Non è un problema di per sé saper scrivere in modo sintetico, preciso e puntuale qualcosa che richiederebbe più spazio: è un’arte che proprio non voglio maneggiare. Comunque, la ritengo molto utile: ti aiuta a decidere cosa è davvero giusto tenere e cosa no, a eliminare le parti idilliache che pensi potrebbero far la differenza tra un testo comprensibile e uno troppo compresso. A me piace scrivere frasi che scavano e arrivano da una parte all’altra del globo per poi tornare al punto di partenza; tanti fronzolini, non necessariamente poetici, né ridondanti o materici, crudi. Deve crearsi una simbiosi tra la scrittura e la natura, il reale. A me piace usare le parole, davvero tanto, pur non parlando tantissimo. Se dovessi trasformare la me che scrive nel personaggio di un reality show televisivo sarei una delle concorrenti di “sepolti in casa”, circondata dalle mie amate parole, dalle locuzioni, dagli avverbi, dalle ridondanze e, soprattutto, dalle mie amate ripetizioni. Ringrazio l’ai in questi casi, perché mi permette di imparare molto su come scrivo, su come vorrei in certi casi scrivere e su come non vorrei scrivere affatto, nemmeno per tutto l’oro del mondo. È lei che spesso mi dice “è buono, ma ci sono delle ridondanze. Ti offro una versione migliorata, mantenendo il tuo impianto, modificando il meno possibile”:no grazie! Adoro le ridondanze, ma non faccio nemmeno troppo caso alla loro esistenza. Sono l’eco che perdura nella stanza, che ti chiede di non dimenticarti di ciò che è stato detto prima, perché sarà estremamente utile, in seguito. Il testo è una composizione cacofonica, dove la soglia dell’attenzione deve essere al massimo. Le ridondanze sono un effetto collaterale della mia fretta, dell’ansia di dover dire tutto quello che mi passa per la testa, senza filtri “come nella vita vera”. Non c’è niente in quel momento che vorrei tagliare, che si possa perfezionare, un paragrafo che potrei collocare in un altro punto del testo. È già tutto perfettamente lineare. Arriva, però, il momento di rimettere in ordine il caos che mi popola la mente, riportato parola per parola su un file word; Marie Kondo mi chiede di tagliare interi pezzi di testo; pagine e pagine, cartelle e cartelle che devono essere ridotte a, per esempio, quattrocentocinquanta battute, spazi inclusi.
A quel punto mi prende una sensazione di rabbia e frustrazione ormai a me nota, quella che emerge quando penso che non vorrò fare ciò che mi chiedono, ma che va fatto perché chi me lo sta chiedendo sa che è possibile, senza rovinare il contenuto del testo. Forma e contenuto, comprensibilità e lunghezza, per me sono tutt’uno: un’equazione perfettamente lineare, in cui x è direttamente proporzionale a y, la comprensibilità passa dalla quantità di informazioni. E invece no, devo ridurre una decina di cartelle a quattrocento battute e, purtroppo, so che se lo chiede, è relativamente possibile. Il problema è che non amo pagare il prezzo di questa “epurazione”. Un testo così corto richiede comprensibilità, un livello che è oltre l’elementare, dove tutto quello che è un fronzolo viene ucciso dalla barra che elimina i caratteri. Immagino tutte queste persone come dei piccoli Adolf Loos, mentre mi ripetono “ornamento è delitto!”. Mi chiedo se Loos si sia mai preso la libertà anche solo di vestirsi con una spilla o una camicia più colorata del solito. Comunque, lui realizzava edifici, e sono abbastanza d’accordo con l’idea che meno c’è in casa, meglio è. Uno spazio pulito, ampio o meno non importa, dove tutto è al suo posto. Guardandomi intorno, però, continuo a essere un’eretica. La stanza da cui scrivo, con la scrivania, l’armadio, la libreria ecc. ecc. (una panca! Chissà perché è qui), è caotica, piena di borse, zaini, libri, carte per impacchettare regali, scatole, libri per terra, libri sul tavolo, libri sulla panca – un grammofono. No, decisamente non riuscirei a rispettare le severe direttive del signor Loos nemmeno in uno spazio abitativo. Almeno sono coerente con la mia vocazione. Sto scrivendo volutamente moltissimo, perché vorrei che almeno qui, in questo Stanca di, si percepisse la quantità di cose incredibili che possono venir fuori da una scrittura completamente di getto, priva di qualsiasi appiglio alla logica del reale che, tradotto, non è altro che la logica del mercato, della leggibilità semplificata per chi, come tutte noi, ha ormai la soglia dell’attenzione paracadutata dentro al cervello di un pesciolino rosso.
