Non è per amore di iperbole se diciamo che una quota significativa del metabolismo culturale delle riviste online italiane è passata per Prismomag. Tra il 2017 e il 2020 esisteva un desiderio molto concreto: finire trasformati in meme su Automatizzato Comunismo Memetico, interfaccia pubblica del gruppo Facebook Suona come il Sinistralibro italiano ma va bene, oggi archiviato semplicemente come Sinistralibro. In un ecosistema che oscillava tra il mantra reazionario “The Left can’t meme” e la scorciatoia cognitiva del Too Long; Didn’t Read, quel gruppo funzionava contemporaneamente come laboratorio di critica culturale, para-accademia di theory e assemblea permanente, attraversata da flame fratricidi ma anche da una sorprendente densità teorica. Militanza estetico-memetica, vademecum di filosofia politica e leggende metropolitane convivevano nello stesso feed – inclusa quella, poi verificata, della presenza del social media manager Treccani tra gli iscritti.
Trovai lì per la prima volta condiviso un articolo pubblicato da Prismo. Era il 2018 ed era firmato da Matteo Corradini. Una rivelazione. L’ingresso nella giungla stilistica delle Bizzarre Avventure di JoJo avveniva attraverso una critica che, passando da Araki, apriva vortici tra Gauguin e Gucci. La rivista aveva cessato le pubblicazioni proprio nell’anno di fondazione del Sinistralibro, il 2017, quest’ultimo ne divenne di fatto una camera d’eco postuma, un archivio affettivo e teorico in continua riattivazione.
Attorno a Prismomag gravitava una costellazione che avrebbe poi acquisito visibilità autonoma – Alessandro Lolli, Tommaso Guariento, Flavio Pintarelli – insieme a nodi provenienti da altri archivi della rete, come Raffaele Alberto Ventura di Eschaton, presenza polemica stabile nel gruppo, secondo solo ad Alessandro Longo, figura evanescente legata a Bispensiero. All’interno di quel campo compariva pure Valerio Mattioli, caporedattore della rivista e in seguito editor di NOT. Prima che l’accelerazionismo entrasse stabilmente nei cataloghi editoriali italiani, prima che Realismo capitalista assumesse lo statuto di oggetto teorico condiviso, una parte del lessico circolava già in forma embrionale su quelle pagine. L’ipotesi stessa di una genealogia accelerazionista italiana passa da quel deposito.
Fondata nell’aprile 2015 da Timothy Small (direttore) insieme ai caporedattori Cesare Alemanni e Valerio Mattioli, Prismo è stata la prima rivista culturale online italiana a trattare in modo sistematico anche i videogiochi, accanto a serie tv, musica ed estetiche native dell’internet, territori che altrove restavano ai margini. La vocazione all’eterogeneità era programmata: parlare di politica e fantascienza, arte contemporanea e saghe miliardarie con competenza, ma anche con il diritto alla tangente, al riflesso e al cortocircuito. Una linea editoriale che provava a non semplificare il caos dell’epoca ma ad abitarlo. Le pubblicazioni si interrompono nel giugno 2017, quando parte della redazione confluisce nell’esperienza del Il Tascabile, segnando una migrazione significativa di capitale simbolico nel nuovo ecosistema culturale.
Proseguire la mappatura delle webzine italiane significa allora attraversare la traiettoria editoriale di Valerio Mattioli come se fosse un nodo di rete: scrittore, critico musicale, membro degli Heroin in Tahiti, figura di condensazione attraverso cui osservare le trasformazioni estetiche e teoriche della controcultura italiana contemporanea. Tornare a Prismomag non è un’operazione nostalgica ma un modo per guardare a quando il web ha smesso di essere soltanto un mezzo ed è diventato ambiente, linguaggio, archivio e mitologia operativa.
Prima di tutto, vorrei che tu mi aiutassi a fugare un dubbio che mi perseguita. Il Sinistralibro era stato concepito come una psyop dell’editoria indipendente italiana? Non ci sarebbe nulla di male, ho solo l’impressione di essere stato manipolato.
