Era un profumo così intenso che il mio sogno si colorò in modo quasi insostenibile. Una parte della mia consapevolezza era ancora attiva e fu quella a registrare il cambiamento. Dal mio addome uscivano lunghi filamenti rosso chiari, di una consistenza fluida ma densa, come caramello liquido iniettato in una bottiglia d’acqua. Mi asciugai con un panno bianco, per alcuni minuti rimasi asciutto, poi ricominciarono a sgorgare. Mi svegliai con la sensazione di avere il pigiama intriso di quel liquido, ma non era così. Un sogno rosso chiaro. Una hostess era seduta accanto a me, ancora col flacone di profumo in mano. I suoi lunghi capelli biondi erano raccolti in due trecce che le cadevano sul petto.
“Bentornato, dottor Prexier. Spero abbia fatto un sogno gradevole; ho fatto del mio meglio”, mi sorrise.
“Ho vissuto risvegli peggiori, glielo assicuro. Come si chiama?”, indicai il flacone.
“Oh, soltanto XB91, non ha ancora un nome; una variante della fragola, ma molto più dolce”, sorrise imbarazzata e lo ripose in borsa. “Ha dormito centoventidue ore, e siamo arrivati. Le operazioni di sbarco sono concluse”.
Si alzò in piedi e solo in quel momento mi resi conto che era una Vega: me lo dicevano la sua altezza e le proporzioni del suo corpo, le gambe lunghissime e il busto ridotto, le braccia sottili, il viso piccolo e tondo, gli occhi vicini fra loro. Nel complesso, quasi tre metri di grazia ed eleganza, almeno secondo i miei gusti, ma su Terra ero uno dei pochi a pensarla così.
“Non le ho chiesto il suo nome, mi scusi”.
“Attendente Aurora Gallimard, ma mi chiami solo Aurora, la prego”.
Non obiettai. In fondo si era presa cura di me per più di cinque giorni, potevamo considerarci intimi. Mi aiutò ad alzarmi e insieme uscimmo all’aperto, sul ponte della nave.
L’aria era tiepida e tutto intorno ci accoglieva il mare vischioso di Pla-48, in leggera ebollizione. A perdita d’occhio non riuscivo a vedere altro, solo acqua densa e viva, probabilmente del blu più bello dell’universo conosciuto. Con Aurora alla mia destra, rimasi in silenzio per almeno mezz’ora, sopraffatto da tanta armonia. Era sempre così, per qualunque visitatore di Pla-48, Aurora lo sapeva e attese.
Un colpo di tosse mi riportò allo stato di vigilanza: “Dottor Prexier, la stanno aspettando. Se per lei va bene, la accompagno con un velotor, mi segua”. In pochi minuti lo scenario era cambiato. Il velotor, di un giallo intenso, ci portò all’ospedale al quale ero stato assegnato, sull’isola principale dell’arcipelago centrale di Pla-48. L’edificio occupava quasi tutta la superficie dell’isola e mi sembrò un’immensa torta a più strati colorati, ognuno dei quali corrispondeva a un piano.
Alcuni medici, ne contai otto, e un paio di infermieri erano allineati in attesa. Valutai che nessuno di loro fosse di Terra, e solo due di Vega, gli altri erano tutti locali, i corpi tozzi, tondi e sgraziati di Pla-48. Il più anziano caracollò verso di me, si fermò a pochi metri di distanza e ondeggiò la testa a destra e a sinistra, lo guardai e restituii il saluto. Cominciò a cantare, una tonalità altissima e sgradevole. Dopo alcuni minuti fece una pausa e i suoi colleghi ripeterono in coro la parte centrale della canzone di benvenuto. Non riuscivo, non ero mai riuscito ad abituarmici.
Guardai Aurora che si avvicinava, lei si chinò verso di me e mi confortò: “Tra pochi minuti le consegneranno alcune cartelle cliniche e un rapporto scritto, tradotto in Terra”. Mi sentivo già stanco.
