Ho aperto un profilo social solamente intorno ai quattordici anni, ben più tardi di molti miei amici e amiche. Non vedevo l’ora di abitare uno spazio tutto mio sul web, di poter condividere i miei pensieri con gli altri e di potermi raccontare come meglio preferivo. Ero troppo piccolo (o forse solo poco esperto) per aprire un blog, e così creai una mia pagina su Facebook. L’immagine del profilo raffigurava un novello Bart Simpsonin skate, mentre coi miei primi post, freddure e barzellette copiate da libri e vignette, cercavo di mostrarmi sagace e pungente. Con il tempo però le piattaforme sono mutate, e io con loro. Il mio profilo è diventato sempre più uno strumento di auto-narrazione individualistica, piuttosto che uno strumento di condivisione di opinioni e discussioni. Più tardi, Instagram, da collettore di post tematici e foto di amici, si è trasformato in un insieme di contenuti pubblicitari, reel di influencer e video buffi di infotainment. Nel corso di pochi anni le piattaforme per come le avevo conosciute e abitate sono del tutto scomparse e hanno lasciato il posto ad un sistema algoritmicamente costruito per capitalizzare sulla mia attenzione.

Quando ho provato a modificare la mia immagine del profilo su Instagram, mi sono reso conto che quella che avevo scelto non poteva essere usata: il taglio rotondo che la piattaforma impone agli utenti la sformava e tagliava fuori alcuni dettagli che volevo comparissero. Le possibilità estetiche e cognitive entro cui si era configurata la mia identità digitale fino a quel momento erano calate dall’alto. A differenza dei primi blog e dei vecchi siti su Geocities, le moderne piattaforme – fatta eccezione, ma nemmeno troppo, per Reddit – dedicano uno spazio irrisorio per la rielaborazione del proprio vissuto in forma scritta, mentre puntano tutto sull’espressione per immagini. Un tweet, un commento su Instagram o persino un post su Reddit non raggiungono nemmeno lontanamente il grado di modularità delle vecchie pagine create dagli utenti e, come se non bastasse, impoveriscono cognitivamente il racconto di questi ultimi fornendo limitati strumenti di narrazione.

Insomma, la mia esperienza sulla piattaforma era sempre stata all’opposto della modularità: ho potuto decidere a chi raccontarmi e cosa mostrare, ma non ho mai realmente potuto stabilire le modalità migliori per farlo. Eppure, nella mia testa ho numerosi ricordi di un Internet diverso, più colorato, caotico e orizzontale, di un Internet che non ho fatto tempo ad abitare in maniera consapevole, ma che ho potuto attraversare anche grazie ai blog su cui mio padre pedissequamente scriveva.

Nel 1998 Mark Bernstein, uno dei primi autori di hypertext fiction negli USA, pubblica online un saggio intitolato Hypertext Gardens: Delightful Vistas in cui, per la prima volta, la rete veniva paragonata ad un enorme giardino (https://www.eastgate.com/garden/Enter.html). Questa metafora serviva a Bernstein per spiegare la sua visione del Web, un grande giardino di cui prendersi cura al fine di renderlo percorribile da qualsiasi utente nella maniera meno gerarchica possibile. Non a caso, negli stessi anni, si utilizzavano termini come Wikignome e Wikigardener per indicare quelle persone che, senza voler nulla in cambio, si dedicavano sia a ‘riparare’ le storture del Web (link malfunzionanti, informazioni imprecise, errori di battitura etc.), sia a migliorarlo aggiungendo propri contributi. Tra i primi utenti di Internet vigeva quello che potremmo chiamare un “ethos dell’imperfezione”, ossia un codice etico comune che esprimeva il desiderio per un’esperienza esplorativa e non preconfezionata. Negli anni, però, questo ethos è andato perdendosi di pari passo con l’aumento smisurato degli utenti e la capitalizzazione estrattiva e predatoria delle piattaforme. Il Web è sempre più diventato omologato, le pagine social si somigliano tutte, così come il linguaggio utilizzato e le features implementate. Persino le pagine YouTube un tempo diversissime tra loro oggi sono esteticamente ridondanti, quando non addirittura uguali.

