Il lavoro sulla storia delle riviste culturali online ci permette di riflettere sulle condizioni che portano alla nascita e alla fine di una rivista, sulle sfumature generazionali che la attraversano, sui linguaggi che mette in circolo e sulla sostenibilità economica della cultura. Partendo da questo orizzonte d’indagine, una delle prime riviste che abbiamo nominato con curiosità è stata Dude Mag. Nasce in provincia di Roma all’inizio degli anni Dieci come rivista cartacea, ma subito diventa anche digitale, raggiunge l’apice della propria attività tra il 2013 e il 2017, attraverso eventi e collaborazioni, e sospende a tempo indeterminato le sue pubblicazioni nel 2022.
Quella che leggerete è una sintesi tra una conversazione con Andrea Pergola che ricostruisce la nascita del progetto, e un incontro collettivo con alcune delle persone che hanno animato la rivista, ovvero Emanuele Atturo, Olga Campofreda, Elena Fortunati, Valeria Marzano, Edoardo Vitale e Daniele Zinni.
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Federica: Stiamo a Pomezia.
Andrea: Credo nel 2009 o nel 2010, dirò degli anni a caso, si stava laureando Massimiliano Mauro e mi chiese una mano per progettare una rivista perché sapeva che lavoravo ai tempi in un’altra rivista di Scienze Politiche a Roma Tre. Ci siamo subito resi conto che questo progetto doveva uscire dalla sua tesi. Poi c’era Marco Fagnocchi, che stava lavorando per fare regia, Federico Bisozzi che invece componeva, Chandra che faceva l’illustratrice! C’erano un sacco di pezzi che, mettendoli insieme, non è che esce qualcosa di tanto diverso da una rivista, era nell’ambiente. Poi, più o meno subito, abbiamo incrociato i The Pills, loro avevano questo blog, comunque era un Tumblr, e facevano ‘sti racconti più o meno senza senso e ci facevano ridere. Siamo entrati in contatto con loro, abbiamo parlato per fare insieme la prima stagione, c’è questa notte bellissima in cui ci vediamo tutti al mare a Torvaianica.
Federica: Dimmi di più su questa notte a Torvaianica.
Andrea: No, in realtà penso sia proprio finita così, non mi ricordo un cazzo.
Federica: Anche perché, cosa può succedere? Niente, assolutamente niente, a un certo punto è troppo buio, umido, vai a casa…
Andrea: Poi è venuto un po’ tutto a domino, no? C’avevamo questa cosa che in qualche modo dovevamo stampare e pagare. Nessuno di noi aveva una lira… Possiamo fare gli eventi in discoteca! Abbiamo fatto suonare Miles Davis e… se va be’ Miles Davis, magari… Era Robert Miles! Buonanima. Non mi ricordo bene, ma mezza tiratura ce la siamo ripagata. Poi abbiamo continuato a fare dei piccoli eventi fino a che non abbiamo estinto il debito. The Pills già era una cosa che aveva più senso, perché era digitale, vedevi subito i numeri, nel frattempo abbiamo iniziato a fare anche la rivista digitale, loro erano autori anche del magazine. Quindi quello è il momento in cui l’ecosistema ha iniziato a funzionare in modo un po’ più solido, ci siamo detti: “Ok, questa è la struttura del progetto”. Non è solo una rivista, ma stiamo insieme per fare questo collettivo, anche se figurati se l’abbiamo mai chiamato collettivo.

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Federica: Andrea Pergola mi ha detto che per parlare veramente del magazine deve starci tutta la redazione, quindi eccoci qua.
Olga: Ho accettato questa conversazione non solo perché Dude Mag è stata un’esperienza bellissima, ma perché finalmente posso fare delle domande ad Andrea Pergola. C’è stato un periodo in cui nessuno sapeva niente di lui, è una persona misteriosissima. Tutto nasce da lui che piano piano ci recluta. Io, per esempio, avevo un blog che si chiamava La gallina bianca . Andrea si leggeva tutti i blog indipendenti e le altre riviste, il suo lavoro era il reclutatore, ma io poi molto dopo ho capito che ti occupavi di comunicazione e che Dude Mag era una branca del tuo progetto di comunicazione. All’inizio per me Pergola è stato questo misteriosissimo personaggio che andava a scovare giovani voci per la piattaforma Dude Mag. Perché lo facesse, che cosa gli tornasse, tutto questo è stato molto misterioso, ma mi piaceva che fosse misterioso. Come ci trovavi?
Andrea: All’inizio c’era solo il magazine. Noi credevamo veramente che una rivista indipendente potesse essere il centro di un progetto e non la sua stampella. L’agenzia è arrivata un po’ dopo, era un metodo per finanziare Dude, come tutte le cose che ci ruotavano attorno. Fare l’agenzia in realtà serviva solo a quello, ci abbiamo provato veramente fino all’ultimo, ma non quadravano le cose. C’era il rischio che il magazine diventasse il megafono dell’agenzia, che comunque non poteva permettersi di sostenerlo economicamente e alla fine ha chiuso. Inizialmente però tutto ruotava attorno a cose che si potevano fare per finanziare le stampe, tipo i concerti all’Ex Lanificio, che poi era lo stesso obiettivo con cui nasce l’agenzia.
Federica: Sì, ma quindi come li trovavi?