A dirti la verità non ho mai avuto alcun legame con il Sinistralibro. Forse su Prismo scrivevano persone che erano presenti sul gruppo, ma si trattava al limite di collaboratori esterni.
Ok, torniamo seri. Ogni volta che si parla di riviste culturali italiane con qualcuno del settore è naturale che a una certa emerga il nome di Timothy Small. Mi è sempre parso una sorta di Bobi Bazlen di quello che è stato a tutti gli effetti una nuova storia del dibattito culturale in Italia. Qual è la storia del vostro incontro?
Stando allo storico della mia casella email, il primo contatto fu nel 2009, quando mi contattò a nome di VICE Italia (di cui era direttore) per chiedermi se mi interessava intervistare US Girls, una musicista americana di cui era previsto un concerto a Roma.
Quale è stato il percorso che poi ti ha portato a collaborare con lui?
E’ successo tutto in maniera piuttosto spontanea. Ogni tanto ci sentivamo, lui mi chiedeva un pezzo oppure io ne proponevo un altro, e tra una cosa e l’altra è andata avanti così per anni. In parte, scrivere per VICE significava adeguarsi a un linguaggio che non digerivo granché – sai, quella ironia un po’ cinica molto millennial – e certi editing mi facevano accapponare la pelle, ma a parte questo mi veniva concessa una libertà pressoché totale e spero anche di aver scritto almeno un paio di articoli interessanti.
Non ho mai saputo bene perché Tim abbia cercato uno scoppiato come me. Credo che mi conoscesse per via di Blow Up, un mensile musicale (di carta – e tuttora esistente) a cui all’epoca collaboravo scrivendo per l’appunto di musiche underground, molte delle quali volutamente inascoltabili. L’altra rivista a cui collaboravo, completamente diversa e molto più mainstream, era invece XL, il mensile di “culture giovanili” de La Repubblica, che credo che Tim trovasse semplicemente orribile. Ma a pensarci bene nel 2009 c’era già NERO, che ai tempi era ancora una rivista cartacea molto rivolta al mondo dell’arte, di cui senz’altro Tim era fan. Nel 2009 non ero ancora parte della redazione, ma i ragazzi di NERO erano miei amici e in un modo o nell’altro ho sempre orbitato nel loro giro. Prima ancora invece c’era stata l’esperienza Torazine, che tuttora considero l’apice assoluto della mia esperienza diciamo così “editoriale”…
Ah ma quindi hai scritto su Torazine? (Lo ricordiamo ai profani: parliamo della “rivista più radicale di sempre: Comunismo acido, techno a 666 BPM, fanatismo chimico, humor malato, perversioni estreme: in una parola, Torazine”)
Non proprio. Cominciai a partecipare alle riunioni di redazione (che a loro volta erano qualcosa di mitologico) dopo il 2001, quando già l’esperienza di Torazine si avviava alla conclusione, tanto che alla fine pubblicammo una rivista sostanzialmente nuova chiamata inizialmente Torazine-Catastrophe, e poi semplicemente Catastrophe, di cui uscirono tre numeri tra 2004 e 2006.
Qual era la principale differenza?
Direi che Catastrophe era molto più… pop. Torazine – il cui primo numero, lo ricordo, uscì nel 1996 e quindi esattamente trent’anni fa – era una rivista molto estrema, delirante, per tanti versi illeggibile, legata alle frange più apocalittiche della cultura rave. Per me resta la migliore rivista mai uscita in Italia, e infatti con NERO abbiamo pubblicato l’antologia definitiva giusto un paio d’anni fa. Catastrophe invece, la aprivi e almeno capivi cosa c’era scritto. Il tono era più leggero, meno tossico, le grafiche più pulite… D’altronde, rifletteva anche un cambio di clima: la stagione d’oro dei rave era finita da un pezzo, si era nel pieno del riflusso post-Genova 2001, stava emergendo la “club culture” per come ancora la concepiamo oggi… Puoi facilmente farti un’idea della differenza tra le due riviste sul sito di Grafton9, l’archivio storico dell’underground italiano, dove hanno scansionato sia l’una che l’altra.