Ricordo ancora, qualche anno fa, quando leggevo su un forum delle pessime disavventure di una ragazza che aveva risposto a un annuncio di lavoro su Flash Art che cercava stagisti che, per i primi mesi di formazione (dagli otto ai dieci) avrebbero dovuto mantenersi da soli per mancanza di un rimborso spese sostenibile – siamo nel 2011. Commentando il post dell’annuncio in modo indignato, aveva aperto una discussione con il “fu” Giancarlo Politi, la cui reazione mi è rimasta impressa non solo per la crudeltà riservata alle opinioni della ragazza, ma per la facilità con cui Politi liquidava la necessità che un testo fosse corto, limitato nel suo numero di battute, conciso; solo attraverso la capacità di sintesi, a questo mondo, possiamo dimostrare quale sia il nostro valore e, dunque, possiamo aspirare dopo un anno di lavoro non retribuito a una paga. Io, sinceramente, sono un vuoto a perdere. Puoi insegnarmi quanto vuoi che la sintesi sia la cosa migliore, che ti fa risparmiare tempo, che – come dice il povero Fabietto – “devi stringere! Non puoi mandarmi un audio di tre minuti o una mail per un pezzo dove prima mi racconti tutte le vicissitudini che ti hanno portato a inviarmelo così com’è”. Diciamo che ha ragione, in questo mondo e in questa realtà – che non sono sicura che sia la migliore possibile – ma chiediamoci ogni tanto: se tutto si riducesse a poche parole scelte “bene”, cosa ci resterebbe da fare durante il giorno? Se scegliessimo, per la maggior parte del tempo, di fare economia sul numero di battute che deve contenere ogni nostro pensiero, cosa faremmo? Avremmo più pensieri brillanti? Ci spengeremmo nell’apatia e nella depressione più totale? La brevità è proporzionale in modo diretto o inverso al tempo libero che occorre per pensare qualcosa di utile? Oppure la brevità è a servizio del consumo immediato, ipervelocizzato, che ti fa passare da una cosa all’altra senza fermarti mai, perché tutto è breve, dunque, tutto è fruibile? Le cose si stanno facendo interessanti, ma non abbastanza da farmi desistere sullo sfruttare ogni singolo centimetro di pagina che ho a disposizione. Sono forse come quei crudeli colonialisti che volevano tutto e non si curavano del benessere dell’altro che doveva adattarsi alle sue esigenze? È probabile, scusate, sto abusando del vostro tempo, lo distorco, lo seziono, decido che lo passerete – in pignalenti – a leggere qualcosa che non arriva da nessuna parte. O forse è la persona che chiede a me di ridurre un pensiero complesso di venticinque cartelle in quattrocento battute a volermi privare di uno spazio che sento quasi vitale per la buona riuscita del testo? Uno spazio che crea domande, mentre tra opuscoli, siti e presentazioni che non sforano i quindici minuti non c’è tempo di pensare a una domanda, non c’è nemmeno il tempo di dare una risposta. Paradossalmente, sto ponendo la domanda più antica dell’universo: è nato prima l’uovo o la gallina?
Ecco, potrei aver sintetizzato tutto ciò che ho scritto finora in questa semplice domanda.
Trentatré battute, spazi inclusi.


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