Edoardo: È molto banale da dire, però eravamo giovani. Eravamo dei ventenni che sentivano questa necessità di scrivere e di esprimersi negli spazi che Internet ci metteva a disposizione. All’epoca i social non erano ancora delle macchine del personal branding, venivamo da un Internet pre-social, quindi avevamo i blog, scrivevamo in giro, Dude Mag se vivevi a Roma o se stavi in questo giro, semplicemente a un certo punto lo intercettavi, era una specie di piccola leggenda. La prima cosa che ho intercettato è stata The Pills, perché in quegli anni là aveva avuto un successo enorme, il loghetto di Dude l’avevo visto lì e ho detto: “Ma cos’è sta roba fighissima?”. Non sono stato reclutato, ma ho mandato un’email ad Andrea, avrò avuto, bo, 22 anni, non mi ricordo. Il mio primo articolo su Dude Mag risale al 2012 o al 2013 e mandai questa email, ero mega in ansia, l’ho vissuta come se fosse uno spartiacque decisivo della mia vita, avevo un terrore assurdo che non mi rispondesse questo Andrea Pergola, questa figura leggendaria di cui non si conosceva bene neanche il volto. In quegli anni erano nate anche Vice e Rivista Studio, o comunque erano al loro apice, ma erano diverse perché erano delle riviste con un editore dietro e finanziamenti enormi, in alcuni casi anche dei franchise internazionali, noi in quegli anni là, in particolare tra il 2012 e il 2015, abbiamo fatto parte di quella scena delle riviste, di una bolla di persone che scrivevano, nonostante le differenze con queste altre realtà. Poi c’è sempre stata questa cosa dei soldi, di capire come finanziarsi, però alla fine il finanziamento più grande era la nostra voglia di fare, eravamo giovani e potevamo farlo. Per me personalmente è stata una palestra fondamentale che mi ha formato e alla quale devo tantissimo.

Olga: Io ero profondamente frustrata dal fatto che nessuno mi dava un lavoro. Facevo centomila cose, tutte gratis. Questa cosa io adesso la racconto e fa ridere, ma ci stavo malissimo, tant’è che poi me ne sono andata in Inghilterra per la frustrazione. Dude era l’unico posto che mi faceva sentire di saper fare delle cose e le potevo far vedere, quindi mi dava un senso di appartenenza. C’era un grandissimo desiderio di emergere, di fare, di avere uno spazio in un mondo che ci sembrava blindato, eravamo così giovani e inesperti che non sapevamo da dove cominciare.
Federica: La mia domanda si collega un po’ a quello che dice Olga; molte riviste indipendenti nascono con lo scopo di fare una rete di persone, di riconoscersi in un posto. Soprattutto all’inizio, capisci che ti piace scrivere, devi trovare un modo per emergere. Però forse Dude è stata qualcosa di più se siete così fomentati all’idea di parlarne dopo dieci anni…
Elena: Quando si è giovani è tutto un fomento, è solo una questione di nostalgia.
Federica: Ma questa nostalgia è soltanto perché la legate a una fase della vita, oppure perché ci stavano delle specifiche caratteristiche? Perché sceglievate di pubblicare lì?
Daniele: Io devo ammettere che all’epoca non è che avessi una mappatura chissà quanto completa delle riviste. Se dovessi dire cosa mi ha fatto pensare che poteva essere un posto giusto era, per esempio, il fatto che Dude non si prendeva così tanto sul serio quanto da altre parti dove, infatti, non mi pubblicarono. Dopo, conoscere anche le persone legate a quelle riviste mi ha fatto capire un sacco di cose. Durante le vacanze di Natale del 2013, mi sono detto: proviamo come esercizio di scrittura a tradurre un articolo dall’inglese. Nel 2013 avevo collaborato con 404: File Not Found dove le cose non erano finite benissimo, circa sei mesi dopo ho proposto questa traduzione, avevo visto che c’era già qualcosa di tradotto da Olga, ricordo l’articolo sul Comic Sans che aveva girato molto e quell’approccio appunto alla McSweeney’s, quel genere di cose lì, sulle altre riviste non le vedevi mai, nemmeno oggi si vedono. Quella caratteristica era stata determinante per farmi dire: questo può essere un bel posto. C’erano insieme longform e listicle fatti per ridere, tipo: “i cinque migliori lanci di oggetti della storia del Novecento”, questo lo trovavi solo su Dude, anche persino rispetto a Vice che pure poteva avere quel tono. Poi Andrea mi ha detto “Ma perché non metti su la rubrica di racconti tradotti?” e quindi sceglievo i racconti, chiedevo al direttore i diritti, li traducevo, li facevamo illustrare da Fabio Pistoia e Alberto Fiocco poi, a un certo punto, sono diventato quello che editava i racconti tradotti da altri.
Olga: Facevamo Circolo Disagio che era un gruppo di ascolto di questo reality di Rai 2 sulla letteratura che si chiamava The Masterpiece. Seguivamo i commenti via Twitter e alla fine di ogni puntata facevamo un verbale, una delle cose più divertenti che io abbia mai fatto nella mia vita. Una cosa che è cominciata con Dude, non perché l’abbia inventata Dude, forse era lo zeitgeist di quel momento, il 2014: la televisione ritornava interessante perché c’erano i social, noi siamo stati tra le prime riviste a intercettarlo e ci abbiamo applicato quello spirito che diceva Zinni prima, un po’ scanzonato, un po’ anche infantile se vogliamo, che non si prendeva troppo sul serio. Era proprio lo spirito della rivista. Su Dude ti era permesso fare le cose senza avere la paura di essere criticato in modo spiacevole, secondo me perché Andrea è stato bravo a creare un gruppo di persone molto gentili. Eravamo tutti diversi, però avevamo un modo di comunicare che rendeva piacevole lavorare insieme. Io non sono una persona che sa lavorare in gruppo, solo con Dude ci sono riuscita. Mi ricordo che insieme facevamo l’Almanacco! Andrea, ci vuoi raccontare cos’era l’Almanacco?
