Conversazioni è una rubrica mensile anonima a cura della redazione di Stanca. Due o più persone della redazione dialogano su un tema a partire da uno spunto di riflessione, un’esperienza personale, un fatto di cronaca o qualcosa che hanno letto, visto o ascoltato. Con questa rubrica cerchiamo di rompere l’idea di autorialità individuale – e speriamo di non litigare. Ogni blocco di testo è da leggere come un intervento all’interno della conversazione. Nella seconda Conversazione parliamo di attivismo online.

> Ciao carissima. Allora, come dicevo in riunione, mi piacerebbe discutere con te dell’attivismo online, in particolare dei suoi protagonisti (possiamo parlare dell’Italia come dello scenario internazionale). Il mio punto di vista vede nell’anonimato la condizione imprescindibile di qualsiasi azione che voglia essere realmente efficace, ma vorrei ascoltare la tua opinione.

> Ahahaha, questo attacco sembra una descrizione per un papabile “sapio-Tinder”; penso contribuisca a questa impressione un tono gentilissimo e formale che non mi aspettavo. Comunque, non so, forse dovremmo iniziare da cosa significa per te “attivismo online”. Sicuramente siamo d’accordo che Greta Thunberg sia un’attivista. Ma Andrew Tate fa attivismo? È un’attivista chi si proclama tale o serve una serie di caratteristiche specifiche? Può fare attivismo chi non si proclama tale? Poi, soprattutto, qual è la differenza tra attivismo, propaganda e pubblicità? Sui social ce n’è una? Negli ultimi anni ho osservato molte dinamiche del dibattito culturale online e mi accorgo sempre di più che, la maggior parte delle volte, ci approcciamo a questo mondo senza sufficienti domande di ricerca. Alla fine ci facciamo un po’ travolgere…

> Ma io sono gentilissimo! Comunque sì, è percepibile un orrendo “tinderismo”. Non so perché, ma il foglio di Document vuoto mi ha condotto verso quel tono impersonale. Poco male. Aaaaaallora, sarò più specifico: con attivismo online mi riferisco alla militanza negli spazi virtuali di persone ascrivibili al mondo liberal e progressista. Per me Tate è un propagandista, come gli influencer pagati da Israele o dagli Emirati Arabi. Quelli a cui mi riferisco io sono i Social Justice Warrior, spesso sganciati da partiti reali, che hanno sicuramente il merito di far circolare determinati concetti (penso al discorso sul genere, ai transfemminismi) ma che viaggiano sempre sul baratro della personalizzazione, che va a braccetto con la mitizzazione. Basta un singolo errore comunicativo per gettare discredito sull’intero fronte di lotta.

> Io ho iniziato a essere super selettiva nel comporre il mio idealtipo di “attivista che utilizza i social media per parlare dei suoi argomenti”. Per esempio, se non ti relazioni con i collettivi o gli spazi, sei un content creator politicizzato che fa divulgazione, più o meno accurata, su determinati temi. La dimensione organizzativa nei movimenti politici è molto importante: parlarsi, creare reti. Come possiamo definire militante un soggetto isolato — o al massimo circondato da relazioni parasociali? Per quale gruppo sta militando, qual è il suo obiettivo? Senza essere canalizzato concretamente in un’azione politica, un contenuto su IG o TikTok rimane infotainment, al massimo intrattenimento emotivo; più raramente può funzionare da denuncia o testimonianza. Ma non è mai un’azione politica definibile come “militanza”, perché essa ha a che vedere con l’organizzazione.

Le figure emblematiche nascono dai movimenti; non credo si possa seguire la maggior parte delle personalità online di oggi aspettando che invertano il processo e che dal loro seguito si generi un movimento. Mi sembrano più pallottole vaganti non in grado, o non interessate, alla convergenza pratica. Per quanto riguarda il discorso dell’errore di comunicazione, è un tema gigante perché è molto difficile riconoscersi realmente come fronte di lotta e coordinarsi, specialmente per le motivazioni che ho detto prima. Ad alcuni basta utilizzare la visibilità virtuale individuale come strumento di lotta e si fermano là; quando si sceglie di utilizzare il terreno delle piattaforme social, si sta consapevolmente scegliendo di piegare le istanze al servizio dell’algoritmo. La viralità, quando coincide con un messaggio politico, ti dà quella parvenza di diffusione, di essere arrivati a tanti… Purtroppo abbiamo pochi esempi di efficacia comprovata di questo metodo, tutti consumati nel giro di qualche mese al massimo. Perché alla base non c’è una progettualità né un obiettivo comune a medio termine.

