fuoco. Non solo il diritto di parola sulle arti e sulla critica passava in mano anche a persone che non avevano compiuto il tradizionale cursus honorum; nascevano modi di elaborazione critica informali, innovativi, alieni alla comunicazione scientifica esistente. 

Anche per via di queste trasformazioni si comincia a parlare di “morte della critica” e si diffonde una generale e diffusa preoccupazione sull’allargamento del “diritto di parola” sulla critica delle arti. Guardando a ritroso, queste paure, piuttosto diffuse agli inizi del Duemila, si sono rivelate infondate. Lo dimostra peraltro l’esistenza di progetti editoriali che danno voce a persone strutturate nell’accademia come Le Parole e Le Cose, fondata nel 2011 sotto la direzione iniziale di due professori di Letteratura Comparata come Guido Mazzoni e Gianluigi Simonetti, che oggi dirige Snaporaz insieme a Filippo D’Angelo.

Abbiamo pensato che il nostro progetto non potesse escludere una rivista che si avvicina alla divulgazione accademica e scientifica. Per quanto minoritarie e probabilmente fuori da quella che chiamiamo “scena”, ancora oggi resistono riviste che strutturalmente rappresentano un canale di comunicazione tra l’accademia e il fuori per chi fa ricerca nell’università. 

Cosa cambia tra una rivista fatta da accademici negli anni Novanta e una simile oggi? Due elementi essenziali: l’accademia e le riviste. Il lavoro accademico, soprattutto nei dipartimenti umanistici, si è precarizzato e impoverito. La percentuale di personale stabile all’interno del corpo docente si sta riducendo a vantaggio di contratti di docenza annuali con paghe nettamente inferiori rispetto al passato. Sono noti, inoltre, i problemi legati al progressivo taglio dei fondi per l’università e alla precarizzazione della ricerca, dovuta fra le altre cause a scellerate riforme dei contratti di ricerca e delle modalità di erogazione delle borse. L’accademia, insomma, oggi non è un’isola felice per chi fa ricerca e accedervi è sempre più complesso. 

Le riviste soffrono a loro volta di una strutturale crisi di finanziamenti e possibilità di accesso alle risorse economiche. Questa sezione del mercato editoriale si è evoluta, andando incontro al gusto di un pubblico più ampio e variegato, meno specialistico, con interessi e canali di informazione che l’accademia fatica a intercettare. Per di più, il lavoro redazionale intreccia altri settori del mercato come la comunicazione, il design, la progettazione pubblica e privata; i redattori hanno in molti casi una formazione meno specialistica e verticale e devono spesso mettere insieme più lavori, anche molto diversi tra loro, per arrivare a fine mese. Il dialogo tra l’accademia e le riviste, quindi, deve affrontare diversi ordini di cambiamenti: la riduzione della possibilità per chi fa ricerca di devolvere gratuitamente il proprio tempo a un progetto di divulgazione; il cambiamento degli interessi del pubblico; la radicale trasformazione dei canali comunicativi.

In questa intervista parliamo di Machina, la rivista edita dalla casa editrice DeriveApprodi e diretta da Giuseppe Molinari. Machina è una rivista complessa, piena di sottosezioni dai titoli allusivi e insondabili: “scatola nera”, “transuenze”, “freccia, tenda, camello”, “dk53”, “commonware”. I contributi che si leggono sulla rivista sono molto approfonditi, a volte rasentano lo specialismo, e hanno l’obiettivo dichiarato di dare parola a persone che fanno ricerca su un tema per cercare di formare chi non ne sa. 

L’intervista che segue è la trascrizione di una conversazione tra Giuseppe Molinari, caporedattore di Machina, Francesca Martelli e Fabio Ciancone della nostra redazione e Guendalina Piselli, curatrice dei talk del festival bolognese Fuori Libro a cui Stanca ha partecipato gli scorsi 18 e 19 aprile. 

Francesca Martelli: Ci incontriamo oggi per la prima volta con Giuseppe Molinari, caporedattore di Machina. Per cominciare ti lascerei un po’ di spazio per raccontare il vostro progetto. 