Andrea: Tra il giovedì e il venerdì ci riunivamo virtualmente su Google Doc e facevamo la rassegna stampa della settimana di cose più o meno sceme, però non necessariamente. Quello era il momento più divertente della settimana per parecchi di noi.
Olga: Sì, però lo racconti in modo misterioso. Ognuno di noi aveva delle aree e, attraverso la griglia di Google, Andrea ci linkava delle cose interessanti che aveva visto sull’Atlantic, sul New Yorker oppure su altri siti stranieri; oggi li leggo perché me li ritrovo sul feed oppure semplicemente perché so che esistono, però nel 2013 per me non era così ovvio andarmi a leggere Atlantic. Di fatto l’Almanacco era la nostra rassegna stampa culturale settimanale.
Federica: Questi progetti, l’Almanacco o Circolo Disagio, nascevano insieme? Come vi gestivate questo tipo di lavoro qui? Facevate brainstorming?
Edoardo: Su Dude potevamo fare come cazzo ci pareva. Andrea ci fermava giusto un centimetro prima dell’illegalità o della blasfemia, era questo il bello. Non mi ricordo come è nato l’Almanacco. Eravamo molto porosi e permeabili ai fattori esterni ed era stimolante perché eravamo tanti, molto diversi tra noi. Non era sempre così tutto rosa e fiori: a volte ci incazzavamo, stavamo lì per ore a discutere…
Andrea: Ma quand’è che ci incazzavamo? Perché a me sembra che c’era molto poco conflitto, o almeno io l’ho processato così nel tempo.
Edoardo: Non lo so, non mi ricordo quand’è che litigavamo, non abbiamo mai litigato seriamente. Però c’erano dei momenti in cui le cose erano più intense e non era così scontato che lo fossero, quindi per alcuni era un impegno un po’ più importante, per altri era un passatempo, c’erano tante correnti e tante idee.
Federica: C’è anche un’altra questione di cui non so niente, ovvero se Dude abbia mai pagato. Sicuramente una parte del lavoro era gratuito, a tal proposito mi sembra anche naturale, no? Un progetto che si regge sulla volontà individuale ha bisogno di espedienti che lo rendano sostenibile, l’Almanacco mi sembra una cosa del genere, ma anche il fatto che vi trovavate bene tra voi, lavorare era piacevole… Forse la dimensione del conflitto che non si riesce a superare, che crea divisione, interviene quando c’è un’aspettativa lavorativa diversa, più organizzata. Starci bene dentro alla fine era l’unico modo per prendervi solo il meglio da un lavoro gratuito?
Emanuele: Io vi stavo ascoltando con grande interesse e mi sono reso conto che non mi ricordo praticamente niente.
Edoardo: Trauma? Rimosso?
Emanuele: No, no, zero trauma. Allora, io non sono mai stato pagato, quindi credo che questo sia il momento di capire, anche…
Daniele: Ah tu non venivi pagato?
Edoardo: Emanuele non lo pagavi?
Emanuele: In realtà io in quel periodo lì cercavo di fare più cose possibili nelle riviste in generale, quindi facevo Crampi Sportivi e Dude e poi avevamo pure una rivista di enigmistica che si chiamava Atlas, quindi avevo tre lavori non pagati. Però la prendevo molto seriamente. Cercavo di essere – e credo anche le persone intorno a me – più preso possibile dal progetto: facciamo tutti finta che questa è una redazione pagata, quindi lavoriamo e facciamo il meglio possibile. Ma ha ragione Olga, eravamo persone molto gentili, non amavamo litigare, sarebbe stato strano se avessimo litigato per Dude. Non credo che la dimensione economica c’entrasse più di tanto con il fatto che non litigavamo.
Andrea: Comunque voglio sconfessarti, a parte pochissime altre cose che sono entrate, l’unico momento in cui siamo riusciti a raccogliere dei soldi veri e ridistribuirli tutti è stato quando abbiamo stampato Trastevere. C’erano tipo, bo, forse netti 26 euro, non lo so, una cosa così.
Edoardo: Mi ricordo che li ho dati cash nelle buste, che sono andato da Valerio Mattioli con una busta con 25 euro e gli ho detto: “Noi ci teniamo a pagarti questo articolo”.
Andrea: Credo fossero 60, però non cambia molto.
Edoardo: Guarda, non lo so, però non mi stupirebbe se fossero stati 25. Poi erano altri tempi.
Daniele: Nel 2015 con 25 euro ti ci compravi casa.
Federica: Però ci sta pure questo fattore del Free Press. Voi non avete mai immaginato di far pagare la rivista? Perché?
Andrea: Non credo che abbiamo mai seriamente messo in discussione questo assunto. Il riferimento era Vice: la gente andava in giro per Roma a cercare la sua copia e gli sponsor davano una palata di soldi, funzionava così. Il modello Vice in quel momento manipolava tutte le nostre coscienze, è indubbio, da un miliardo di punti di vista, anche tutti quelli sbagliati. Ho provato a pensare: “Ma avremmo mai usato la parola democratico per giustificare questa scelta?”. Secondo me no. Era più una conseguenza. C’erano tantissime cose insieme, un’insicurezza enorme: ti dici “ma se costa anche solo un euro, chi cazzo se la compra sta cosa fatta da noi?”. Cioè, sei pazzo.
