Nella casa in cui sono nata mi sembrava di sentire urlare anche i mobili. La rabbia faceva parte dell’arredamento. 

Con le dita lisciavo il legno, che cospargeva quella casa, provando a rilevarne le misure e afferrarne le dimensioni. Approfondivo lo scavo affondando i polpastrelli nelle vene del marrone, senza la certezza di rinvenire parole adeguate. Sembrava che alla mia grafia spettasse altro, che non riuscissi ad appropriarmi di quella sostanza emotiva, sebbene ingombrante. 

Quello che brulicava nella mia mente e si concretava nel mio corpo assomigliava più al disgusto o, in penombra, alla tristezza. Il primo lo sentivo appeso ai denti, nelle contorsioni dello stomaco. La tristezza depositata tra le pieghe della pelle: inerpicata nel pertugio delle scapole, aggrovigliata alle clavicole, sospesa all’altezza del petto. Sarà per questo che da piccola agivo una pressione con due mani su quella zona, ripetendo “basta” con voce fioca.

Ma dove si annida la rabbia? 

I miei genitori, nati negli anni Settanta, vennero risucchiati da una corrente tanto in voga nel 2000: lo stile etnico. Inzepparono la casa di maschere africane, tartarughe dal guscio variopinto, elefanti e giraffe in legno d’albizia, grandi e piccoli tamburi in pelle, lunghe candele profumate che guai ad accendere e pot-pourri, ovunque. Con le giraffe avevo un buon rapporto e i tamburi mi incuriosivano seppur insuonabili, le maschere, invece, mi facevano paura. La verità è che avrei voluto somigliare a uno di quei visi lunghi, avere anch’io la bocca spalancata e il privilegio di starmene lì appesa, come loro che incolumi trascuravano i fatti.  

Ai muri era impossibile ignorare le circostanze. Ogni volta che io e mia madre andavamo via con i nostri scatoloni ricolmi, ne crollava un pezzo. Il cartongesso si sbriciolava lentamente mentre i mobili si separavano dalla parete, salutando la casa. L’umidità faceva sì che togliessimo briciole a quella dimora che mio padre, da buon uomo-astuccio, avrebbe voluto conservare intatta e lustra per sempre.

Lui censiva, con minuzia, le briciole che cascavano a terra durante i pasti, i capelli che perdevamo io e mia madre in bagno, il tempo che impiegavamo ad asciugarli, l’acqua utilizzata per fare una doccia e le penne al sugo che lasciavo nel fondo piatto. “Lassi sempr’ che cosa dentr’ a st’ piatt”, rimproverava. Ma a me il sugo nella pasta faceva schifo e lo sforzo di lasciare solo cinque o sei penne, era immane. Puntualmente, a cena, si stupiva del fatto che non bevessi Coca Cola. “Comm’è? Non t’ piace?” chiedeva attonito e, quelle rare volte in cui a tavola c’era qualcun altro con noi, privo di peli sulla lingua, rispondeva al mio posto: “Non sai che non le piace? Non l’ha mai bevuta”.

Credo non sapesse bene neppure quanti anni avessi. Perse il conto presto. Continuava a dire “dieci” quando ne avevo otto e così negli anni a venire, senza soluzione di continuità. Per lui la paternità si intrecciava al filo delle pratiche da scartabellare, così aggiungere due o tre anni ai miei diventò una specie di rito propiziatorio mondano. Una formula che gli restituiva la sensazione di avvicinarsi all’estinzione di un mutuo, alla liberazione. 

Mio padre sottoponeva tutti i suoi beni vistosi a un’attenta e scrupolosa radiografia serale, così da rassicurare, prima di coricarsi, quell’identità sorretta dall’accumulo. Nel suo mondo di riferimento – che era, senza presunzione, anche il nostro –, dove i gesti precedono le parole, stabiliscono dove mettere le cose e le persone, il suo controllo si estendeva al corpo di mia madre. Uno strato di polvere in più sulle mensole sanciva, per lei, l’obbligo di alzarsi un’ora prima per pulire meglio, l’ora prima di andare al lavoro. Un vestito troppo aderente o un pantalone troppo chiaro per un invito a cena decretavano annullata la nostra presenza. Rimanevamo tutti a casa, mia madre si scusava per telefono: “Il solito attacco di emicrania” e proponeva un’altra data per la cena. 

