Diciamo “finimondo”, in italiano, quasi sempre per scherzo: quando in casa è crollato tutto, quando una festa è degenerata, quando il caos domestico o collettivo ha superato la soglia della normale sopportazione, “è stato un finimondo!”. 

Eppure in questa parola ci sono due movimenti opposti che convivono: c’è la fine, cioè un confine oltre il quale qualcosa cessa di esistere; e il mondo, cioè la totalità di ciò che è. Finimondo è dunque, letteralmente, il punto in cui il mondo arriva al proprio bordo.

Esattamente in questo doppio movimento, fine come catastrofe e fine come confine, si muove l’ultimo romanzo di Antonio Moresco, uscito per Nutrimenti (2026) in una nuova edizione ampliata rispetto alla versione breve apparsa anni fa in una raccolta di novelle per Edizioni Tetra.

La trama, presa di petto, sembra quasi uno scherzo. Il racconto si apre con una chiamata da parte di Twist, il simpatico capocultura, come egli stesso si definisce, di un giornale improbabile che si chiama «Il finimondo», appunto, e che incarica l’inviato speciale Antonio Moresco -l’autore manda sé stesso in missione e questo particolare non è un dettaglio- di scendere nella città dei morti e scriverne un reportage. Da quel momento in poi il romanzo smette di essere un’inchiesta e diventa una discesa, nel senso più dantesco del termine. Una metropoli ultraterrena, in continua espansione, dove il narratore incontra e intervista, fra gli altri, Maradona, Freud, Dante, Pinocchio, Superman, Che Guevara, Garibaldi, e poi, più inquietanti, Trump, Musk, Hitler. Una seduta spiritica mette in contatto Trump con Hitler che, tormentato dai fantasmi della Shoah, fa il culo al presidente.

C’è un silenzio impietrito. Tutti si guardano in faccia, con gli occhi sbarrati, le palme delle mani e le dita ancora allargate sul tavolino. “Ma è inutile parlarne con questi imbecilli”, riprende a dire la voce di Hitler

Un duello finale tra Superman e il Giocattolaio, incarnazione del potere che manipola dall’alto il mondo dei vivi, chiude il cerchio. È satira, è cronaca, è teologia spicciola, è fiaba ed è tutto insieme, senza gerarchia.

Per orientarsi in questa ammucchiata di registri, bisogna sapere che Il finimondo non nasce isolato. È lo stesso Moresco a usare questa parola durante una presentazione al Salone del Libro 2026: “ammucchiata”, rifiuta categoricamente l’idea di rappresentazione ordinata. 

Il testo ruota intorno alla trilogia Giochi dell’eternità che ha occupato Moresco per circa trentacinque anni, il cui ultimo volume si svolge interamente nel mondo dei morti. Tre libri enormi costituiscono quella che i critici chiamano la sua visione del tutto, una rimessa in discussione radicale della concezione corrente di spazio e tempo, sostenuta da una prosa ipnotica che irradia più che spiegare. 

Moresco ammette di non aver previsto che quell’opera lo avrebbe accompagnato per così tanto tempo. Quando ha iniziato, sentiva solo la necessità di farlo. Il finimondo condivide con la trilogia non solo l’ambientazione, ma anche il metodo: l’autore scrive non per costruire un sistema coerente, ma per assecondare uno scatenamento. “Sono libri scatenati”, afferma durante la sua presentazione, “e la caratteristica è lo scatenamento: lo scrittore, se ha voglia di scatenarsi, si deve scatenare.” 

La genesi del libro è particolare: Moresco si era interrotto, anni fa, su un capitolo dedicato a Pasolini, e per due anni il romanzo è rimasto sospeso. Lo ha ripreso in un momento in cui, per problemi cardiaci di cui parla senza enfasi, si è trovato a fare i conti con la propria mortalità in modo meno metaforico del solito. In quella condizione ha scritto le pagine nuove ed è lì, dice, che ha trovato un pezzettino di libertà da strappare. Cita anche Leopardi, dallo Zibaldone: chi non ha paura di ridere, non ha paura di morire. Un elogio del riso che, nelle mani di Moresco, diventa una sfida diretta. Se è vero che ridendo non si ha paura della morte, “sorella corporale”, come la chiama l’autore rovesciando il lessico francescano, allora il libro stesso è un modo per dire alla morte: io sono qua e rido.