Valeria: Io e Giulio Pecci siamo arrivati molto dopo e, a proposito di soldi, nell’ultimissimissima fase un piccolo budget ce l’avevamo. Quindi posso dire di essere stata pagata. Con Giulio siamo la seconda generazione di Dude Mag, ma nonostante questo condivido l’esperienza di libertà, di avere un’idea, di farla, di poter scrivere quello che vuoi. Ero molto piccola e ingenua, pensavo che fosse scontato, invece poi ho scoperto che non era affatto così nel mondo delle riviste culturali.
Olga: Essere così liberi e non essere pagati ci metteva in una dimensione di roleplay game: vediamo se veramente mi piace stare in una redazione, vediamo come si fa. Poi ovviamente avevamo tutti dei lavori paralleli, a un certo punto vivevo in un college in Inghilterra e insegnavo scherma e nel frattempo mi facevo le riunioni per l’Almanacco. Avere la rete di Dude mi ha salvato da un periodo della mia vita che non esito a definire la mia leva militare. Poi era un’ottima scusa per presentarsi alle persone, scrittori del calibro di Nicola Lagioia, Rosella Postorino. Un’altra cosa importante che ha fatto Dude è stata quella di avere sempre, almeno una o due volte all’anno, un evento, quindi fare cultura offline. Mi ricordo che nell’estate del 2014 abbiamo fatto una sorta di bootcamp, lo avevamo chiamato Campo Dude. Lì mi pare che sia nata l’idea di BELLAGENTE, che era un modo per coinvolgere artisti, fotografi, musicisti, scrittori.

Edoardo: Hai citato Nicola Lagioia e mi è tornato in mente che l’avevo accompagnato a fare le fotografie da Officine Fotografiche per BELLAGENTE e l’ero andato a prendere sotto casa, tipo dalle parti dell’Esquilino. Lui aveva appena pubblicato La ferocia ed è stato tutto il tempo al telefono, lo chiamavano in continuazione agenti da tutto il mondo, mi diceva “Scusa, questa la devo prendere” ho fatto letteralmente da autista senza scambiare una parola con lui. Mi ricordo che a un certo punto stava al telefono con un’agente della Repubblica Ceca e sulla Colombo, diciamo all’altezza degli archi, c’era questo camion che io non avevo visto che ci ha sfiorati. Lagioia al telefono con l’agente ha fatto tipo uno strillo. BELLAGENTE sicuramente è stato l’apice di Dude Mag: ne abbiamo fatte tre edizioni di cui una addirittura al Monk. Forse è stato il nostro volare vicino al Sole; da lì poi le cose hanno iniziato un po’ a declinare. Ripensandoci adesso, dialogavamo con scrittrici, scrittori più affermati di noi e loro avevano molto interesse nel farlo, mi sembra ci fosse molto più rispetto per le riviste indipendenti da questo punto di vista… oggi, percepisco che questo c’è un po’ meno, si dà meno valore all’ecosistema delle riviste indipendenti. Non facevamo troppa fatica a intervistare Nicola lagioia, che comunque era uno che da lì poco avrebbe vinto il premio Strega. Addirittura, in alcuni casi, riuscivamo a far scrivere sulla nostra rivista – non pagati – degli autori che comunque avevano già pubblicato dei romanzi o fatto cose che erano molto più grandi di noi.
Federica: Non so se sia per paternalismo o per curiosità, ma nella mia esperienza, quella di stanca, non abbiamo enormi problemi a entrare in contatto con le persone; pubblicare autori più o meno affermati a titolo gratuito mi pare già molto più difficile. Creare un gruppo significa contribuire al progetto e farlo crescere non solo in un senso di visibilità o di sostenibilità economica, ma anche sostenere un’allucinazione collettiva alla quale si crede, perché fa guadagnare individualmente. Ma quanto vale nell’equazione questa allucinazione collettiva, a cosa si lega? Il discorso è complesso, ti devi trovare con persone che stimi, con cui lavori bene all’interno del gruppo perché sennò si disfa, no? Il fatto che non ci siano mai stati grossi conflitti potrebbe legarsi anche a questo, per creare una motivazione che non va avanti grazie ai soldi, ma grazie a quanto ci si crede, serve creare una relazione che possa permetterlo.
Elena: Il progetto non è nato come collettivo, ci siamo ritrovati a essere un gruppo, ma il referente era Andrea e il resto dei fondatori di Dude Mag. Però non è che ci siamo conosciuti e abbiamo deciso di lavorare insieme. Siamo stati fortunati perché ci siamo trovati tutti bene, credo anche perché c’era una sorta di filtro, Andrea, aveva le idee chiare e riusciva a coinvolgere persone che sapeva che in qualche modo avevano obiettivi comuni, mettiamola così. Dal punto di vista lavorativo a posteriori ci abbiamo guadagnato tutti, credo. Eravamo tutte persone ambiziose, quello che abbiamo deciso di dedicare a Dude non era solo l’idea di crescere assieme, di crescere come rivista, ma anche di crescere individualmente. Ognuno dei partecipanti a questa riunione ha raggiunto l’obiettivo lavorativo che in qualche modo si prefiggeva e credo sarebbe stato molto più difficile senza l’esperienza che abbiamo condiviso insieme in Dude Mag.
