Marco mi prende sottobraccio e mi parla a bassa voce: «Ti dispiacerebbe venire un attimo di là in ufficio? Vorrei ripassare un secondo con te gli obiettivi della promozione». Mentre sono accovacciata sulla moquette a spostare pile di libri impolverati da sotto un tavolo illuminato con lucine a led, non faccio in tempo a poggiare quelli che ho in mano che subito sento una leggera spinta per sollevarmi e trascinarmi a passo svelto verso la stanza riservata al personale. «È un discorso che voglio fare a tutte le persone meno esperte, l’azienda tiene moltissimo ai nostri risultati di questo mese e se impari bene il lavoro adesso, poi in futuro ti può sempre tornare utile». Marco sa benissimo che è la mia ultima settimana.
Il licenziamento me l’ha comunicato il responsabile il giorno prima: «Guarda non è per te, è proprio un discorso di calcoli aziendali. Praticamente, non so se te l’avevamo detto all’inizio, tu sei qui in sostituzione ferie, che significa che ti abbiamo assunto per far fare le ferie agli altri. A novembre e dicembre non mandiamo in ferie nessuno, quindi l’azienda non rinnova i contratti di alcune persone. È proprio un calcolo matematico. Io ho le mani legate eh, anzi credimi sono anni che chiedo di avere una persona in più, ma proprio niente, non me la danno. Io credimi ti conosco poco ma così a occhio mi sembri una a cui piace questo lavoro, l’ho visto da come ti poni, ho visto che cerchi di fare cose che ti appassionano. Poi in realtà guarda, se tu hai bisogno, se ti va, io un mese in più posso provare a fartelo fare, e poi alla fine di questo mese siamo attaccati a Natale che è sempre un periodo pieno, ci sta che un posto in un’altra libreria te lo trovano. Sicuramente non qui, qui è blindato, ma magari un po’ in periferia o in una città qua vicino. Se vuoi fare un tentativo io un posto non te lo posso garantire, ma alle brutte intanto un mese in più te lo fai».
Siamo davanti al computer e Marco mi mostra la schermata del gestionale: «Vedi, l’azienda per queste due settimane ha calcolato un obiettivo di crescita del 3% sul periodo di confronto del mese precedente. Ogni giorno dobbiamo compilare questo file con tutti i dati. Mandiamo sul gruppo un aggiornamento alle 12.00, alle 15.00 e alle 20.00, ogni giorno mi raccomando, soprattutto la sera mandiamo i dati a Elena, ogni volta diciamo come sta andando, su cosa dobbiamo impegnarci, cosa dobbiamo spingere». “Spingere” è la metafora che gente come Marco usa più spesso quando si aspetta impegno dagli altri. Per far crescere il fatturato bisogna pressare la realtà oltre le proprie logiche, oltre il proprio corso naturale. Elena è l’area manager, una figura mitologica metà umana metà Excel che popola tutti i non luoghi commerciali, appare e scompare in giornate qualsiasi, a volte senza preavviso a volte annunciata da un’aura di terrore. Si nutre di fatturato, frustrazione e leccate di culo ai piani alti, capo chino verso ogni direttiva, sorriso accondiscendente quando vuole premiarti, mugugni di disapprovazione se non rientri nei suoi standard. La sua frase motivazionale preferita è “Avanti squadra!”. Non legge fieramente un libro da tre anni ma sa per certo cosa vende e cosa piace alle persone, quindi è entusiasta appena viene pubblicato l’ultimo romanzo di Gianluca Gotto o il nuovissimo saggio revanscista di Aldo Cazzullo.