Siamo ancora nella preistoria di Prismo, quali sono state le tappe storiche e biografiche che ci separano dalla sua nascita?
Nel mio caso, successe che nel 2004 il primo numero di Catastophe finì nelle mani di un giornalista chiamato Eugenio Cirese, che a sua volta la girò a Luca Valtorta, il direttore di un nuovo mensile che Repubblica stava concependo per il “pubblico giovane” – e quel mensile era appunto XL, il cui primo numero uscì nel 2005. Per farla breve, cominciai a collaborare con loro, il che per me fu un’esperienza parecchio strana. Voglio dire, nonostante lo stesso Valtorta venisse da trascorsi cyberpunk, XL era una rivista spudoratamente mainstream: copertine con Vasco Rossi, interviste ad attori famosi, rubriche di viaggi, tirature da centinaia di miglia di copie… Era un immaginario molto lontano dal mio, che venivo da trascorsi orgogliosamente fanzinari e do-it-yourself – e infatti su XL ero quello che tipicamente si occupava delle “cose matte”, un po’ del genere “strano ma vero”. Però c’erano anche dei vantaggi che personalmente non avrei mai preventivato. Per esempio i viaggi: ogni tanto mi spedivano a New York, a Londra, a Barcellona, a Los Angeles, di solito per qualche intervista o reportage pagato dalla casa di produzione di turno che doveva spingere un film o un disco o quello che è. La cosa assurda (per me) era che i voli erano sempre in business class e gli alberghi sempre a 5 stelle, poi c’erano le note spese su cui potevo caricare pranzi, cene, taxi… Quindi ecco, per tre o quattro giorni facevo la vita del ricco dall’altra parte del pianeta, poi tornavo a Roma e mi ritrovavo senza soldi sul trenino di via Casilina in direzione Torpignattara – diciamo che era un’esperienza interessante.
E poi ovviamente XL pagava bene. Se ricordo bene, per un articolo di 10.000 caratteri prendevi qualcosa come 500 euro – più di quanto spendessi per l’affitto all’epoca (era una Torpignattara d’altri tempi). Se poi sullo stesso numero riuscivo a infilare più di un pezzo, mi ero praticamente guadagnato la bella vita – almeno per un mese.
Prima di allora non venivi pagato per scrivere articoli?
Non ci avevo proprio mai pensato! Il discorso sarebbe molto lungo e complesso, ma vedi: io, banalmente, non ho mai scritto “per essere pagato”. Ero cresciuto col culto delle fanzine, e quello è un mondo che regge su tutta una serie di valori in precisa opposizione al mercato, e quindi anche a quella che chiamiamo “industria culturale”. Perché l’industria culturale è quella cosa che dicevamo prima: le marchette, i romanzi noiosi, il film “di cui bisogna parlare”, le case editrici mainstream, o anche quelle non mainstream che alla fine è lo stesso, il dibbbattito (con tre b) sui libri… E a me quella roba non interessava, nel senso che proprio non la contemplavo nelle cose che mi piaceva leggere, ascoltare o guardare. Avevo interessi piuttosto di nicchia paragonati a quelli che da sempre girano nella “cultura ufficiale”, e davo per scontato che con interessi di quel tipo di certo non avrei svoltato – e mi stava benissimo così, sia chiaro.