Il giorno dopo mi svegliai molto presto. Avevo scelto il profumo più Terra tra quelli disponibili, e il sogno di risveglio era stato rilassante, sulle tonalità del giallo e del rosa. Su Aurora non ebbe alcun effetto, continuò a dormire placidamente, nonostante il letto fosse a misura PLA, corto per me, cortissimo per lei. La ricoprii unendo due lenzuoli, lei si girò su un lato, con un piccolo sospiro di soddisfazione. Scesi al piano ristorante. La foresteria dell’ospedale offriva una colazione interplanetaria, almeno sulla carta, e riuscii a trovare qualcosa di simile a caffè nero e biancolatte Terra. Ordinai una colazione Vega e la feci portare in camera. Il cameriere, un PLA femmina, prese nota e il suo viso fu attraversato da un leggero cenno di disappunto.
Le unioni fra PLA e Vega erano di fatto tabù, anche se su un piano formale i rapporti erano ottimi, e le relazioni commerciali fiorenti. Per noi Terra era diverso. La consapevolezza, da parte dei PLA e dei Vega, di discendere da un unico ceppo madre, velava ogni contatto con i Terra di un senso di riverenza e devozione. Eravamo noi il ceppo madre, e un malcelato senso di superiorità faceva parte dell’educazione non formale di ogni Terra, fin dall’infanzia. Mi avvicinai al belvedere della foresteria, il blu del mare era, se possibile, ancora più intenso della sera precedente. Che questo senso di inferiorità abbia avuto un ruolo ieri sera? Con Aurora è successo tutto con tale naturalezza, con serenità, sì, deve essere così, non sopporterei che non fosse così.
Mi massaggiai la testa e presi posto su una panchina. Fu in quel momento che la cameriera chiamò a piena voce alcuni colleghi e indicò qualcosa che galleggiava sull’acqua. Mi avvicinai a guardare, erano non meno di un centinaio di nativi Bowonle, su due lunghe chiatte. Le imbarcazioni si fermarono a circa cinquanta metri dalla costa e gettarono l’ancora. Non avevo mai visto dei Bowonle prima. Rimasero in piedi, fermi, rivolti verso l’ospedale. I camerieri PLA erano nervosi e irritati, era evidente. Gradualmente, cominciarono a cantare, con un tono molto basso e cupo. Un motivo che, almeno alle mie orecchie, suonava come una forma di resistenza, qualcosa a metà tra la testimonianza e la minaccia: “Voi siete lì e noi siamo qui; non vi avvicinate oltre, o le cose si metteranno male”. Rimasi a osservare i due gruppi. Nel giro di pochi minuti, dalle finestre dei vari reparti si affacciarono alcune centinaia tra infermieri e medici PLA, e si unirono al coro dei camerieri.
“Ogni settimana la stessa cosa, almeno da quando lavoro qui. Quelli cantano e gli altri rispondono”. Voltandomi vidi un medico Vega in camice arancione. “Mi scusi, mi chiamo Maki Sortias, medico al livello cinque. E lei è Marko Prexier, appena arrivato da Terra, piacere di conoscerla”, accennò un piccolo inchino. “Come vede era atteso, e forse col suo aiuto verremo a capo di questa situazione”.
“Il piacere è mio, dott. Sortias, ma a cosa si riferisce esattamente? Alla presenza dei Bowonle?”.
“È molto probabile che non sia casuale, avranno saputo del suo arrivo, ma in realtà mi riferivo all’epidemia. Abbiamo un terzo della popolazione PLA in ospedale e non sappiamo perché. Qualsiasi cosa sia, i Vega, i Bowonle e i pochi Terra presenti risultano immuni”.
Non replicai, era il motivo per cui ero su PLA-48 e Sortias lo sapeva, con tutta probabilità ormai lo sapevano tutti. Gli feci spazio sulla panchina e Sortias si sedette.
“Dott. Sortias, vorrei farle una domanda. Lei ha detto che i nativi, insomma i Bowonle cantano ai PLA, e loro rispondono, ho capito bene?” Sortias sorrise. “Sì, Dott. Prexier, ha compreso bene. Ma lei non li sente, come non li sento io. I PLA invece sì. E abbiamo certezza che i nativi sentono i PLA”.
Ci voltammo insieme a osservare il mare. Le due chiatte erano due macchie nere sospese sul blu. Sopra di esse, i nativi sembravano un unico corpo in piedi, immobile, una striscia uniforme di colore beige che verso l’alto virava sul biondo, il colore predominante dei lunghi capelli Bowonle.