«Ti ricordi cosa ha detto Elena durante la riunione l’altro giorno? Questa promo è un’occasione perfetta per dare a tutti i clienti la possibilità di aderire. Il gancio ce l’abbiamo, se spendono almeno 30€ vincono un tagliandino, se ne spendono 45 ne hanno due, a 60 ne prendono tre». E se prendono un libro solo? «Vedi, il valore dei librai sta nella capacità di intercettare il cliente e accompagnarlo nella vendita. Sennò alla cassa ci mettevamo dei robot e assumevamo tutti magazzinieri. Se prendono un solo libro tu gliene dai un altro. L’importante è saper proporre! Nessun cliente deve rimanere da solo a camminare in libreria. Vai da loro e fai: “La posso aiutare? Le serve qualcosa?” e mi raccomando non ti fermare al primo no! Ormai per le persone spendere 40-50€ in libreria è normale, è aumentato il prezzo di tutto, non è più come una volta che per un libro spendevi 10-12€, adesso con meno di 20 non compri niente, e allora che ci vuole ad arrivare a 30?». Non ha alcuna importanza quale libro vendi, non importa se la gente legge un romanzo ben scritto o una paccottiglia commerciale. Alla fine della giornata conta solo il fatturato. Non esistono politiche culturali, non esiste un’idea di futuro.
«Altra cosa importante: dobbiamo spingere tantissimo questo titolo qui. È stato pubblicato il mese scorso ma è andato malissimo, dobbiamo far dimenticare all’azienda i risultati infelici. Ogni giorno aggiornamenti anche su questo, dobbiamo fare nove copie al giorno per le prossime due settimane. Lo so che è una merda ma tanto se lo proponi bene la gente se lo compra. Alle vecchie non gliene frega niente, gli dici che è una storia familiare, che c’è sofferenza, che c’è riscatto, gli dici che è tipo Palminteri o Stefania Auci e te lo comprano sicuro. Tanto ste storie sono tutte uguali». Silenzio, Marco è soddisfatto e sicuro di aver detto la cosa più naturale del mondo, perciò sorride e si sistema ai polsi le maniche della giacca marroncina che indossa sopra il doppiopetto dello stesso colore e la camicia bianca. Nessuno che indossa giacca doppiopetto e camicia ha intenzione di faticare neanche per un secondo durante il proprio turno di lavoro in libreria.
Al contrario di quello che si può pensare, lavorare in una libreria è estenuante. Ogni giorno sei costretta a immagazzinare e rendere quintalate di merda pubblicata da un’industria al collasso, formata da imprenditori straccioni senza la minima idea di cosa voglia dire fare l’imprenditore, che alimentano un’economia costantemente in perdita dando la colpa ai tempi, ai bonus del governo che non ci sono, alla gente che non legge. La libreria apre alle 10.00 ma si entra alle 7.00 e si cominciano ad aprire, svuotare e riempire le scatole. Cinquanta, sessanta, cento scatole almeno tre volte a settimana. Dentro ci trovi libri stampati in serie con storie tutte uguali: romanzi familiari, saghe familiari, romance, dark romance, fantasy, romantasy, enemies-to-lovers, dammei, why choose, contemporary, young adult, new adult, chick lit, sport romance, spicy, paranormal, good-girl-bad-boy, quintalate di libri per bambini, giovani lettori, abili lettori, libri senza età, Pinocchio, Geronimo Stilton, Il Piccolo Principe, l’immancabile Harry Potter. Era metà ottobre e già non sapevamo più dove ficcare la roba per Natale.
Faccio notare a Marco che se una persona mi dice di no non posso mica insistere più di tanto. «Allora non hai capito: ti ricordi quello di ieri, lo storico dell’arte? Gli ho venduto un thriller dicendo che c’è il tema dei colori. Il tema dei colori! Tu non devi insistere, devi sapere come vendere. Per esempio, non serve che stai là a spiegare tutto il libro e come è scritto, tanto non lo capiscono. Bastano due frasi fatte bene. E poi con un cliente non ti devi fermare troppo a parlare, ci sono anche gli altri, se non li intercetti sono tutte vendite perse. E mi raccomando la proposta in cassa. Abbiamo costruito la griglia della fiducia apposta. Vedi? Questo è l’elenco dei titoli della griglia della fiducia di questa settimana, li hai imparati? Sai di che parlano? Guarda che ti interrogo eh. Quando qualcuno arriva in cassa guardi cosa ha preso, ci parli e tac gli proponi un’altra cosa dalla griglia. E se non lo vogliono gli rifili una cosa dall’outlet. “Perché non ti prendi un bel librino a tre e novanta?” e gli dai un po’ di quella merda. È facile».