> Ok, quindi in un certo senso sei d’accordo con me nel dire che la militanza, per essere tale, deve necessariamente essere fisica? Se la risposta è sì, secondo me sorge un altro problema. Le destre riescono a comunicare tramite il virtuale proprio in forza del fatto che i loro slogan si prestano facilmente alla semplificazione della comunicazione online. E lo fanno con “influencer” che si presentano come “liberi pensatori” e che, per questo, riescono a bypassare la diffidenza delle persone rispetto a qualsiasi messaggio che dichiara da subito di essere propaganda. Tu prima hai detto che sei diventata molto selettiva rispetto agli attivisti online che parlano di argomenti che ti stanno a cuore. Ti chiedo, quindi, se nei fatti esistono esempi di voci progressiste che a tuo avviso devono essere supportate.

> Più che fisica direi organizzata; cioè, io non penso che sia impossibile utilizzare strumenti digitali per fare politica. Per esempio, la ricondivisione di massa di specifici post in questi anni di genocidio, gli appelli dell3 attivist3 prima, durante e dopo la partenza della Global Sumud Flotilla, ma pure la campagna per il No all’ultimo referendum sulla giustizia… sono forme di militanza politica chiare, con uno scopo chiaro, e hanno funzionato benissimo. Per te è una questione esclusivamente legata alla fisicità?

Torniamo sempre all’inizio: quando parliamo di attivisti online, di cosa stiamo parlando? Soprattutto dopo la pandemia, sembra più che altro che l’attivismo sia diventato una categoria di contenuto e, di fatto, sulle piattaforme mainstream lo è a tutti gli effetti. Quindi, se uso uno strumento che funziona in base a un certo tipo di algoritmo che penalizza l’approfondimento e lo so usare — so creare ganci trigger, riassumo mezzo secolo di femminismi in pochi minuti, ho un’enorme influenza su decine o centinaia di migliaia di persone, magari ci sto guadagnando anche economicamente o in visibilità — cosa cazzo sto facendo esattamente? Non sempre militanza: il più delle volte faccio il content creator. Non è per screditare, ovviamente, ma sono due lavori diversi: hanno obiettivi ultimi differenti e se per il primo è la causa, per il secondo è la carriera.

Per quanto riguarda il messaggio di destra online, non funziona solo perché è più semplice, ma perché è diffuso, naturalmente organizzato e, soprattutto, estremamente chiaro e familiare. We live in a society razzista, specista, classista, sessista e tutto il resto… quando si comunica contro il cambiamento si sta rassicurando lo spettatore: “Va bene così, è tutto a posto, gli altri sono fuori di testa”. L’obiettivo è il mantenimento, non è sovversivo, non ti devi sforzare di capirlo. Se su temi progressisti si facesse lo stesso, uscirebbero fuori quelle merdate tipo Freeda o le campagne inclusive/green delle multinazionali… Con questo non voglio dire che sia impossibile usare i social media per fare militanza politica o attivismo bene; si può fare, solo che non si diventa virali — a meno che non si usino ironia o satira, che è un’altra cosa su cui potremmo spendere ore a parlare. Di nomi un po’ in testa ne ho, però prima sono curiosa: tu pensi che la sinistra dovrebbe fare contenuti come fa la destra?

> No, no, assolutamente! Credo che non abbia senso partecipare a questa guerra comunicativa. Se con “la sinistra” intendi quella parlamentare, di certo è destinata a essere sempre sconfitta nel dibattito online o nella produzione di contenuti. Da una parte sono d’accordo con la critica che vede nella mancata ironia la radice di questo problema della sinistra. Mi riferisco alla questione morale, al porsi come moralizzatori. Su Internet funziona in un altro modo; credo non ci sia spazio per il discorso serio, a meno che non sia quello neutrale della divulgazione che non tocca temi sensibili.

Inoltre penso che quello che hai detto prima (cioè che l’attivista online è sempre pronto a declinare in content creator) sia la ragione per cui ogni lotta che si lega a una identità finisce per essere semplice capitalizzazione di attenzione e, quindi, costruzione di uno status. Da questo punto di vista, credo che in fondo tutto ciò che è importante davvero stia fuori dai social media, che sono comunque spazi privati e, nei fatti, depotenziano — come la TV — qualsiasi lotta. Se ci pensi, è la destra, o comunque l’autoritarismo, che propone il culto dell’immagine; i social media sono intrinsecamente autoritari. 

