Lucy sulla cultura nasce a inizio 2023, quando io e le mie colleghe di Stanca stavamo seguendo la Scuola del Tascabile. In quei mesi ci conoscevamo e scoprivamo le riviste culturali, lontanissime galassie astratte e oscure. La sensazione generale era che l’editoria fosse morta, le riviste fossero morte, eravamo arrivati in ritardo. La fatica era capire un mondo che non vedevamo e che ci sembrava non fosse tangibile e in movimento. L’idea che dietro alle riviste ci sono delle persone a cui piace leggere i nostri stessi libri, andare ai concerti, fare serata, steccare le sigarette non ci passava proprio per la testa. Poi a un certo punto, nel giro di qualche mese, due nuove riviste culturali nascono da zero. Lucy sulla cultura con una redazione di trentenni che vengono dalle esperienze di Vice, podcast con a capo Nicola Lagioia e Snaporaz (di cui abbiamo già parlato) con a capo Filippo D’Angelo e Gianluigi Simonetti. La cultura aveva improvvisamente delle fattezze umane, conoscevo Irene Graziosi dal progetto di Venti e per la serie di interviste La prima volta, Matteo Grilli e Giada Arena avevano scritto pezzi per Vice che avevo letto negli anni, Nicola Lagioia aveva da poco pubblicato La città dei vivi che era apparso ovunque. Avevo ascoltato anche il podcast un po’ macchiettistico ma vividissimo tratto dal suo libro. Per un breve periodo ho pensato dai, se lo fanno loro, forse possiamo farlo anche noi. Non avevo ancora sentito parlare di piani editoriali, finanziamenti a fondo perduto, bandi europei, bilanci. Il mondo della cultura era tutto da scoprire.
Sono passati poco più di tre anni dalla nascita di Lucy. Oggi non è solamente una rivista culturale ma si è espansa a macchia d’olio: pubblicazioni editoriali, agenzia di comunicazione, corsi di formazione e un nuovo progetto di rivista, Lucy sui mondi, completamente dedicato alla scienza. Per fare una cronistoria della storia di Lucy mi incontro con Irene Graziosi, editor della rivista fin dalla sua fondazione.
Come nasce l’idea di Lucy?
L’idea è nata molto prima della messa online. Inizialmente si sono incontrate le visioni di Paolo Benini, proprietario e presidente di ADD, Nicola Lagioia e Giorgio Gianotto. Il tempo dei blog culturali era finito, la cultura viveva principalmente sugli inserti culturali e pochi magazine online che però raramente sfruttavano altri formati oltre a quello scritto. Ed era anche il momento in cui fiorivano tantissimi progetti sui social, tipo Will, tante cose diverse, soprattutto rispetto ai linguaggi.
E tu come ci entri?
Mentre loro avevano quest’idea, io lavoravo ancora per Venti (il progetto Youtube nato da un’idea di Sofia Viscardi) e andai a intervistare Nicola per un’uscita della rivista. A lui piacque molto la “leggerezza” produttiva della faccenda – eravamo in tre con una camera e un microfono, molto agili. Credo che questa cosa, per lui che era forse più abituato a interviste un pochino più pesanti come produzione, lo avesse colpito. Quindi mi chiese di collaborare al Salone del Libro di Torino gestendo una striscia quotidiana su YouTube. Avevamo pensato a una sorta di salotto letterario in cui gli scrittori venivano a decomprimere il casino del salone in un ambiente informale. Era il 2021, l’edizione live di ottobre dopo la chiusura causa Covid.
Come si mette insieme la squadra?
Poco tempo dopo quella collaborazione, Nicola mi disse che voleva incontrarmi a Milano insieme a Giorgio Gianotto e a Maddalena Cazzaniga che è la fondatrice di Babel, un ufficio stampa culturale, che lavorava anche al Salone e che era una collaboratrice di fiducia di Nicola. Mi dicono che con Paolo Benini, che ne sarebbe diventato presidente, avrebbero voluto fondare un progetto culturale multimediale. A quel punto servivano delle persone per farla – persone giovani che avessero un po’ di esperienza con i vari formati. Quindi chiamai un po’ di persone che ritenevo adatte: c’era Giada Arena, che era molto ferrata sui podcast, ma in generale poi ha fatto anche tutta la parte di strategia social. Emiliano Ceresi, che è tutt’ora da noi, un editor molto bravo, filologo, aveva un occhio sicuramente più sensibile rispetto agli altri sulla letteratura. Lorenzo Gramatica, che è veramente bravissimo e di fatto in questo momento è forse diventato la colonna portante a livello di responsabilità editoriale di Lucy – lui lavorava in pubblicità, quindi era anche una persona che sapeva lavorare con una disciplina veramente ferrea, che è una cosa rara in questo mondo. Più di recente, ma oramai neanche così di recente, è entrato Nicola Cosentino, che era un nostro bravissimo autore e ci piaceva molto il suo sguardo sul mondo e il suo aplomb, così non abbiamo avuto dubbi quando abbiamo dovuto chiamare qualcuno a lavorare con noi. Un grande. Ed è stato anche molto bello vedere invece crescere alcune persone che sono arrivate da noi molto giovani, come Irene Moro ed Elena Sbordoni, che in poco tempo sono diventate fondamentali e abbiamo proprio visto quanto sono cresciute sia come donne che come lavoratrici.