Il parallelo più immediato nella tradizione italiana è naturalmente Dante: l’inviato che attraversa il mondo dei morti per riportare conto ai vivi è una struttura che la nostra letteratura conosce da settecento anni. C’è un altro testo, meno ovvio e più calzante, con cui Il finimondo dialoga per affinità di metodo, stiamo parlando de Le città invisibili di Italo Calvino. Anche lì un inviato (Marco Polo, che racconta a Kublai Khan le città che ha visitato) attraversa luoghi impossibili e metafisici, popolati di figure e simboli, per restituire allo sguardo del potere lo stato reale delle cose. Entrambi i libri condividono una dimensione allegorica fatta di spazi che non esistono per descrivere mondi che esistono fin troppo, una struttura a reportage che usa il viaggiatore come dispositivo conoscitivo e una critica radicale, per nulla consolatoria, ai meccanismi che governano il presente.

Sto pensando al nostro mondo umano, che è sempre dilaniato dalla sua ferocia e imprigionato nella sua ottusità e cecità, persino adesso che si trova di fronte a un precipizio di specie e non riesce a inventarsi una nuova vita e un nuovo mondo reinventando al tempo stesso sé stesso.

Dove Calvino lavora per sottrazione e ogni città è descritta in poche righe, ridotta alla sua essenza simbolica, Moresco lavora per accumulo. La città dei morti si allarga continuamente senza trovare un perimetro fisso ammassando personaggi, registri, generi, figure storiche, mitologiche, letterarie, contemporanee, fino ad esplodere.

È una deflagrazione ha un costo per Moresco, la cui opera letteraria è liquidata da una parte della critica come un bluff costruito sulla polemica e sull’ autopromozione. Moresco, dal canto suo, parla pochissimo fuori dai libri: tutto ciò che ha da dire è già dentro le pagine. 

In questo rifiuto della mediazione si misura la sua appartenenza alla letteratura della visione, una scrittura che vede la realtà nella sua completezza, allucinata e lucidissima allo stesso tempo, e che pretende dal lettore la stessa resa che pretende da sé stessa.

Il nucleo più inquietante del romanzo, però, non è la galleria di personaggi, né l’irriverenza nei confronti del potere contemporaneo. È una semplice domanda, probabilmente più scomoda: perché la città dei morti, in questo libro, è più viva del nostro mondo? La risposta che Moresco costruisce, pagina dopo pagina, è che la città dei morti funziona come una cartina tornasole della città dei vivi, un dispositivo che rivela, per contrasto, quanto la nostra quotidianità sia già una forma di incantamento e di ipnosi collettiva.

Perché sto nuotando? Verso dove ancora penso di andare, in questo mondo morto ricoperto di acque morte? Cosa può esserci ancora davanti a me, se non questa distesa d’acqua senza inizio né fine, senza approdi? Perché non mi lascio ghermire e inghiottire da questa sterminata massa d’acqua? Perché mi ostino a vivere, anche adesso, persino adesso che sono finalmente arrivato e approdato nella città dei morti,e  che questa era cominciata come una sensazionale testimonianza per un giornale stampato nella città dei vivi e si è rivelata via via una diversa ed estrema testimonianza sulla mia vita, sul mondo dei vivi, su quello dei morti… 

Viviamo già nella città dei morti, siamo circondati da persone incantate. È la stessa idea che Moresco aveva inserito anche in Fiaba d’amore (SEM, 2019) e che qui trova la sua formulazione più diretta: siamo arrivati a un punto in cui, per parlare della vita, bisogna passare dalla morte. Solo quel dislivello restituisce visibilità a ciò che altrimenti diamo per scontato come l’amore e l’odio e la specie umana che Moresco, senza mezzi termini, definisce folle perché suicida.

Resta, sullo sfondo di tutto, il dubbio che il libro pone più a sé stesso che al lettore: scendere nella città dei morti per raccontarla può essere già parte del disastro? Moresco non si concede la scorciatoia morale, non si sente un cantore né del bene né cantore del male, trascinato dal carro della catastrofe per il gusto di descriverla. Si tiene in uno spazio liminale che, riconosce, si fa sempre più stretto via via che il mondo che racconta si fa più folle. Non è nichilismo, è anzi un tragico che tiene il mondo aperto anziché sigillarlo in una disperazione senza uscita.

Forse è proprio qui che Il finimondo trova la sua ragione d’esistere. Una letteratura senza depressione, afferma Moresco, non perché ignori il dolore, ma perché gli oppone un’energia che esplode in continuazione, una vitalità di scrittura che non ha bisogno di sofisticazione per essere percepita. La medicina contro la depressione, sostiene, è la disperazione, cioè la capacità di guardare in faccia il baratro senza implodere e di riderci sopra comunque.

E così, anche se sono appena scaturito da quell’acqua nera in cui stavo affogando, mi ci butto di nuovo dentro, a capofitto. 

È un libro teppistico, scanzonato, scritto da chi ha avuto paura di morire e ha scelto di rispondere ridendo.

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