> Profitto, verticalità, intrattenimento: la triade è un po’ questa se si gioca con le regole dell’algoritmo. È una struttura che premia se le rispetti. Forse sarebbe da chiedersi: “Ci interessa questo premio?”. E la risposta sarebbe che no, ovviamente non ci interessa, almeno immaginando la società in un senso di insieme, di comunità.

Però io sono diventata, per assurdo, più positiva, soprattutto negli ultimi mesi. In questo marasma di politica come argomento, topic o content… mi viene da cercare altro e paradossalmente lo trovo sempre più spesso: gente che usa i social per incontrarsi fuori, parlarsi, provare a dirsi cose difficilissime, magari cambiare il mondo, qualcosina. In un attimo scorro tutta la catena consequenziale di possibilità immaginarie e mi manca il fiato. Forse online dovremmo sforzarci di cercare quello che ci serve e avere più spesso la batteria del telefono scarica e tante cose da fare. Ma poi mi ricordo di essere depressa e mi giro una canna. Questa conversazione non va da nessuna parte, è come se sfiorassimo un tema che si evolve e cambia mentre proviamo a definirlo.

> Ahahaha, in effetti sì, ma forse stiamo girando intorno a un vuoto centrale, quella che si chiama “ingovernabilità” e che le piattaforme cercano disperatamente di saturare con i contenuti. Secondo me noi veniamo da quell’illusione per la quale la “moltitudine” avrebbe abitato le reti come spazi di liberazione. Questo forse è stato un errore tragico oltre che strategico. Perché essere connessi non significa creare una comunità, ma sommare tante solitudini. Altro che General Intellect! Siamo immersi in quello che è solo un gigantesco apparato di cattura che estrae valore a più non posso. Provo a tirare le somme di quello che penso e magari anche di questa conversazione.

Tu dici che l’attivismo è diventato una categoria di contenuto. Hai ragione, ma c’è di più: l’attivismo è diventato una modalità di soggettivazione. Mi spiego meglio: l’algoritmo non vuole solo il nostro tempo; vuole che diventiamo l’identità che dichiariamo di difendere, affinché quella identità possa essere profilata, venduta e, infine, neutralizzata. Ecco perché insisto sull’anonimato. Lo stile comunicativo della Destra funziona perché è l’ordine che parla a se stesso. Mentre i Social Justice Warrior sono l’opposizione interna necessaria al sistema per perfezionare i propri filtri morali. La forma più alta di resistenza oggi non è dire “io sono questo”, ma dire “io non sono nulla”, sfuggire alla profilazione dell’algoritmo.

Anche perché pure gli aspetti nobili dell’attivismo — ad esempio diffondere visioni alternative grazie alla condivisione di massa — finiscono per essere assimilabili all’opinione pubblica, che non è forza ma il sedativo delle democrazie spettacolari. Intendo che quando l’attivista micro-influencer ricondivide il post sul genocidio, sta sicuramente informando, ma sta anche scaricando la tensione etica in un gesto tecnico. Il potere ti ringrazia: hai convertito la tua rabbia in traffico dati. L’organizzazione di cui parli non può passare per IG o TikTok, perché sono tipo zone a sovranità limitata. Non puoi pianificare una secessione esistenziale nel salotto di un miliardario californiano che ha il tasto “off” sul tuo profilo. Quindi sì! Hai ragione quando dici che dobbiamo “avere la batteria scarica”, che non è un invito alla pigrizia o al luddismo fine a se stesso, bensì alla clandestinità. La politica inizia dove finisce la visibilità. Inizia quando smettiamo di cercare “voci da supportare” e cominciamo a cercarci nel buio. Le “voci progressiste”, se hanno un segno di spunta blu, sono già parte del problema. Sono funzionari dello Spettacolo. Per cui: interrompere la circolazione! Delle merci, delle informazioni, delle identità. Quindi, la mia domanda per te, mentre finisci quella canna, e per chi ci leggerà è questa: siamo disposti a rinunciare alla gratificazione di essere “visti” e “riconosciuti” come i “giusti”, pur di tornare a essere pericolosi? O preferiamo continuare ad arredare la nostra cella digitale con post esteticamente impeccabili sulla fine del mondo?

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