“Vede? Se osserva bene, le labbra si muovono, anche se in maniera impercettibile” indicò Sortias.“Non capiamo il senso di questo loro stazionare immobili e cantare di fronte all’ospedale. Personalmente credo sia una forma di protesta nonviolenta, pacifica. L’occupazione PLA dura ormai da più generazioni, non c’è molto altro che possano fare, immagino. In base alla Costituzione locale, che come sa si rifà a quella di Terra, non possiamo certo impedirglielo. Il problema è che distraggono il personale dell’ospedale, e molti pazienti PLA si stancano a cantare, perdono molte energie”.
“Intende dire che anche i degenti cantano in risposta ai Bowonle?”
“Esatto, e non riusciamo a farli smettere, Marko”.
Aurora era alle nostre spalle, ci voltammo entrambi, feci le presentazioni e Sortias accennò un piccolo sorriso di intesa.
“Oggi non sono in servizio e devo scappare su Plasix, ma stasera sarò di nuovo qui”, disse lei guardandomi negli occhi.
Sortias consultò l’orologio e disse che doveva rientrare in reparto. Lo apprezzai. Accompagnai Aurora alla stazione dei velotor. Era bellissima. La guardai allontanarsi. Sì, deve essere così, non sopporterei che non fosse così.
Rientrai in ospedale, chiusi la porta dello studio che mi avevano assegnato e diedi un’occhiata alle cartelle cliniche. Dalla finestra aperta filtrava all’interno il coro dei PLA, e un fiume sotterraneo di deboli canti provenienti dalle singole stanze si irradiava lungo i corridoi. Un canto cupo, di morte. Cercai di concentrarmi sull’analisi delle cartelle e dei dati epidemiologici delle diverse regioni del pianeta, quelle dove i PLA convivevano coi Bowonle e quelle dove i due gruppi non avevano contatti. Dopo un paio d’ore di controlli incrociati mi concessi una pausa e uscii in corridoio. I canti erano finiti, tutto sembrava rientrato nella normalità.
Raggiunsi il piccolo bar interno del settore arancione. Il barista era un automa, di un arancione acceso. Si attivò appena mi vide, gli chiesi una birra PLA e andai a berla affacciato a una grande finestra che occupava tutta la parete. Il mare ora era piatto, e l’assenza di onde aveva reso l’acqua più uniforme, di un bellissimo turchese. Le chiatte con il loro carico di Bowonle erano andate via e una pace irreale avvolgeva l’ospedale. Assaporai la serenità di quel momento e tutto mi sembrò evidente. Le cure immaginate dai medici PLA erano inutili, e il virus non esisteva. Il problema era un altro, e la soluzione molto più semplice, anche se dolorosa.
Socchiusi gli occhi, il turchese tremolò e vidi un punto verde, rosso e giallo in avvicinamento, come un piccolo sole sospeso sul mare sconfinato di Pla-48. Aurora era puntuale. Guardai l’orologio, mi resi conto che il tempo era volato. La stazione dei velotor era dietro l’angolo e ora volavo anch’io.
Aurora mi svegliò con un bacio. Avevo fatto dei sogni coloratissimi e profumati e mi stupii di come il risveglio mi sembrasse solo una leggera variazione sul tema, una veglia sognante. Il suo viso occupava tutta la mia visuale e avrei voluto vivere quel momento per sempre. Ammiccò sorridendo, indicandomi un vassoio con la colazione, poggiato sul letto, e andò a farsi una doccia.
Decisi di parlare delle mie ricerche con Sortias ma prima mi consultai con Aurora. Mi ascoltò seria, con una espressione che ancora non le conoscevo. Poi mi chiese di leggere i dati epidemiologici e le mappe di distribuzione della popolazione su Pla-48, le stesse che avevo studiato il giorno prima. Era concentratissima, e sentii che mi faceva tenerezza, piegata su quel tavolo troppo basso per lei.
Ripose i fogli e sospirò.
“Marko, se le cose stanno così non è una bella notizia”.
“La malattia dei PLA non esiste, è una bellissima notizia!”, replicai.