In libreria siamo in dodici, metà con il contratto a tempo indeterminato, metà con contratti brevi. La proporzione è questa ovunque. All’inizio ti dicono sempre che ti assumono con la prospettiva dell’indeterminato, anzi si aspettano fedeltà, attaccamento al lavoro, progettualità a lungo termine. “Ti prendiamo, ma vogliamo sapere che sei dei nostri, che questo lavoro ti appassiona. Non vogliamo persone che di punto in bianco ci lasciano in mezzo a una strada”. La vera politica aziendale è di avere sempre una parte di dipendenti con contratti brevi, uno, due, tre mesi, ti fanno un paio di rinnovi, se poi ti vogliono tenere e la legge dice che dovrebbero per forza assumerti a tempo indeterminato – lo dice – ti lasciano un mese a casa e poi ti richiamano, oppure ti fanno risultare come sostituzione da un’altra parte, e se ti lamenti non ti richiamano più. Il dipendente a tempo indeterminato è una minaccia perché ha garanzie, tutele, può scioperare e protestare. Li selezionano col contagocce, prendono quelli con la capacità di abbassare la testa e abbozzare sempre.
«Mi raccomando i calcoli sul file. Prendi il fatturato del giorno di confronto, ci aggiungi il 3%, sommi eventuali mancanze dei giorni scorsi (ovviamente ridivise per i giorni che mancano alla fine della promo) e calcoli l’obiettivo per la giornata di oggi. Lo scrivi qui e appena entri mandi il messaggio sul gruppo, così tutti sanno le priorità della giornata. Per esempio, fai una prova qui con la giornata di oggi. Dai vedo che hai capito. Mi raccomando, arroganti verso l’obiettivo da sfondare! Mi chiami Alice? Così faccio lo stesso discorso anche a lei». Mi manda via come una studentessa che ha appena dato un esame, che guarda in faccia la persona dopo di lei e le fa cenno con la testa che può entrare. Mi metto di nuovo in ginocchio davanti al tavolone e ricomincio a mettere in ordine decine di copie dello stesso titolo che non venderà niente. Tempo un mese e le rimanderemo al fornitore, che poi forse ce le farà tornare di nuovo, prima o poi.
Ero entrata in quel posto senza particolari illusioni, ma convinta di poter dare il mio piccolo contributo a un progetto culturale. È stato impossibile. Appena arrivata mi hanno dato la possibilità di scegliere qualche titolo che conoscevo da tenere in libreria, per provare a venderlo, per fare esercizio. Uno in particolare ho voluto, un romanzo letterario, difficile, di un autore maschio bianco vecchio e poco conosciuto. L’ho proposto a tante persone senza mai venderne una copia. Oggi è il giorno in cui ci riuscirò.
Quando la libreria apre le porte, porte di legno pesantissime con cardini a bandella e chiavistelli massicci di ferro, almeno una quindicina di turisti sono già lì ad aspettare, pronti a registrare con il telefono la scena di te che apri i portoni – la useranno come frammento del reel con cui faranno il vlog del loro viaggio in Italia. Apro, li guardo, ho imparato anche a sorridere e salutare con la mano quelli col telefono che ti inquadra. Devo scegliere con cura la persona a cui darò il Romanzo. Il turno passa e nessuno mi sembra la persona giusta. Marco mi sta addosso, mi guarda mentre lavoro, mi passa spesso accanto e mi mette quasi sempre una mano sulla spalla. Mi chiede come va o mi dice “brava” quando sto facendo quello che si aspetta da me. Mi sembra che sia sempre più ossessivo man mano che passa il tempo, non mi molla, vuole che venda la merda e che provi a sfondare gli obiettivi della giornata.