Olga: Io sono d’accordissimo con tutto quello che hai detto e soprattutto, si dice “Ti pago in visibilità” di solito non è vero, ma in quell’esperienza sì. Perché la visibilità che abbiamo trovato su quella piattaforma ha ripagato. Alla fine è stata veramente l’unica occasione in cui mi sento di dire che la visibilità sia stata un’effettiva moneta.
Elena: Sì, secondo me la differenza tra la visibilità e quello che ha dato Dude era il fatto di non dover fare qualcosa che ti veniva imposto dall’alto, non era tipo: “mi scrivi cinque articoli, ti do i temi, voglio queste battute”, non esisteva questa prassi. Tu scrivevi ad Andrea “Mi è venuta un’idea” e Andrea ti diceva “Sì, vai”. Alla fine ti presentavi veramente per quello che volevi, per le idee che avevi, per il tuo modo di scrivere.
Edoardo: Ripensandoci adesso, perché sono passati tanti anni e mi stanno tornando in mente le cose, questo metodo molto libero ci ha insegnato un mestiere. Era qualcosa in cui credevamo molto e poi quando si dovevano affrontare progetti un po’ più schematizzati, organizzati, come BELLAGENTE o il cartaceo su Trastevere, che richiedevano un minimo di regole, consapevolezza, limiti di battute, deadline, eccetera, era bello veder mettere all’atto pratico tutta una serie di cose professionali che avevamo imparato senza accorgercene in un ambiente molto libero. Per me a 24 anni vedere decine di persone venire a Trastevere a bersi una cosa perché in quel momento era interessante essere lì, perché avevamo fatto noi una cosa dal nulla, noi quattro scappati di casa, era una soddisfazione. La questione dei soldi non credo sia mai stata veramente un tema, ma anche impegnandoci per questo avremmo rimediato 200, 300 euro? Per carità, non è che facevano schifo, però non era la prerogativa. Tutti quanti, da lì a poco, avremmo iniziato a collaborare con altre riviste che magari ti pagavano 50 euro lordi per farti scrivere 15.000 battute rompendoti i coglioni su tutta una serie di aspetti. Su Dude abbiamo seminato delle cose che ci sono tornate molto più a distanza e che non hanno un valore stimabile da questo punto di vista. Questo si può collocare all’interno del discorso che c’è adesso, no? La cultura paga, non paga, le riviste quanto pagano… c’è sempre un po’ questa indignazione verso le riviste che non pagano, per esempio quelle indipendenti. Il problema è quando c’è una rivista che ti dice che ti paga e poi non ti paga o quando non c’è trasparenza. Se stai facendo un progetto che non ha soldi, autoprodotto, scegli di farlo in maniera volontaria e scegli di prendere quello che ti può dare. Non so perché abbiamo toccato spesso l’argomento soldi in questa conversazione, ma non è mai stato un fattore.
Federica: Secondo me può essere anche l’assenza di questo fattore che poi permette di fare le cose che vuoi fare davvero. Non è per capire direttamente il vostro rapporto con i soldi, però quello che alla fine emerge, come influisce e cosa determina l’assenza dei soldi crea un certo tipo di dinamica relazionale tra voi e la rivista e influenza, in un modo o nell’altro, che tipo di impegno si sceglie di mettere in un progetto.
Daniele: La visibilità serve esattamente ad arrivare al punto in cui poi ti pagano, perché funziona così. Una cosa positiva di Dude Mag era il livello di libertà formale e sostanziale che c’era nelle proposte e nel modo di realizzarle: ottenevi la visibilità che volevi tu e non quella del brand che ti stava pubblicando. Dude come brand veniva fuori dalla somma delle cose che pubblicava e non al rovescio. Per tornare un secondo alla questione del conflitto, ricordo che verso la fine ci sono stati più momenti del genere. Col senno di poi, è come se mi avessero segnalato che forse stava cambiando qualcosa nell’aria. Ricordo discussioni intorno all’aspetto politico di alcuni articoli… Io ero in una condizione particolare forse, continuavo a vivere a Lanciano, in Abruzzo, avevo vissuto in Australia, non avevo una percezione delle cose di cui si parlava nella città, avevo un approccio più provinciale. Ci furono discussioni interne che non mi sarei mai aspettato, molte critiche che non capivo, non erano nel mio orizzonte. Sarà stato il fatto che ci rendevamo conto che Dude veniva letto, veniva percepito come una rivista che stava dando un endorsement, una linea per la quale bisognava fare più attenzione. Non sarebbe mai sorto il bisogno di puntare i piedi su alcune cose se non avessimo percepito Dude come qualcosa di più che il blogghetto di amici che pubblicano articoli. Ma forse sono io che leggo a ritroso questa cosa.
Andrea: Il fatto è che siamo stati incredibilmente poco politici, dall’inizio alla fine. Personalmente è una cosa che mi dispiace molto, cioè, è una cosa che un po’ soffro.
Edoardo: Sì, è vero. Bene o male c’era una comunione di intenti da quel punto di vista, io ho sempre percepito un’intenzione che era quella di emergere dal basso anche da un punto di vista sociale, ma non era mai espresso chiaramente.
Andrea: Leggerlo con gli occhi del 2025 è pure un po’ strano. Molte cose, quasi tutto, ti sembra meno politico se lo confronti con oggi. L’abbiamo evitato forse, ma non credo tanto consapevolmente. Non è che ci fossimo mai messi lì a dire: “No, questa cosa non si può dire, quella cosa non la possiamo trattare”…
Elena: Secondo me era anche un po’ lo spirito del tempo: erano anni in cui non se ne parlava più di tanto, neanche collettivamente quando ci incontravamo. Eravamo completamente sintonizzati su altre frequenze, forse era l’età e la vita che facevamo, ma difficilmente finivamo per parlare a livello più collettivo e sociale di quello che facevamo.