“Certo, questo sì. Ma quando i PLA capiranno che per non ammalarsi basterà non ascoltare il canto dei Bowonle, quale reazione ti aspetti che abbiano? Sono generazioni che i Bowonle protestano in quel modo, e già questo ha esasperato altrettante generazioni di PLA, lo hai visto anche tu. Quanti di loro hanno perso familiari, parenti, amici? Li allontaneranno ancora, gli impediranno di navigare, li elimineranno, non ho dubbi. O li renderanno incapaci di cantare”.
“Come? Questo è impossibile, lo sai. L’unica soluzione è che ognuno viva per conto suo, a distanza di sicurezza. Un cordone sanitario, per così dire. Se ne potrebbero occupare i Vega e i Terra. E poi, secondo i miei calcoli, una singola esposizione non è letale. Capogiri, nausea, nulla di più. Le vittime di cui parli hanno sempre vissuto a stretto contatto con i Bowonle per anni”.
Sortias, senza smettere di leggere i dati, si avvicinò alla finestra e si passò le lunghe dita fra i capelli. Era la prima volta che lo vedevo senza il suo camice arancione. Ci aveva raggiunto in albergo ed era in tuta da jogging. Classica conformazione Vega. Allargai lo sguardo fino a includere Aurora, seduta in poltrona. Aspettava come me, organizzando i capelli in una lunga treccia. Sembravano fratelli.
“Gran lavoro, Prexier. Abbiamo avuto la soluzione sotto il naso per anni, senza vederla”.
“È merito suo. Il canto di protesta…io non avevo sentito nulla”.
“Ma lei ha messo insieme i pezzi del puzzle. E credo sia opportuno ragionare con calma sulla diffusione di questo rapporto. Sono d’accordo con Aurora, le conseguenze sarebbero molto gravi per i Bowonle. Io su questo pianeta ci vivo da vent’anni, la situazione la conosco. Anche ipotizzando la sua soluzione, il distanziamento, impedire ai Bowonle di solcare il mare di Pla-48 sarebbe impossibile, sono un popolo di marinai, non lo accetterebbero mai. Inoltre, non hanno nessuna possibilità di difendersi, sarebbero spazzati via in pochi anni”.
“A parte il loro canto, che solo i PLA possono sentire”.
“Esatto. Se lasciamo le cose come stanno, avremo circa un terzo dei PLA colpiti da quella che definiscono epidemia. Una percentuale permanente, che tende alla stabilità, corretto?”
“Sì, è una percentuale stabile. E dai dati che ho analizzato, il contro canto dei PLA ha un forte effetto auto curativo, limita i danni, per così dire. E non ha un effetto negativo sui Bowonle”.
“Allora la scelta mi pare chiara, Marko. È disponibile a dichiarare il suo insuccesso?”
Maki Sortias accese il fuoco del camino. Aurora vi gettò le pagine del rapporto, io mi occupai delle carte di Pla-48, che avevo coperto di appunti, cerchi e frecce.
Inviai un rapporto alla direzione centrale dell’ospedale, dichiarando che in base alle mie ricerche i PLA soffrivano di una patologia regressiva di origine genetica che colpiva circa un terzo della popolazione, e che non c’era una cura. Aggiunsi una lista di farmaci e integratori che sarebbero risultati utili, oltre a un consiglio generico, di recarsi saltuariamente su Terra o Vega. Il cambio d’ambiente fa sempre bene, chiosai.
Alla stazione dei Velotor trovammo una piccola delegazione di medici PLA, che salutarono con un piccolo canto di addio. Anche Sortias era lì che ci aspettava, stavolta con il suo camice arancione, ben visibile sotto un lungo trench verde chiaro. Ci salutammo in modo formale, consapevoli dei possibili sguardi esterni, ma ci guardammo a lungo negli occhi. Un impegno reciproco, una promessa. Aurora prese posto accanto a me. Ci dirigevamo verso l’astronave Terra, la stessa con la quale avevo raggiunto Pla-48. Avrei dormito per cinque giorni e grazie ai profumi portati da Aurora avrei fatto nuovi sogni con nuovi colori, ma stavolta non sarebbe stata soltanto la mia attendente; avremmo dormito insieme. Stava cominciando un nuovo viaggio, di cui non conoscevo la meta, ma stavolta non ero solo. Sentivo una nuova serenità.
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