Giuseppe Molinari: Intanto ringrazio la redazione di Rivista Stanca per averci invitato qui. Condivido molto l’impostazione e l’idea di questa analisi delle riviste sulle riviste e credo che bisogna sempre, quando ci interroghiamo su cosa sia una rivista oggi, guardare cosa è stata in passato, pensare a come nasce una genealogia. Machina è difficile da definire se non attraverso la sua storia, ma possiamo innanzitutto dire cosa non è Machina. Ad esempio, rispetto alle riviste che avete intervistato, non è una vera e proprio rivista culturale, nel senso che è collegata a DeriveApprodi, una casa editrice sui generis che viene da una certa tradizione politica, e quindi possiamo dire che Machina è una rivista politico-culturale. Con “politica” non intendiamo il bollettino di un’organizzazione di partito né tantomeno una rivista che riflette organicamente su degli aspetti del discorso politico. Quando dico politica parlo semplicemente di un interesse verso le nuove tendenze, facendo attenzione ad esempio ai comportamenti sociali, alle nuove forme di vita, cercare di capire – in altri termini – se si sta producendo un’alternativa all’esistente. Come dicevamo, è una rivista che viene dalla tradizione legata a DeriveApprodi. La stessa casa editrice nasce come rivista politico-culturale che ospitava nei primi numeri, tra gli altri, pezzi di Toni Negri, quindi viene da quella tradizione politica lì e cerca di mantenerla, come sguardo sul presente.

Francesca Martelli: Vorrei capire meglio il rapporto genealogico che c’è tra Machina e DeriveApprodi, ovvero proprio perché DeriveApprodi nasce come rivista negli anni Novanta, trent’anni fa, in un ambiente culturale completamente diverso da quello attuale, e poi ecco che esce con una nuova rivista. Per quale motivo allora è nata Machina? Quale bisogno cerca di soddisfare, anche nei confronti della casa editrice?

Giuseppe Molinari: Considera che la rivista di DeriveApprodi esce col suo ultimo numero nel 2006. Da lì in poi fa il suo lavoro come casa editrice con vari progetti attivi fino al 2020 quando c’è il covid: c’è una chiusura dello spazio pubblico, un’accelerazione dei mezzi di comunicazione che porta a un’ulteriore frammentazione del dibattito e a un’ulteriore chiusura in bolle di interesse. Si avvertiva quindi la necessità di far convogliare attorno a un progetto di rivista una rete che già c’era in termini di fattori umani. Nasce quindi una discussione su due reti, quella storica della casa editrice e poi quella che circolava attorno a quelli che sarebbero poi diventati i redattori editoriali, nel 2023, della casa editrice Ombre Corte: Gigi Roggero e Anna Curcio. Queste due reti sentono l’esigenza di uscire dalle bolle e recuperare un dibattito politico, e così nasce Machina. Nasce costitutivamente come rivista online e non cartacea per una questione sia di circolazione che di organizzazione, essendo che la redazione era sparsa per tutta Italia. Nasce con circa 15 sezioni, ciascuna su una tematica differente: gli editoriali, la politica, le questioni di genere, il razzismo e l’antirazzismo, e così via. E poi c’è un ulteriore passaggio nel 2023 quando cambia la direzione editoriale di DeriveApprodi e si trasferisce da Roma a Bologna. Con il cambio di direzione editoriale, cambia chi ci lavora e io stesso comincio in quel momento a seguire la direzione editoriale di Machina. E ci rendiamo conto, in questo periodo così denso, che anche il tipo di lavoro che DeriveApprodi faceva da qualche anno non ci bastava più, perché era un lavoro che aveva un po’ perso la sua carica di innovazione, di lavoro sul presente, e viveva sempre più nel passato. Avevamo necessità di rinnovarci sia in termini di grafica che in termini di proposta.

Fabio Ciancone: Quanti siete in redazione, come siete organizzati e come funziona il vostro lavoro editoriale, quali software usate?

Giuseppe Molinari: Abbiamo un’organizzazione atipica, una struttura a cipolla con un nucleo centrale – dove lavoro io – che si occupa di aspetti un po’ più tecnici: ad esempio scegliere i pezzi che vanno in calendario, come impaginare, cosa pubblicare sui social. Questo aspetto è seguito da una grafica, e poi c’è Elvira Vannini che si occupa della ricerca iconografica. Questo è il nucleo stretto. Gli altri strati sono formati da una redazione allargata composta dai membri delle varie sezioni. Al momento ce ne sono 16 attive, 10 di queste hanno coordinatori specifici mentre le altre sono dirette dal coordinamento redazionale. Le sezioni sono programmatiche: seguono ciascuna una sua linea di ricerca e molto spesso le stesse sezioni hanno al loro interno una piccola redazione dato che le tematiche trattate si fondano su saperi molto sviluppati e specifici. I pezzi ci arrivano per la maggior parte come proposte dalle sezioni che portano avanti la propria ricerca. Ad esempio, la sezione Transuenze che si occupa di lavoro porta avanti una ricerca sulle sue linee programmatiche e tematiche; è all’interno della redazione che si ragiona e da lì vengono gli articoli. In alternativa, arrivano proposte dall’esterno e in quel caso mi occupo io di coinvolgere la sezione che si occupa dei temi della proposta, a cui segue uno scambio redazionale di editing… Qual era il resto della domanda?