Olga: A noi bastava essere antiberlusconiani e ci ritrovavamo politicamente ed esteticamente in questo. Quando poi Berlusconi si è tolto di mezzo, si è cominciato a fare tutta una serie di discorsi. Dude Mag è proprio nato quando c’era Berlusconi e la politica era con o contro, almeno per come la vivevamo noi. Era più un atteggiamento culturale che un posizionamento effettivo. Poi le cose sono cambiate perché è cambiato il modo in cui le persone hanno cominciato a interessarsi alla politica, a performare anche la propria posizione politica online.
Edoardo: Anche a livello di scuola di giornalismo venivamo da un periodo di grande stagnazione. Il periodo più intenso in cui abbiamo scritto per Dude era quello dei governi tecnici, un post-berlusconismo grigio e in cui non c’era molto. Ricordo che avevo provato a scrivere un articolo sul Movimento 5 Stelle che era agli albori, però non era proprio la mia ambizione quella di scrivere di politica.
Elena: Però era comunque strano parlare di cultura, senza parlare di politica. In qualche modo ti trovi a doverlo fare…
Daniele: Sicuramente delle cose c’erano, ma non c’era la dimensione conflittuale che oggi è evidente, adesso è tutto molto più polarizzato. Magari per avere lo stesso posizionamento in cui vedevamo spontaneamente noi stessi, oggi avremmo cercato di essere forse più conflittuali.
Edoardo: Pensandoci bene, in quegli anni chi è che invece era conflittuale?
Emanuele: Vice!
Edoardo: lo era? Lo consideri così?
Emanuele: Cazzo, sì.
Daniele: Un po’ sì, però ti arrivavano notizie tipo “Ah, i ragazzi hanno detto di essere un po’ più renziani”. Per cui era sì più d’impatto, però politicamente conflittuale… non lo so.
Emanuele: Certo, intendevo conflittuale nel senso di sfidante, provocatorio. Io sono d’accordo con il fatto che Dude non era molto conflittuale, ma secondo me è una cosa legata a Internet di quegli anni. C’erano già i social, ma Facebook era tanto diverso, tutto il panorama generale dei social network lo era, e soprattutto le riviste si intersecavano coi social network in un altro modo. Prima le piattaforme erano uno spazio che faceva da anticamera per l’esterno, ed era molto più facile per una rivista farsi leggere attraverso Facebook. Era un motore di crescita di lettori enorme e anche da quello nasceva l’ambizione, perché avevi la sensazione che arrivavi in qualche modo, gli algoritmi erano completamente diversi. Tutta l’infrastruttura di Dude è legata a un’idea di digitale molto più aperta. Andrea, soprattutto, ha avuto un sacco di grandi idee su una concezione di rivista organica, pensata come ecosistema. Producevano i video The Pills, l’evento di BELLAGENTE, le riviste cartacee per le quali avevano trovato una filiera economica legata al territorio, al quartiere, perché comunque era una rivista romana sostanzialmente, anche se non totalmente. C’era Asa Nisi Masa che era uno spazio che riponeva grande fiducia e ottimismo sul mondo digitale. Dude era molto contemporaneo in questo.
Federica: Questo è legato a quello che dicevate sulla politicizzazione. Io sono più giovane di voi, però ero presente sui social nel 2012 e non c’era la politica se non eri una persona che si interessava di politica. Voi quanto vi siete accorti che qualcosa stava cambiando? Scrivere su Dude, che aveva forgiato la sua identità su uno specifico momento digitale, mano mano che Internet si trasformava, diventava qualcosa di obsoleto? In fondo avete smesso di pubblicare nel 2022, quando già era cambiata l’ottica di come ci si presenta online.
Elena: In realtà questa cosa è coincisa anche con il fatto che ognuno di noi ha iniziato a lavorare, personalmente non ho fatto neanche in tempo ad accorgermi di questa trasformazione dell’ambiente rispetto a Dude Mag. Le giornate hanno preso completamente un altro sapore e quindi il lavoro vero, costante, quotidiano, di routine, un po’ è prevalso sulla percezione di quello che stava succedendo.
Olga: Ci collocavamo in una fase pre cultural wars, prima di quell’Internet polarizzata politicamente che abbiamo adesso. Quindi l’esperienza era molto smussata dal fatto che non esisteva ancora un linguaggio così determinato, così polarizzato come poi è stato dopo.
Edoardo: Effettivamente è una bella seduta di terapia perché probabilmente non è un caso se Dude alla fine, al di là dei vari cambi generazionali, mantenendo le stesse premesse di sempre, non è sopravvissuta alle guerre culturali, al post Internet e a tutto questo. Anche io mi sono sempre considerato un po’ la seconda generazione di Dude, perché siamo entrati che già esisteva. C’erano questi grandi padri fondatori Andrea, ma anche altre persone misteriose che per un periodo si manifestavano solo attraverso il loro nome, mi ricordo tipo un Riccardo, Riccardo P., chi cazzo era questa persona?
Federica: era la scena di Pomezia quella.