Poco prima della fine della giornata, sto per rassegnarmi, mi passa accanto il prototipo della cliente della libreria. Donna borghese di mezza età, più sessanta che cinquanta, truccatissima, ostenta una ricchezza che forse non ha. Porta almeno tre anelli per mano, orecchini d’oro, un paio di collane. Legge tantissimo ma libri tutti uguali tra loro, storie di riscatto, amore e famiglia di personaggi femminili in contesti rurali dell’Italia del primo Novecento. I loro titoli citano professioni desuete, nomi di famiglie, frasi chiave delle protagoniste spiattellate a metà romanzo. Decido che è lei la persona a cui venderò il Romanzo. È lei la prima a cercarmi con lo sguardo.
«Posso aiutarla?».
«Sì salve, cercavo qualche novità, dovrebbe essere uscito il nuovo romanzo della Milena Palminteri».
«Le ali in una stanza, certo signora eccolo qua».
«Ah grazie, grazie. Molto gentile. Ho letto anche il primo…».
«Come l’arancio amaro».
«Esatto, quello. Bellissimo. Commovente. Lei questo sa com’è, l’ha letto?» – si aspettano sempre che tu l’abbia letto.
«Certo, funziona molto bene. È molto scorrevole, si legge bene, ha dei bei personaggi, una bella profondità psicologica. Glielo consiglio, è un libro semplice».
«Perfetto, perfetto. Ha altro da consigliarmi?». Marco mi fissa da lontano, vuole che spinga la promo, gli si illuminano gli occhi.
«Questo, signora».
«Dice? Ma sa, con questo titolo, non sarà un po’ triste?».
«È un romanzo sul senso della fine».
«Appunto, no, no, queste storie non mi piacciono».
«Si fidi signora. È scritto molto bene, ha una prosa un po’ complessa ma è emozionante, è la storia di un uomo anziano, è un flusso di coscienza sulla sua percezione della realtà, di come cambiano le cose quando siamo abituati a un mondo diverso da quello attuale. Non c’è una vera e propria trama, è un libro che procede per frammenti, paragrafi brevi, praticamente non ci sono capitoli ma c’è uno scambio epistolare con altri personaggi che tiene un po’ il punto di queste riflessioni. Ci sono alcuni temi e alcune immagini che tornano, tipo la violenza, il concetto di realtà filtrata da video e immagini, lo scarto tra la percezione visiva e quella emotiva. E poi ci sono questi scenari marini e oceanici molto belli, molto poetici, le sembrerà di immergersi in delle profondità sia fisiche che mentali. Non è un libro per evadere, è un libro per cercare di ancorarsi alla realtà».
«Ma non sarà un po’ troppo? Alla mia età, con tutte queste cose brutte che succedono, ho bisogno di qualcosa che mi tiri un po’ su, di storie allegre. Non ha qualcosa di più simile alla Palminteri? Non so, ho sentito parlare bene di Santina Cosetta».
«No, signora, basta con Santina Cosetta. Questo libro la amerà come nessuno l’ha mai amata, le darà un affetto che suo marito non le ha mai dato. Lo prenda signora, lo legga e poi magari lo distrugga se non le piace».
«Ma i libri non si distruggono!».
«Lo conservi come una reliquia se preferisce. Ma intanto scappi da questo mondo di storie familiari signora, si ricordi di quanto era bello essere giovane, avere delle ambizioni. Si fidi signora, lo prenda».
La cliente agghindata prende in mano il Romanzo, vedo una lacrima scendere da dietro i suoi occhiali da sole Dior. Venduto.


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