Però mi piaceva l’idea di entrare in contatto con altre persone che condividevano gli stessi interessi, ed è per quello che guardavo alla cultura delle fanzine: l’idea non era “vendere copie”, ma costruire una comunità, stabilire legami, condividere esperienze, tutto nel più puro spirito do it yourself. Per farti capire: il mio sogno a vent’anni era trovare un lavoro che mi costasse relativamente poca fatica (nel mio immaginario, non so perché, l’ideale era fare il commesso in un alimentari) così che poi la sera avrei avuto tempo per scrivere le mie stronzate, fotocopiarle e spedirle in giro ad altri che condividevano i miei gusti e le mie passioni. L’unica aspirazione che forse potevo avere era quella di essere un giorno riconosciuto come “critico musicale”, perché sapevo che ai critici musicali venivano spediti i dischi gratis (sono cresciuto quando queste cose ancora esistevano e una cosa tipo Spotify non era nemmeno immaginabile), ed essendo la musica una mia grande passione, ero sempre a caccia di metodi per non dilapidare il mio patrimonio nei negozi di dischi. E infatti è per quello che a partire dal 2000 cominciai a subissare il già menzionato Blow Up (che era la mia rivista di musica underground preferita) con proposte di articoli e recensioni che venivano puntualmente rispedite al mittente, anche perché in effetti erano scritte di merda.
La cosa buffa è che finalmente su Blow Up riuscii ad arrivarci proprio grazie a XL, che di Blow Up era l’antitesi per eccellenza. Nel senso che un giorno scrissi a Stefano Isidoro Bianchi, che era (ed è) il direttore della rivista, presentandomi con una formula del tipo “ciao, sono Valerio Mattioli, un giornalista di Repubblica”, e chiaramente quello forniva un po’ più di credibilità alla mia autocandidatura. Poi ovviamente appena cominciai a scrivere per Blow Up le case discografiche smisero di mandare i promo in formato fisico e tutto quello che rimediavi erano dei file mp3 e poi direttamente un link streaming, ma vabbè, almeno riuscivo a entrare gratis ai concerti (uno dei rari privilegi che ti garantiva “scrivere per Blow Up”)…
Una versione nobile per rendere quello che sto cercando di dire è che, tuttora, a me non interessa il “lavoro culturale” (anche perché il lavoro, di qualunque tipo esso sia, è sempre una merda), quanto piuttosto la “miltnza culturale”. Ma la realtà è molto più semplice: ed è che l’industria culturale mi fa cagare adesso come mi faceva cagare a vent’anni. Quindi vedi, è praticamente un paradosso che io alla fine nell’industria culturale abbia finito per lavorarci, per quanto atipica sia una casa editrice come NERO. E infatti dentro NERO sono noto per essere quello che propone sempre progetti in perdita – tipo che ne so, i festival gratis di dieci giorni. Non guadagni niente, sperperi denaro che poi dovrai recuperare nei modi più contorti e rocamboleschi, ma almeno ti diverti e conosci bella gente. Per fortuna, essendo buona parte della redazione di NERO composta da altri ex fanzinari come il sottoscritto, sono proposte che di solito non portano dritte al mio licenziamento ma vengono addirittura accettate.
Con gli Heroin in Tahiti avete fatto otto anni di musica in parallelo a Prismo. L’Italian Occult Psychedelia secondo te nasce prima dalla scrittura o dal suono? C’era una specie di atteggiamento di base che cercava poi forme diverse?
In realtà gli Heroin in Tahiti (ovvero il sottoscritto assieme a Francesco De Figueiredo, uno dei fondatori di NERO) precedono di molto la nascita di Prismo – tieni conto che il nostro primo disco uscì nel 2011. Non so bene come rispondere alla tua domanda: ai tempi, venimmo infilati dentro questa sorta di nuovo microgenere (inventato da Antonio Ciarletta proprio sulle pagine del già citato Blow Up) chiamato Italian Occult Psychedelia, che a sua volta venne interpretato come una forma italo-mediterranea di hauntology. E visto che su Prismo di hauntology ci siamo occupati spesso… non so, forse un collegamento c’è.
Quanto della tua esperienza nel mondo fanzine è stato riversato nel lavoro con Prismomag? È un po’ come se le riviste online avessero assunto la funzione delle fanzine?