Edoardo: La scena di Pomezia, esatto. Che noi non abbiamo mai visto in realtà. Credo che l’ultimo periodo intenso di lavoro in Dude risalga al 2016. Non credo di aver pubblicato articoli oltre il 2017 su Dude Mag, ma era già una lunga coda, per cui tutta quella parte del mondo da Trump in poi l’abbiamo visto arrivare, ma non ricordo riunioni o articoli su Trump… forse si era esaurito un periodo, si era esaurito proprio un momento di Internet, un momento delle nostre vite, un momento di scena culturale. Poi crescendo e dovendo fare altre cose non siamo riusciti a – o non potevamo – evolverci ed è stato fatale. Per chi è venuto dopo di noi era troppo difficile. In generale, era molto difficile evolversi in quel mondo che stava cambiando senza interrogarsi sulle condizioni che avevano fatto nascere Dude: non siamo mai stati divisivi nei titoli, non abbiamo mai cercato la polemica che ti fa diventare virale, era tutto più un cazzeggio e forse rispecchiava un periodo della nostra vita che tutto sommato, in realtà, era felice. Con gli occhi del presente, forse era proprio un momento per il mondo che poteva essere percepito molto meno problematico, meno angosciante, sebbene all’epoca comunque lo considerassimo tale.
Elena: In realtà nel momento in cui noi finiamo di lavorare quotidianamente a Dude la scena romana diventa più movimentata dai tempi in cui scrivevamo noi. C’era più competizione, più progetti, più realtà che cominciavano a intravedere le possibilità di quello che in realtà noi avevamo fatto prima, aggiungendoci una prospettiva imprenditoriale di successo.
Federica: ma come vi incontravate, quando vi incontravate, vi incontravate? Perché ho capito che il grosso della questione organizzativa redazionale lo gestiva Andrea, ma le altre cose? Facevate riunioni? Olga aveva citato un incontro che avevate fatto insieme per più giorni, non mi ricordo bene…
Olga: Campo Dude
Federica: Esatto.
Olga: Campo Dude è stata una delle ultime riunioni che abbiamo fatto, la prima e l’ultima quasi tutti insieme perché mancava Edo e questo me lo legherò per sempre al dito. In generale ci incontravamo un po’ a casa di Andrea, mi ricordo, seduti sul letto. Oppure con Edoardo e Andrea sempre a Porto Fluviale…
Edoardo: A Porto Fluviale vero, ed era forse il periodo di Trastevere. Aveva appena aperto, tra l’altro! E ci sembrava… bo, va be’, basta.. cioè, se penso che Porto Fluviale per noi era un posto comunque interessante, porco due! Che periodo di merda. Ho appena detto che era un periodo felice invece, cazzo, cioè…
Federica: Forse era proprio perché eravate felici…
Edoardo: Forse dobbiamo dirlo, abbiamo sbagliato noi, abbiamo visto questa città cambiare, morire, gli spazi chiudere, non abbiamo fatto niente. Alla fine è vero, cioè, è inutile, ci stiamo girando intorno, ma la verità è questa, facciamo cagare, facciamo schifo e siamo degli irresponsabili.
Elena: È mezzo vero…
Edoardo: è vero, cioè andavamo a Porto Fluviale, ma cazzo, ma porco due! Che soggetti, cazzo, che pariolini di merda in realtà…
Elena: C’è anche da dire però che era uno dei pochi posti rimasti in cui potevi prendere una tazza di tè e rimanere tre ore a lavorare, che pure quella era una questione.
Edoardo: Vero anche questo, scusate.
Edoardo: Ma tu invece Ema, io non ho mai capito questa cosa, qual è stato il vostro incontro con Andrea?
Andrea: Io mi ricordo che c’erano Olga, Simone Bruno e Riccardo Papacci che era il suo coinquilino e c’era Ema collegato forse da Bologna? Mi sa che quella è stata la prima riunione che abbiamo fatto.
Emanuele: Io stavo a Bologna, sì, Simone Bruno mi chiese un pezzo su L’ uomo in più di Sorrentino.
Andrea: Che è il primo pezzo che hai fatto, mi sembra…
Emanuele: Sì. Mi commissionò quel pezzo e io ero gasatissimo.

Andrea: Io mi ricordo che Simone faceva tipo il muratore in quegli anni. Però non so che fine ha fatto, è un sacco che voglio vederlo… forse è arrivato il momento di citare tutti quelli che non ci sono e che hanno contribuito…
Olga: Alice Valeria Oliveri che il primo pezzo che ha pubblicato l’ho editato io ed era un racconto di lei che andava dal parrucchiere.
Andrea: Io avrei voluto invitare sicuramente Lolli, Francesca Sabatini che ha fatto un lavorone, Marco e Valerio Coletta… Poi c’era pure Sasha. Valentina e Sebastiano, Naccari… Comunque altra web serie che sarebbe stato bello produrre, abbiamo girato solo la pilota con Marco e Coletta, ma mi ricordo che Marco diventava uno scarafaggio, una cosa incredibile…
Edoardo: Tra l’altro, per trovare il tuo contatto scrissi a Valerio Coletta. Il grande merito di avermi messo in contatto con Dude ce l’ha lui. Ci eravamo intercettati perché loro facevano Book Skywalker e io gli scrissi: “Ma chi cazzo è sto Andrea Pergola? Ma mi date un contatto? Devo assolutamente scrivere per Dude Mag“.
***
Andrea: Forse te lo scrivevo quando ho rivisto Mulholland Drive, c’è lei che si alza, è praticamente morta, non c’è niente e nessun altro, sta vagando su Mulholland Drive, poi scende in questa rupe. Eravamo così, per questo abbiamo fatto Dude.