Da qualche anno a questa parte però, e in particolare dal 2015, molti utenti di Internet, stanchi di muoversi costantemente entro schemi predefiniti, hanno riportato in voga il termine di digital gardening inteso, questa volta, come una delle pratiche di resistenza cognitiva ed estetica oggi più innovative. Questo fenomeno è avvenuto ancora una volta grazie a Mike Caulfield, saggista e ricercatore scientifico all’Università di Washington, e al suo saggio – pubblicato rigorosamente su Internet – The Garden and the Stream: a Technopastoral (https://hapgood.us/2015/10/17/the-garden-and-the-stream-a-technopastoral/). In questo testo, Caufield contrappone allo streamdelle piattaforme, ossia al flusso costante di pensieri ed emozioni incoerenti che il nostro feed ci porta a provare, il “garden”, inteso come idealtipo topologico di un Web più democratico. L’autore è convinto che la serializzazione temporale dei contenuti dei vari social, dei forum, di Reddit e persino delle caselle di posta elettronica – e cioè degli strumenti digitali utilizzati per conversare e, più in generale, per esprimersi sul Web, nonché per costruirsi un’immagine più o meno pubblica del proprio sé – sia un modello inadeguato per l’apprendimento, per la ricerca e per l’auto-narrazione. Cosa contrapporre, allora, a queste dinamiche di controllo e serializzazione cui siamo sottoposti ogniqualvolta accendiamo il nostro smartphone? La proposta di Caulfield assomiglia a una sintesi tra due importanti significati dell’espressione digital garden. Da un lato, infatti, questo viene pensato come uno spazio digitale semi-individuale contrapposto agli odierni profili social, in cui ognuno di noi può costruirsi una narrazione coerente e non frammentaria in dialogo con altri secondo numerose combinazioni di fattori; dall’altro, si configura anche come un utile “quaderno degli appunti” iterativo, pubblico e integrativo che permette agli utenti di co-costruire pensieri, percorsi e identità nel tempo, senza per forza relegarli all’attimo pulsionale per poi smarrirli per sempre in un feed che inghiotte tutto in un tempo fatto di attimi dimenticabili. Il vantaggio principale di una simile pratica risiede nella modularità e nella libera organizzazione non-seriale dei pensieri e delle idee dell’utente, spesso intrappolato o in forme espressive eccessivamente sincopate, o in saggi long-form che sembrano piovuti dal cielo. Si tratta, in sostanza, di un upgrade cognitivo che offre la possibilità di scrivere, leggersi, pensare e ripensare più volte all’interno di un sistema orizzontale ordinato da un corredo di hyperlink che dà un vero e proprio contesto alle informazioni.

Il problema principale delle piattaforme è che slegano ogni atto linguistico da un contesto che aiuti la persona a ricostruirne la storia. Il design conversazionale che viene adottato normalmente promuove pensieri immediati e autoaffermativi che attraversano l’individuo in pochi istanti, e non è progettato per accumulare conoscenze (su di sé o sul mondo) o collegare idee maturate nel tempo. Da un certo punto di vista, non è azzardato sostenere che, a causa della capitalizzazione predatoria di Internet, siamo stati espropriati di spazi digitali in cui pensare (e pensarci) adeguatamente. Nel garden il tempo inteso come successione di attimi infiniti non esiste: una nota vecchia di due mesi appositamente conservata in una sezione del ‘giardino’, se riletta, può tranquillamente fungere da spunto per l’inizio di un nuovo discorso o per l’ampliamento di una riflessione cominciata tempo prima. Allo stesso tempo, diversamente dal meccanismo delle notifiche oggi imperante, è l’utente che decide quando ‘tornare’ nel suo giardino per controllarne lo stato ed eventualmente per apportare delle modifiche. All’interno di un simile spazio, gli ‘altri’ diventano dei visitatori con cui condividere idee e conversazioni distribuite nel tempo, piuttosto che hater, fan o interlocutori occasionali. Si tratta, insomma, di contrapporre la cura individuale al personal branding a cui ci spingono le piattaforme.

Non bisogna però pensare che i digital garden siano uno strumento utile esclusivamente a potenziare la cognizione distribuita degli utenti, permettendo a questi di sfuggire alla falsa alternativa tra pensiero immediato e contenuto long-form (saggio o romanzo che sia). Questa pratica si configura come una vera pratica di resistenza proprio perché si propone di porre un rimedio anche alla stessa povertà estetica cui le piattaforme obbligano. Gif in bassa qualità anni Novanta, 8bit, acquerelli digitali e richiami all’estetica Nintendo sono solo alcune delle cornici con cui i giardinieri digitali decidono di decorare i loro piccoli angoli di Internet. La molteplicità delle soluzioni lascia senza punti di riferimento precisi gli utenti inesperti e abituati ad un modello chirurgicamente organizzato come quello social, che in confronto rassomiglia a un mondo in cui la Torre di Babele non è mai stata costruita. La pluralità vibrante delle forme, dei colori e dei contenuti presenti su questi siti rende la comunità online viva e altamente aperta alla diversità e al dialogo. Nell’Indie Web – ossia quella porzione del Web abitata da individui che cercano di costruire un’alternativa al mondo delle piattaforme – gli utenti entrano di loro spontanea volontà in un pluriverso caotico con la curiosità di voler abitare ed esplorare uno spazio potenzialmente infinito, liberi di scegliere le regole del proprio racconto e disposti a costruirlo affrontando imprevisti e difficoltà.