Fabio Ciancone: Quali software usate, come editate i pezzi, come gestite il calendario editoriale…

Giuseppe Molinari: Forse da questo punto di vista noi abbiamo una organizzazione protoindustriale. Ho un foglio di calcolo in cui faccio il calendario. Machina adesso pubblica una volta a settimana, ma una volta pubblicavamo tutti i giorni. Si è deciso di diminuire perché il carico di lavoro era alto ma soprattutto perché una comunicazione eccessiva, fordista, fa perdere qualcosa. È pieno di articoli da tutte le parti quindi uno che segue Machina e si trova cinque articoli non sa da quale cominciare. Così invece c’è il tempo di ragionarci e questo è un aspetto importante per noi. 

Fabio Ciancone: Quindi come catturate l’attenzione di chi legge e dove lo andate a cercare?

Giuseppe Molinari: Questa è una buona domanda che però apre tante domande sociologiche sulla questione dell’attenzione. Da un lato Machina ha strutturato assieme a DeriveApprodi un pubblico di lettori che seguono sia noi sia la casa editrice. Poi ovviamente c’è un utilizzo dei social che è migliorato nel tempo anche grazie alle ricerche sulle immagini che sono molto importanti per catturare l’attenzione, e nella nostra ricerca iconografica siamo molto attenti all’aspetto simbolico. Poi, come catturiamo l’attenzione? Qui si apre, secondo me, un discorso molto ampio su cosa significa fare rivista oggi, perché non è affatto scontato. 

Francesca Martelli: Machina è una rivista specializzata che diffonde saperi molto specifici. Per questo vi servono editor e redattori che abbiano conoscenze molto approfondite in un determinato settore. Allo stesso tempo però non siete una rivista accademica, non dovete necessariamente confrontarvi con la necessità di una peer review. A me sembra una natura un po’ ambigua.

Giuseppe Molinari: Non abbiamo mai voluto essere una rivista accademica né parlare soltanto agli specialisti. La risposta alla tua domanda sta nel nostro essere una rivista politico-culturale: il nostro interesse è provare a costruire ogni volta sprazzi di un discorso complessivo, di un’idea di mondo. La costruzione di un discorso politico-culturale, ovviamente, dipende anche dalle condizioni sociali di partenza di chi scrive. La DeriveApprodi degli anni Novanta, che si inseriva nel tessuto dei centri sociali, è cambiata molto nel lavoro e nell’impostazione. Mi rendo conto che ci sia un approccio specialistico, ma questo non significa che la nostra sia una rivista accademica. Il nostro obiettivo principale resta comunicare con chi non conosce le questioni di cui parliamo, fare formazione in un certo senso.

Fabio Ciancone: A questo proposito ti faccio una domanda che ho fatto anche a Filippo D’Angelo nell’intervista su Snaporaz. Snaporaz, volutamente controcorrente e con fare polemico, cerca di portare in modo manifesto un approccio critico rigoroso all’interno degli articoli pubblicati. Questo si scontra con la natura caotica dei social e di internet, in cui il tempo medio di permanenza su una pagina è molto basso. Su Stanca, ad esempio, le persone rimangono più o meno un minuto e mezzo. È una questione di cui vi preoccupate? Come conciliate la volontà di fare critica online con i tempi medi di attenzione sui social?

Giuseppe Molinari: Penso sia il nodo di cosa significa fare una rivista oggi. È una questione che ci preoccupa ma andiamo avanti perché abbiamo coscienza che è questo il mondo in cui siamo immersi. In Italia, in un contesto culturale molto ristretto, le riviste sono sempre state legate all’avanguardia, tanto quelle politiche come i Quaderni Rossi Piacentini e Classe Operaia quanto quelle artistiche e letterarie come il Verri. Erano tutte riviste che avevano un rapporto strutturale e progettuale con il lettore. Chi leggeva la rivista lo faceva perché condivideva un’idea di mondo e un approccio critico, lo faceva per informarsi. Questo approccio è finito, sono finite le avanguardie. Se prendiamo per buono quello che dice Jameson, la differenza tra modernismo e postmodernismo non è soltanto estetica, ma ha a che fare con la capacità dell’industria di inglobare le avanguardie. Un esempio calzante è come funziona l’industria musicale oggi.

Fabio Ciancone: È tutta una gigantesca Milano.