Federica: La terra desolata, ci facciamo una rivista. Ma ora cos’è Dude e perché facciamo le riviste?
Andrea: Secondo te, perché non ho preparato delle risposte, visto che mi avevi già condiviso queste domande?
Federica:Non lo so… sicuramente aspettavi la call, e questo mi sembra molto saggio.
Andrea: No, infatti, non le avevo preparate. Fare quella chiacchierata ha proprio restituito, e anche un po’ recuperato, il senso delle cose. È durato tanto, ma è anche passato un sacco di tempo.
Federica: Un check-out.
Andrea: Un bel check-out, esatto. E quindi il senso è questo. È quello che ti hanno detto anche loro: per tutti è stata quella cosa di, intanto, non voler diventare adulti. Che è la cosa più banale, ma forse è anche la più vera, il minimo comune denominatore. Sicuramente il magazine ci ha aiutato a seguire una strada molto diversa da altre possibili. Dude Mag era forse la cosa più ovvia con cui quella generazione, che veniva da un percorso culturale più o meno simile – le riviste che leggevamo erano quelle, la musica che sentivamo era quella – si esprimeva. Col senno di poi era proprio: “Ok, che fai? Fai una rivista, che altro devi fa’?”. Perché dovevo andare a giocare a calcetto? Certo, sarebbe potuta essere un’altra cosa.
Federica: Un film.
Andrea: Famo il film, sì. E lo è stato, nel senso: se penso all’esperienza di Tinti, Marcello… non hanno fatto esattamente la stessa cosa, ma siamo in quella bolla.
Federica: Hai cambiato l’ordine delle ultime pubblicazioni di Dude Mag, perché?
Andrea: Ho messo questo che parla di nostalgia del futuro, perché mi sembrava un finale coerente. Nel numero zero, quindi 2010, credo 2011, c’era nell’ aria questa forte nostalgia del presente. Penso sia stata davvero, tutto sommato, il motore scatenante della rivista: l’idea di queste persone che stavano lì a girarsi i pollici e sembrava che non potessero fare un cazzo. Cioè: “non c’è un cazzo da fare, che devi fa’? Tanto…”. Poi invece no. Prendi coscienza del fatto che puoi fare qualsiasi cosa, tranne la vittima piagnucolona. La maggior parte delle volte ci raccontiamo cose che non sono poi così a fuoco. Se penso a quel momento, la nostra convinzione era che a Roma non stesse succedendo un cazzo. In quel periodo la gente impazziva per Vice, che ti parlava del tizio tossico di Boston. Ok, ma parliamo del tizio tossico di Centocelle: posso fare la stessa cosa qui. Perché devi avere questa nostalgia di una cosa che sta “là”? Fallo qui, guardalo qui. Ovviamente sembra siano passate quattro ere geologiche. Un po’ perché abbiamo conosciuto meglio la storia della città, che all’inizio era un patrimonio che non avevamo, venendo da fuori. In parte è normale quando hai vent’anni e devi scoprire le cose che sono successe. Gli anni Novanta sono stati gli anni Novanta, ma da piccolo mi ricordo proprio di aver pensato: “Che decennio di merda, non è successo un cazzo”. A 13–14 anni capita di avere questa sensazione. Poi inizi a vedere le cose più definite, ma solo quelle attorno a te; oltre, di nuovo, non vedi più un cazzo. E quella sensazione, per me, va messa in discussione esattamente come il suo opposto. Non è necessariamente vero che non ci sarà qualcosa di incredibilmente buono domani. La sensazione, però, a volte è questa.
Federica: È come se tra il periodo che mi hai descritto – la nostalgia del presente – e il periodo della nostalgia del futuro non ci fosse mai stato un momento “in mezzo”. Nell’ accelerazione totale di questi ultimi dieci anni, secondo me c’entra anche il linguaggio. Io mi ricordo le prime riviste che ho letto da ragazzina: Vice, per esempio, scriveva con un linguaggio semplice, pulito, internazionale. Sembrava bello e rassicurante. Adesso c’è un altro tipo di linguaggio: il linguaggio è polarizzato, ma è anche spaventato. Tutte le cose che leggi sono catastrofiste, disfattiste: “è finita”, oppure “facendo questa cosa abbiamo causato il disastro”. Attraverso il linguaggio, in un modo o nell’altro, credi nella narrazione che funziona: “Qua non c’è un cazzo, là non ci sarà niente”. Per questo che poi fare le riviste, credo, ti “viene da dentro”: vuoi trovare un modo di dire le cose che non sia quello attorno a te, perché ti rendi conto che quel modo non ti include, non ti aiuta, non ti rispecchia…
Andrea: È un attimo che ti fissi sul linguaggio o che ti fissi su questa idea di cosa devi raccontare. A un certo punto diventi meno curioso. Noi tante cose ce le siamo perse, non le abbiamo raccontate. Era una rivista che nasceva per provare a creare il racconto di Roma, però poi si è perso il racconto di Roma. E questo ti dice anche tanto su cosa vuol dire raccontare un posto così grosso: che stai a fa’? Magari è pure sano dirsi “lascia perdere”, forse servono anche meno ambizioni. Trovare modi di rendersi disponibile nei confronti di chi c’è intorno. Se una rivista non pensa alla sua comunità di riferimento, non cura la sua comunità, non si fa curare dalla sua comunità, è davvero una rivista, oggi?