Inoltre, un giardino contiene le piante che il giardiniere decide di far crescere, e questo significa che gli usi cui si presta il digital gardening sono i più disparati. Ad esempio, il creatore di https://jeith.com/ sfrutta il suo piccolo spazio per caricare contenuti riguardanti diversi ambiti della sua vita quotidiana, mentre quello di https://numbersstory.com/ lo utilizza come archivio per i propri racconti. Questi due siti sono già di per sé esemplificativi delle diverse possibilità che si danno agli utenti non appena si esce dal feed e si apprendono poche nozioni di programmazione. È certamente più faticoso imparare un linguaggio come HTML che limitarsi ai filtri preimpostati delle storie di Instagram, eppure è solo nel digital garden che è possibile esperirsi come progetto aperto e fondato sull’autonarrazione. Ad essere rivoluzionaria è la riappropriazione dei mezzi (il codice) e della capacità di auto-produzione del soggetto online (saper programmare), quindila consapevole libertà che questa capacità dà all’utente nello sperimentare e creare linguaggi visivi e ipertestuali adatti al racconto di sé.

Non è certamente un caso che molte pagine ad oggi ospitate su Neocities – una piattaforma molto simile a Geocities nata nel 2013 che attualmente supporta più di un milione di siti – abbiano addirittura un proprio manifesto. Per esempio, il sito melonking.net, nonostante abbia un grado di complessità più alto rispetto ad altri siti, condivide con questi una struttura molto simile: è diviso in sezioni, è ricco di colori e di collegamenti ipertestuali e, appunto, ha un proprio manifesto (https://melonking.net/melon?z=/thoughts/manifesto). Il testo è pieno di riferimenti ad un Web che non esiste quasi più e invita gli utenti a prendere posizione contro il capitalismo delle piattaforme e addirittura contro il mondo crypto, accusati di voler creare scarsità in un mondo – quello digitale – che nasce come costitutivamente infinito: «Social media networks and crypto people try to take that away from you; because the best way they can make money is to put limits on infinity, they squash you into their format like a sardine in a can. It doesn’t have to be like that!». Scorrendo fino alla fine si trova una guida pratica su come realizzare un sito, un how-to guide degna dei blog dei primi anni Duemila, che dimostra come l’Indie Web sia un luogo lento, lontano dai ritmi bulimici dei social, cooperativo, artigianale e per questo anche un po’ raffazzonato. È l’ethos dell’imperfezione di cui si è già parlato che anima questo tipo di siti. È, in altri termini, la consapevolezza che il giardiniere cresce sempre assieme al suo giardino nonostante gli intoppi e il meteo avverso.

La prima volta che ho aperto Neocities sono rimasto disorientato. Non sapevo muovermi tra tutti quei siti, né capivo a cosa mi dovessero servire. Ho cercato fin da subito di comprendere cosa spingesse le persone a creare pagine così articolate e diverse tra loro, ma non trovavo una risposta che andasse oltre il mero fanatismo. Trattavo questi utenti come venivano trattati i primi entusiasti dei computer, ossia come nerd riluttanti ad immergersi nella vita sociale. Ciononostante, più canzonavo quell’insieme di link, più mi incuriosivo e più cercavo siti affini ai miei interessi, tanto da approfondire quanto imparavo tramite diversi video su YouTube. Pian piano mi ero reso conto che nemmeno mi ero mai chiesto come mai crescendo mi fossi accontentato delle possibilità offertemi dalle piattaforme. Per quale motivo non avevo mai pensato, che ne so, di preferire un’immagine quadrata come foto profilo su Instagram piuttosto che rotonda? Forse effettivamente qualche volta mi sarò lamentato della scarsa modularità dell’esperienza social, ma ogni lamentela assomigliava ad un grido nel vuoto che non provocava alcuna reazione concreta. Quando venivano introdotte nuove features non ero stato io a deciderlo.

Il mio profilo Instagram oggi mi imbarazza, posto molto meno di un tempo e ogni volta che sto per aggiungere una foto passo almeno cinque minuti a pensare se sia la cosa giusta da fare. Quasi senza aver bisogno di riflettere, implicitamente sento che quel gesto non mi renderà più libero o più simpatico agli occhi altrui; la mia cara foto si dissolverà in altre centinaia di feed come un piccolo attimo insignificante incorniciato da un meme su qualche politico e una compilation di gattini.