Be’, Prismo aveva senza dubbio una sua anima fanzinara. Ma in realtà il vero anello di congiunzione tra una prima fase delle riviste online e le vecchie fanzine do it yourself fu la breve stagione dei blog, che ormai nessuno si ricorda più. Tanti autori di cui poi avremmo scritto e riscritto prima su Prismo e poi su Not – uno su tutti: Mark Fisher – si fecero un nome proprio ai tempi della cosiddetta “blogosfera” (anche se a dire il vero Fisher io lo conoscevo da prima in quanto collaboratore di Wire, la rivista inglese di musica a cui segretamente si ispirava la stessa Blow Up).
Ok quindi ad un certo punto, dopo XL e Blow Up, Tim Small ti coinvolge dentro VICE e poi arriva Prismo.
Sì, e a quel punto siamo già nel 2014. Tim aveva appena lasciato VICE ed era stato assunto da Alkemy, un’agenzia di comunicazione di Milano, per la quale sviluppò dei progetti di quello che andava sotto il nome di “branded content”. Qui ci sarebbe da aprire una parentesi immensa su come per anni il tema sia stato proprio quello di “capire come farsi pagare scrivendo contenuti online” – come vedi, sempre lì si torna: al soldo. Col branded content, a finanziarti erano aziende o marchi che pensavano che pubblicando – o meglio finanziando – una rivista online facevano bella figura col pubblico “giovane e creativo”, posizionandosi presso la fascia di pubblico 20-35, quella più ambita dagli uffici di marketing. In questo senso, Prismo era stato concepito come una specie di biglietto da visita che Alkemy presentava ai suoi potenziali futuri clienti: “ecco qua quello che siamo in grado di fare, un magazine online bello e curato, con queste firme qui ecc ecc. Queste stesse firme, con questo taglio che piace ai giovani, sono a disposizione per nuovi progetti editoriali ritagliati sui bisogni del vostro brand” – qualcosa del genere, più o meno.
Tim però fu molto bravo a costruire una specie di cordone sanitario attorno a Prismo: l’obiettivo non fu mai “invogliare futuri clienti” (che comunque in effetti arrivarono: io stesso mi sarei occupato di una rivista brandizzata Moleskine chiamata The Towner), quanto scrivere quello che ci pareva, nel modo in cui ci piaceva – il tutto pagati da Alkemy.
A me sembrò subito una furbata – nel senso più alto e positivo del termine, benintesi. Anche perché a quel punto i miei propositi di lavorare come commesso in un alimentari erano ormai evaporati, ed era una piacevole novità ricevere uno stipendio per blaterare delle cose che mi interessavano senza ridursi a marchette e interviste a tizi di cui non mi fregava niente come giocoforza capitava su XL, che tra l’altro aveva chiuso pochi mesi prima.
Come descriveresti Prismomag a chi non ha vissuto il passaggio da una scrittura online densa e bloggizzata ad una più, permettimi l’hipsterismo, “catchy”?
Non credo che Prismo fosse particolarmente catchy. Penso che anzi, al di là della patina pop, fosse una rivista molto seria – a volte persino troppo. Ci tenevamo che gli articoli fossero ben scritti e ben curati, ma che soprattutto fossero interessanti – scrivere in maniera approfondita ma non noiosa di argomenti che reputavamo urgenti e che potevano andare dalla politica ai videogiochi, dalla musica alla tecnologia, più tutto quello che c’era in mezzo, il che significava potenzialmente qualsiasi cosa. Il piccolo dettaglio era che questo “qualsiasi cosa” non lo trovavi altrove – o almeno noi la vedevamo così, se vuoi in maniera un pizzico presuntuosa. Ma è vero che fu su Prismo che certi temi, certi nomi, certi fenomeni vennero affrontati in maniera seria per la prima volta in Italia, perlomeno che io ricordi.