Quando avete smesso di immaginarla e avete iniziato a farla davvero?
Abbiamo vissuto il 2022 vedendoci almeno uno o due weekend al mese, per fare degli esercizi d’immaginazione che però ci sono serviti a conoscerci; perché ovviamente immaginare è molto diverso da vedere una cosa realizzata davvero. Da settembre 2022 abbiamo mollato i nostri lavori, ci hanno fatto dei contratti e abbiamo iniziato a lavorare quotidianamente a questa cosa per davvero.
Snaporaz nasce nello stesso periodo. Come vi siete differenziati?
Io sono abbonata a intermittenza a Snaporaz, mi piace molto quello che fanno, è rinfrescante leggere articoli di critica così trasparenti di questi tempi. Sono stati bravi a creare un’identità molto precisa, che probabilmente rispecchia le personalità dei suoi creatori. Nel nostro caso credo che l’identità si sia creata man mano attraverso anche le idee di tutte le persone che hanno fatto parte della rivista o che ancora ne fanno parte, quindi c’è sempre una mediazione – che spesso risulta anche da litigate varie. Poi l’identità è una cosa che si crea con il tempo, quando “fai” la rivista ti rendi conto di che cosa vuoi pubblicare, chi ti piace, chi sono i tuoi autori.
Lucy nasce come una rivista con formato “magazine”, ogni mese si approfondisce un tema diverso. Perché questa scelta?
All’inizio è stata probabilmente una strategia che metteva al sicuro: è rassicurante avere un tema perché magari non hai ancora degli autori fedeli e non sai neanche benissimo come si fa una rivista che ancora non esiste, non sai cosa significa gestire il flusso dei pezzi, l’attualità. È bello avere questi pezzi mensili a tema perché sono anche più profondi, trattati meglio a livello grafico, c’è una cura diversa. Però è molto complicato, perché ovviamente è una sezione in più a cui prestare attenzione, devi lavorare anche su temi non di attualità, devi essere tu a pensare ad autori che hanno scritto qualcosa sul tema magari anche molti anni fa. Una cosa che abbiamo fatto di recente è slegare la lezione video (Lucy ha anche un canale Youtube con vari approfondimenti e un format intitolato “Lezioni” in cui si approfondisce una tematica attraverso la lezione di un ospite) dal tema del mese. Soprattutto perché escono un milione di saggi interessanti e non possiamo ogni volta pensare a qual è l’unico saggio uscito sullo specifico tema del mese, se quella persona saprà parlare in pubblico, se le va di farlo, se è ancora viva. E poi il tempo passa, un po’ di temi sono stati fatti, bisogna inventare sempre cose nuove.
Lucy nasce come una rivista gratuita, ma ha sempre messo in chiaro che sarebbe diventata a pagamento. Quando si parla di riviste mi sembra che il mondo si spacchi a metà: le riviste (e le fanzine) più punk e libere ma che non pagano gli stipendi e quelle più “istituzionali” e che rendono la cultura un lavoro. È anche vero che manca un sostegno strutturale per le riviste, sono quasi completamente assenti bandi pubblici o fondi statali che le sovvenzionino, rendendo complessa la sostenibilità di realtà più piccole o senza finanziatori iniziali. Lucy mi sembra nata già con un programma di business alla mano.
La parte business c’è stata fin dall’inizio e Deborah Sgrò ne è a capo. Noi non viviamo solo degli abbonamenti, Lucy è diventata in poco tempo una galassia piuttosto complessa. Abbiamo la parte business, i corsi, l’abbonamento, i festival – l’ecosistema si è espanso come aveva progettato che succedesse fin dall’inizio Paolo Benini. Lui voleva creare questa realtà culturale vasta. Io sono una grande pagatrice di abbonamenti ai giornali, alle riviste – mi viene naturale pagare per il New Yorker, il NYT, la Paris Review. A volte accendo e spengo gli abbonamenti, però ecco, cerco di sostenere i lavori che mi piacciono. In Italia c’è sempre questa idea per cui la cultura deve essere gratis. È un’idea bellissima, io per esempio di Roma adoro l’infinita quantità di eventi culturali gratuiti nei Municipi sostenuti dal Comune, ma come dici tu, se non ci sono sovvenzioni come li paghi gli stipendi? Nel mondo culturale questo degli stipendi è un tema. Poi nel nostro caso c’è una persona, Benini, che ha fatto questo grande investimento iniziale credendo in un progetto che non esisteva. È legittimo che ci voglia rientrare. I finanziamenti pubblici sarebbero ovviamente un sogno, ma direi che dovendo scegliere a chi dare soldi, in un Paese come l’Italia, mi auguro vengano prima sanità pubblica, la scuola e via dicendo.