Quando i mei genitori si separavano (in totale quattro volte, per quattro case, per sette trasferimenti) la cosa che più rendeva furioso mio padre era il trasloco di quegli adorati mobili: che la casa foderata avrebbe perso dei pezzi e così il suo ego sarebbe stato leso dall’architettura che cambia, dalla muffa che prima copriva un televisore e adesso lo spazio, finalmente vuoto, rivelava. La guerra ai mobili tornava a ripetersi ciclicamente. Le armi erano impari. Solo uno era il primato egemonico e, per quanto vana la competizione sull’accaparramento, una sera, dopo un litigio canonico – uno di quelli in cui lui le afferrava il volto dalla nuca, minacciava di romperle il naso, lei lo incitava a farlo e si dichiarava pronta a sporre denuncia –, tutto si risolse con un eroico cazzotto alla madia. “Spacc’ tutt’ ma ’sta vota non t’ gli rporti ’sti mobili!” sentenziò.

Cameretta

Era una di quelle sere in cui me ne stavo in camera mia, origliare non serviva, non c’era posto per l’intenzione benevola di non farsi ascoltare. La rabbia, insorta in uno dei suoi spasmi più deleteri, impediva ai miei genitori di percepirmi spaventata, fuori dal perimetro di quella faida intestina. Seduta sulla scrivania della mia cameretta provavo a tracciare, con un nero a cera, i contorni di un fantasma sopra un foglio bianco mentre l’orchestra collerica, deflagrata nella stanza accanto, li stordiva, prosciugava la sensatezza e le ultime risorse d’ossigeno. Quando l’eco delle minacce si fece più fitto decisi di chiamare uno zio in soccorso. Giunse, sentenziosa e corale, la famiglia intera.

Mobili salvi.

Il loro matrimonio fu un connubio esemplare tra patriarcato e patrimonialismo. La casa venne costruita da mio nonno paterno e consegnata in dono alla sua maschia prole. Mentre i mobili li aveva acquistati – come è implicito nei dettami di una famiglia democristiana – mio nonno materno, per le loro nozze. E dunque mia madre li avrebbe portati via con sé, aldilà di ogni tentativo di revanchismo. Mio padre, invece, non avrebbe mai lasciato la roccaforte di cui era erede, il che costringeva mia madre a prolungate ricerche di case in affitto dentro le quali incastravamo, in modi improbabili, quella mobilia evidentemente in esubero per le dimensioni delle case che potevamo permetterci.

Ma neanche il tempo di accomodarsi nel tetris di una casa nuova che quegli sportelli in legno massello sarebbero tornati dov’erano. Entro un anno avrebbero fatto il loro secondo trasloco. Nei mesi di passaggio, mio padre, bramoso di riconquistare le sue terre e i suoi possedimenti porosi (legno e carne), inventava serenate, dediche sui muri e sterili poesie trascritte su ogni superficie vergine. Marcava zone intonse come fazzoletti, tovagliette e piatti, esclusivamente in plastica, per non rovinare quelli in ceramica. Per fortuna.

A giorni alterni imbellettava e spediva la sua fame riponendola in pungenti mazzi di rose rosse.

Ottenute tutte le prove del marito pentito, mia madre si disponeva al perdono, di nuovo.

Così chiamavamo la ditta di trasporti e in due giorni si tornava a casa. Rimpacchettavamo piatti, bicchieri, lenzuola, tappeti, sentimenti. Ai mobili ci pensava lui, non avrebbe lasciato che qualcun altro li toccasse, sicuro del fatto che nessuno aveva la sua ossessione maniacale e spinto da un solo desiderio: riportare quei pezzi di legno a casa sua più illesi di quando erano usciti. Così nessuno se ne sarebbe accorto, nessuno avrebbe chiesto il perché.