La memificazione della politica, il nuovo weird, l’accelerazionismo (di destra e di sinistra), il neofedualesimo delle big tech, il dibattito sull’antropocene, l’ascesa dell’alt right e della maschiosfera, le estetiche di internet, la gameification della vita di tutti i giorni, il nuovo pensiero apocalittico, il tracollo morale dell’egemonia neoliberale… Questi sono solo alcuni dei temi che mi vengono in mente quando ripenso alle nostre riunioni di redazione (che svolgevamo ovviamente in videocall), ma è probabile che altri si ricordino Prismo più per gli articoli su Zelda, i videogiochi esperienziali, le guide alla fantascienza o il nuovo disco di Kendrick Lamar – il che è giustissimo. Prismo, in fondo, era tutte queste cose qui messe assieme, no?
La redazione d’altronde era parecchio variegata, anche dal punto di vista geografico. Il nucleo iniziale era composto, oltre che da me e Tim (io a Roma, lui a Milano), da Cesare Alemanni (che ai tempi viveva a Berlino) e Laura Spini (che invece era di base a Londra). Quasi subito si aggiunse Pietro Minto (che stava dalle parti di Venezia), dopodiché un ruolo fondamentale lo svolsero Stella Succi e Alessandra Castellazzi, che lavoravano direttamente dentro Alkemy. Un’altra figura importante era Costanzo Colombo Reiser, specializzato soprattutto in hip hop e videogiochi – ma considera che a quel punto la redazione era talmente “sparsa” che nemmeno ho mai avuto modo di conoscerlo di persona. Poi c’erano dei collaboratori esterni ma ricorrenti che avevano quasi un ruolo da “columnist” (mi vengono in mente Francesco Farabegoli, Clara Miranda Scherffig o Raffaele Alberto Ventura) e altri che, nonostante una presenza più saltuaria, scrissero alcuni articoli che finirono per identificare molto la rivista (Giulia Cavaliere, Alessandro Lolli, e ne dimentico senz’altro a decine). E poi andrebbero aggiunte figure come Nicolò Porcelluzzi e Matteo De Giuli che svolsero un ruolo chiave con la nascita del Tascabile, il nostro progetto di “branded content” (ebbene sì!) per Treccani, che di Prismo è un po’ il figlioccio più rispettabile e “alto” (mentre Not è quello più acido e hard).
Come puoi intuire vista la quantità di nomi, non sempre le opinioni collimavano e le posizioni coincidevano: al contrario, mi ricordo di discussioni infinite e anche parecchio accese, specie tra me e Raffaele Alberto Ventura, che accusavo continuamente di essere un criptoreazionario. Ma quello che probabilmente accomunava i diversi contenuti della rivista era un clima di fondo, un mood, e una certa volontà dichiarata di affondare lo sguardo nel “presente prossimo venturo”, per usare un’espressione che poi impiegheremo con Not. Considera anche che la parabola di Prismo – che durò in tutto due anni – coincide con Brexit e la prima elezione di Donald Trump. Era chiaro che stavamo entrando nel famigerato interregno in cui secondo Gramsci “si verificano i fenomeni morbosi più svariati”.
In breve il Longform. eravate consapevoli di questa forma di giornalismo culturale o la praticavate e basta?
Forse eravamo semplicemente prolissi! Diciamo che ci prendevamo il tempo – e lo spazio – per affrontare quello che volevamo affrontare senza crucciarci troppo di numero di battute e limiti vari.
Oggi una parte dell’estetica radicale prodotta in quell’area viene riutilizzata da progetti anarco-capitalisti come Il Nemico è un fraintendimento, un parassitaggio inevitabile o il segno che quella radicalità era politicamente più ambigua di quanto si volesse ammettere?
Posso solo dirti che rivistacce come quella che citi (o altri simil cloni più di Not che di Prismo, penso per esempio all’orrida Blast) arrivano tardi e ci arrivano male, come tipico della destra quando prova a scimmiottare a proprio vantaggio gli immaginari e i contenuti “dell’altra parte”. Per usare un paio di tipici inglesismi di quelli che dicono di detestare: provano a essere edgy, finiscono per essere solo cringe.


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