Giuseppe Molinari: Esatto, una persona fa un pezzo su Instagram, viene presa da una major e subito fa successo. Magari fa il primo disco, non ha tempo di fermarsi prima di fare il secondo e il suo percorso artistico si blocca. Per me, tuttavia, lo spazio per la produzione delle riviste esiste ancora. Stanca è una possibile risposta a questa questione: persone che sviluppano progetti autonomi per provare a sfuggire alle logiche dell’industria culturale. Il vostro progetto dimostra quantomeno l’esistenza di uno spazio soggettivo di produzione innovativa; rimane la questione dell’esistenza di uno spazio strutturale. Esiste oggi il lettore “di progetto”? È complesso rispondere, perché siamo immersi in un’economia dell’intrattenimento. Le persone passano da una rivista all’altra con molta velocità: che rapporto puoi avere con questi lettori? Io stesso mi accontento di leggere le slide su Instagram invece di leggere gli articoli interi.

Guendalina Piselli: Vorrei fare una domanda a entrambe le riviste. Mentre una volta si facevano soltanto le riviste cartacee, che avevano un costo molto elevato, oggi l’online abbatte i costi e le barriere d’accesso. Anni fa si pensava che i blog sarebbero stati l’unico spazio di pubblicazione a sopravvivere. Nell’editoria indipendente cartacea oggi si cerca lo specialismo tematico, ma una rivista culturale spesso comporta un allargamento a questioni molto diverse tra loro. Come si tengono insieme la ricchezza dei contenuti e la verticalità che serve ad attirare l’attenzione del pubblico?

Francesca Martelli: Io credo che sia possibile la relazione tra la rivista e il lettore. Ad esempio, oggi i lettori del Tascabile arrivano al loro sito cercandolo direttamente sui motori di ricerca, senza la mediazione dei social. Le riviste culturali, anche molto specifiche, hanno ancora il potere di attirare persone se sono il canale per trovare approfondimenti che non sono disponibili altrove. I progetti indipendenti hanno il privilegio di poter sfuggire all’economia di scala della cultura per diversi motivi. Questo comporta dei contro palesi, ovviamente. Nella logica dei social sembra che l’unico modo per valutare la bontà di un progetto sia la sua crescita, ma questa è un’impostazione che viene direttamente da logiche economiche capitaliste; dietro la realizzazione di un progetto di rivista indipendente ci sono anche altri parametri da valutare.

Fabio Ciancone: Aggiungo che dietro il lavoro di Stanca c’è comunque una programmazione economica rigorosa che noi cerchiamo di comunicare pubblicamente ogni volta che facciamo progressi. Sappiamo già che a un certo punto se Stanca non riuscirà a raggiungere alcuni obiettivi economici, cioè essere una rivista sostenibile che paga il lavoro nostro e di chi scrive, chiuderemo. La maggior parte dei progetti indipendenti in Italia non paga il lavoro di chi scrive. Noi sappiamo di dover raggiungere un livello di sostenibilità tale da poter pagare le persone.
A questo proposito, uno degli elementi fondamentali per far crescere la rivista deve essere il rapporto comunitario con chi ci legge: nel momento in cui rafforzi una comunità di persone attorno alla rivista, dare dei soldi a Stanca, magari comprando un cartaceo o facendo delle donazioni, per alcuni diventa una cosa che ha senso fare. I cartacei stessi, oltre che una forma di sostentamento, sono un modo per stare in posti come questo a conoscere gente, sviluppare un rapporto con chi ci legge e magari trovare nuove persone che vogliano scrivere un pezzo per noi.

Giuseppe Molinari: Sono d’accordo con Francesca quando parla della possibilità di creare una progettualità condivisa con i lettori attorno alla rivista. Noi lavoriamo esclusivamente online perché il cartaceo presuppone costi e un tipo di lavoro molto più ampio. Machina lavora a stretto contatto con DeriveApprodi e quindi le spese vive sono coperte dalla casa editrice. Noi non paghiamo i contributi, perché chi cura una determinata sezione crede nel progetto complessivo della casa editrice e della rivista. Chi scrive per noi è un professore universitario o comunque una persona che si sostiene economicamente. Può sembrare un discorso scivoloso, ma anche le riviste degli anni Novanta si poggiavano sulla militanza. Dire “volontarismo” è una parola brutta, mentre usare la parola “militanza” evidenzia il fatto che chi ci lavora crede nel progetto complessivo. 

Guendalina Piselli: La ricerca di Stanca è potenzialmente ampissima. Quando pensate di chiuderla? A quali conclusioni volete arrivare?

Fabio Ciancone: Abbiamo già deciso quali riviste inserire nel progetto. Il senso del nostro lavoro complessivo sarà dare una lettura critica del materiale che stiamo raccogliendo, consapevoli del fatto che il discorso culturale è sempre un discorso parziale. È un retaggio maschile e patriarcale voler dire tutto su un argomento. Forse quando qualcuno intervisterà Stanca per un progetto uguale al nostro, allora saremo morti. 

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