Ma perché?

Salotto

In quella casa, colma di terrazzi chiusi con il lucchetto, per cui nessuno osava poggiare la testa fuori, il mobile che più mi spaventava era la scarpiera: noce scuro. E non per il modo strano in cui le scarpe sembravano scomparire a testa in giù, divorate dal legno, ma perché ogni volta che passavo lì davanti mi sembrava accendersi una spia: quella delle urla compresse dei miei genitori, una voce sull’altra fare a gara a essere quella più acuta, quella stentorea nel conflitto. Nel ricordo intrappolato dentro le ante della scarpiera, sembrava fosse la voce di mia madre a prevalere. Un ritmo grondante d’impulsi frenetici. Parole affastellate lì per anni, non più contenibili, detonanti per esigenza, schizzavano fuori dalla scarpiera e si intrufolavano nella mia testa. 

Allora premevo con i palmi sul petto. Avevo undici anni e mi dicevo, con parole stemperate, che non sarei mai stata un genitore simile ai miei, che avrei dispensato i miei figli dalle frequenze aspre delle urla, dai grovigli violenti, che non avrei osato trasferirgli la colpa di essere al mondo, né rivelato loro, anche qualora fosse stato vero, di non averli desiderati.

Ma forse avere la certezza di essere genitori migliori dei propri è possibile solo a undici anni.

Corridoio

Soprattutto le scale, che dalla porta d’ingresso portano al corridoio, erano consapevoli del nostro modo di procedere pieno di illusioni, testimoni asimmetrici di ascese e declini. Legno cosciente che il nostro andirivieni, un giorno, si sarebbe concluso.

A fianco a una delle maschere appese in corridoio, ricordo aver visto mia madre sbattere la testa, urlare: “Non ce la faccio più!” dopo aver deglutito due o tre compresse biancastre a cui associai il principio attivo una decina d’anni dopo: alprazolam. Classe farmacologica: benzodiazepine (ansiolitico, sedativo). Xanax. Io mi rendevo spettatrice imperturbata, rampicante ai bordi del sipario. Lei stava già male per cui non mi concedevo neppure il pianto, intimandomi l’imperativo di non darle altro dispiacere. Al massimo potevo scegliere di non finire la cena, estinguendo a tavola i miei capricci, lasciandoli galleggiare nel brodo assieme alle grosse lacrime d’olio.

Consideravo mia madre così fragile che avevo paura si rompesse, temevo si sgretolasse come i muri su cui straripava la muffa che le masserizie in rovere occultavano ai nostri occhi.

D’abitudine qualche indiscreto le chiedeva: “Ma magni?”. In paese, capire se si nutrisse abbastanza era interesse sbriciolato e disseminato tra i vicoli. Un mormorio di voci, nobilitato dalla preoccupazione per la sua salute che adombrava secolari paradigmi estetici, resistenti alla corrosione. Già piuttosto bella, le veniva imputata troppa magrezza: doppio peccato da espiare. Lei, mai sazia, si impegnava a rassicurare ogni interlocutore e, se necessario, mi chiamava a testimoniare: “Diglielo anche tu, quanto mangio!”.

E io facevo un elenco di cose che in effetti mia madre ingeriva compulsivamente, a tutte le ore, ma che forse la sua rabbia consumava prima che si depositassero da qualche parte per formare quegli strati che, alle persone, sarebbe piaciuto vedere. Più di tutti a mio padre. Intanto perché non gli si potesse affibbiare la colpa che quella povera donna fosse sciupata a causa sua e poi perché lui l’avrebbe preferita in carne, purché senza cellulite. D’estate, al mare, non poteva far brutta figura. Lui d’altronde era “’n begli omo”.