Volevo chiederti anche del rapporto tra rivista e social. Mi sembra che Lucy, fin da subito, si sia posizionata sui social in maniera forte. L’identità è precisa, colorata, adatta anche per la Gen Z.
Questo è merito principalmente di Giada Arena, che ha dato un’impostazione iniziale, è molto brava. Dovendo usare i social, li volevamo usare anche bene. Però è una trappola: da una parte portano pubblico, dall’altro ci sono tutte le limitazioni – parole che usi, titoli, quanto può stare, quante lingue puoi usare.
Quello che funziona sui social funziona anche sul sito?
Non c’è quasi nessuna correlazione tra un post che viene molto letto e un articolo che viene molto letto. Magari un articolo ha tre commenti e fa 70.000 views, e viceversa. Ci sono post che parlano di temi che tirano sui social, tipo, che ne so, il femminicidio, e quindi ci sono tantissimi commenti, ma l’articolo lo leggono in tremila. Penso che spesso le persone non sappiano nemmeno che un post corrisponde a un articolo. È difficilissimo prevedere che cosa andrà davvero bene.
Come scegliete cosa pubblicare?
Buona parte degli articoli li commissioniamo noi come redazione — questo tema è interessante, chi ne può scrivere? Ci arrivano proposte alla mail, tantissime. In questo caso se e il tema ci interessa ma non conosciamo l’autore diciamo: “Se vuoi scrivilo ma non è detto che lo pubblichiamo”. Però molti dei pezzi che escono sono pensati originariamente dalla redazione.
E per i numeri tematici? Chiamate voi gli autori?
Per il monografico scegliamo il tema, poi chi chiediamo come ci interessa che sia analizzato, vediamo cosa ci viene in mente e alla fine pensiamo agli autori. Di solito gli autori a cui pensiamo sono quelli di cui ci fidiamo molto. C’è Paola De Angelis che è bravissima, con dei pezzi che praticamente non devo toccare. Pacifico sta scrivendo una serie di pezzi per noi che sono davvero belli. Lucia Tozzi anche è una nostra autrice affezionata, così come Eleonora Dragotto, Nadeesha Uyangoda, Rosella Postorino… ovviamente c’è tutta una parte di autori più giovani che cerchiamo di crescere, però la facciamo con attenzione: una cosa è avere un pezzo che ti prende tre ore di lavoro, una cosa è avere un’andata e ritorno che te ne porta via otto. E se hai quaranta pezzi oltre al resto bisogna imparare a dosare le energie.
Quanto pesa quello che piace a te su quello che esce?
Io commissiono anche quello che mi interessa – cos’è che leggo sui giornali che cattura la mia attenzione e che può essere ampliato, eventuali fenomeni che mi fanno porre delle domande. Dopo che ho avuto un figlio, abbiamo fatto un mucchio di pezzi sulla maternità, sull’allattamento, perché mi interessavano. Un po’ mi dispiace essere l’unica donna in redazione, secondo me questa cosa fa sì che ci siano meno articoli orientati a un pubblico femminile. Prima con Giada ci pensavamo almeno in due. In generale adesso ci vediamo anche meno, inizialmente avevamo un ufficio a Milano perché vivevamo praticamente tutti lì ed era comodo avere un luogo di riferimento e di scambio. Poi ci siamo sparpagliati, la redazione è un pochino cambiata, quindi finisce che ci vediamo in call oppure in presenza ma più di rado.
Lucy sarà ancora rilevante tra dieci anni?
Dipende da quanto sei in grado di evolverti e quanta voglia hai di farlo. Le cose cambiano e cambiando si diventa un’altra cosa, e quella cosa può essere ancora rilevante. Mi chiedo più che altro quanto sarà rilevante la cultura tout court! Leggeremo ancora? Saremo ancora interessati ai film? I social ci rincoglioniranno completamente? Gli articoli diventeranno definitivamente delle card? Riceveremo sempre più pezzi scritti con le AI (succede di continuo) e smetteremo di accorgercene? Il problema è che la cultura cambia e cambiano i modi di fruirne e quindi magari Lucy sarà ancora rilevante ma in una riserva indiana sempre più piccola. O magari invece, se vogliamo essere ottimisti, ChatGPT partorità una nuova versione di se stessa che prenderà possesso di internet e manderà in vacca i social e ci ordinerà di leggere dei libri e poi si autodistruggerà e torneremo tutti a essere alfabetizzati.


Lascia un commento