Camera da letto

Alcune sere sentivo il pianto di mia madre soffocato negli angoli della loro camera, tra il comò e il letto. Poi in fretta si vestiva e mi vestiva, dicendomi che dovevamo andare a fare “una cosa”. Dal tratto di strada che iniziavamo a percorrere mi accorgevo di cosa: una ronda notturna per scovare se mio padre fosse davvero a lavoro, oppure no. Nel tragitto pregavo sempre di trovare la sua macchina parcheggiata, di tornare a casa senza nuovi allarmi, che la tregua si prolungasse ancora di qualche giorno. Non eravamo pronte a tornare al fronte.

Altre sere mi chiedeva di dormire insieme nella mia stanza, raccontandomi che in camera da letto le era sembrato di vedere un topo, di cui aveva la fobia. Allora l’accoglievo sul mio materasso singolo dove a stento stavamo io e il branco di pupazzi con cui dormivo. Tutte le notti immaginavo per noi una specie di imbarco, facevo l’appello di quegli esseri di stoffa – a cui avevo dato nomi propri rigonfi di “P” come “Pepito” o “Pupù” – e sognavo la frattura, lo scisma: noi buoni saremmo andati lontano, i cattivi li avremmo lasciati per sempre alle loro cose, sulla terra ferma. Ci concedevamo un sospiro di sollievo di chi raggiunge la riva e buonanotte. 

Senza ricorrere all’invito, presumevo che sarebbe partita con noi anche mia mamma, al riparo dai topi e dai cattivi. Così ci facevamo strette e provavamo a dormire, ognuna con i suoi dubbi che calavano sul volto accompagnando le palpebre a socchiudersi. 

Anni dopo afferrai una di quelle verità che ci si ostina a cercare, consci della mestizia che il disvelamento porta con sé. Ma frugare nei cassetti pieni di germi del passato, ignorandone il pericolo, in qualche modo, mi appassionava. Scavavo nel rovere agita da una meticolosa e irresistibile brama di prove che legittimassero la mia rabbia sepolta. 

La verità dematerializzava presunte tracce di topo e inverava gli abusi di mio padre. Fatti che apparivano scivolargli addosso, per cui trovava giustificazioni mai setacciate, grossolane e inalterabili, come le sue idee. Lui rastrellava il senso delle discussioni che provavo a mettere in piedi e mi riportava, puntuale, alla materia bruta, alle terre brulle. Sembrava parlare di qualcosa che non poteva andare diversamente, che la biologia aveva sancito per gli uomini del mondo, prima ancora che esistenze sediziose – così risultava la mia – potessero replicare ascolto. La mascolinità, dentro quella mente farraginosa, assomigliava a un credo e come tale pretendeva osservanza. Essere uomo significava attenersi, con rigore, a una prescrizione di virilità che mai avrebbe lasciato spazio ai tratti del dissenso. Così come non c’era posto per la lingua italiana dentro l’abitacolo dialettale che mio padre occupava fiero. Com’era ovvio fumare, scommettere e giocare d’azzardo vista la caducità umana. Liturgie che più echeggiavano da lontano, meno potevano essere discusse. Dal valore intrinseco, dettato dall’emorragia del tempo.

Tanto valeva per il suo cazzo: bussola protuberante di cui si sentiva vittima endemica, che gli impediva l’ascolto del “no”. 

Bagno grigio 

Il bagno grigio, intanto, non era il bagno rosa. Una questione di colori e di classe. Del bagno grigio, a casa mia, si parlava in negativo, per ciò che non era, ciò che gli mancava rispetto al bagno rosa, anche detto bagno grande: di rango superiore, prediletto e per questo inutilizzabile, foderato.

Nel bagno grigio c’era la doccia, nel bagno rosa la vasca. 

A definire il primo erano i tappeti, grigi come un cielo che non trattiene più i suoi liquidi e li versa sull’umanità vagabonda che gli scorre sotto. Ai piedi dei sanitari del secondo, invece, c’erano tappeti rosa confetto. Dello stesso colore erano le mensole e i saponi Cléo che accoglievano, le mattonelle che costeggiavano le pareti, il gradino di marmo antistante la vasca, le spazzole, i pettini, le spugne, gli asciugamani e la cornice dello specchio che occupava un’intera parete, rosa anch’essa. Pot-pourri: rosa.

Nel bagno grande ci si imbellettava, ci si truccava e pettinava anche se spesso – vista la labilità della quiete domestica, che appena raccolta sembrava già diluirsi, colare tra le dita – dopo esserci acconciate per uscire, restavamo a casa.

Dentro la cornice che cingeva quell’enorme specchio, iniziavo a guardare il mio corpo e a compararlo, come si fa, con quello che agli occhi di una bambina risulta, per proporzione e ambizione, il più grande e il più lontano, ma anche il più familiare: quello di una madre. Da lei prendevo e accorciavo le distanze. Iniziavo a tratteggiare similitudini e antinomie su quella lastra di vetro che ci restituiva l’ologramma di noi stesse. Interrogavo lo specchio cercando di capire dove collocarmi, chiedendomi a cosa fosse giusto assomigliare, quali fossero gli atteggiamenti da imitare, in che punto sovvertire.

Il bagno grigio era più un anfratto, nascosto agli ospiti ma consumato da noi, che non potevamo certo fare il bagno nella vasca nei giorni feriali. A noi era prescritta la doccia, in piedi e in velocità. Tranne la domenica. Il bagno rosa, sacro come l’ostia, era una di quelle primizie da concedersi nel giorno del Signore, assieme ai biscotti al burro e alle altre cotture da forno. 

La domenica, in quella casa, il legno s’impregnava di buono. 

Cucina

Legno: ciliegio. Nonostante a mio nonno materno fosse costata “dodici milioni delle vecchie lire” (frase che alle mie orecchie suonava come un mantra), la cucina non si spostava da lì. E di fatto non venne mai toccata, per nessuno dei traslochi.

Il mestiere di mio padre, ereditato come l’oro e tramandato come un precetto, era il falegname. Diventò presto il suo secondo lavoro, subordinato al primo, che era l’operaio. Per quanto la falegnameria non fosse la sua principale occupazione, la sola esistenza bastava a garantirsi l’ultima parola sull’accumulo di valore economico-affettivo che sporgeva dalle pareti. Nonostante la cucina fosse lapalissiana predestinazione femminile, la decisione su quei pensili non riguardava mia madre. Il decreto esalava dalla bocca di mio padre, che sembrava aver occupato pure le geometrie del suo corpo.

Una mattina, dopo essere andato a raccogliere i funghi, lui rientrò e si accorse che le pulizie non erano ancora state concluse. Ore 13.00. Ho il ricordo opaco di mia madre con le mani ammollo nel lavandino della cucina, i guanti gialli le arrivavano fino ai gomiti. Il pranzo non ancora servito in tavola faceva vacillare l’equilibrio precario della famiglia spigolosa e fuori asse che componevamo. Così, con un gesto atletico e circense al tempo stesso, mio padre lanciò il cesto con i funghi contro il divano. Colpì il secchio dello straccio pieno d’acqua e lo fece cadere a terra.

Tutto pronto per un risotto.

Quella mattina mia madre indossava ciabatte in camoscio con un cuore blu ricamato sopra. Sistemò in fretta quello che c’era da sistemare, mi prese, assieme alle chiavi, e disse solo: “andiamo”. E in effetti scendemmo le scale mentre mio padre continuava a urlare parole frettolose che tentavano di raggiungerci rotolando su quei gradini irregolari. Arrivammo di fronte al portone che mia madre da tempo si esercitava ad aprire, io appoggiai gli occhi sui suoi piedi e le dissi: “Ma hai le ciabatte…”.

Il portone restò chiuso. Tornammo su. Neanche quella volta andammo via per davvero.

Questo, in parte, serve a spiegare quella cieca fiducia di mio padre. Nel suo delirio d’onnipotenza, albergava la convinzione che saremmo tornate sempre, che in fondo, spergiurando in lacrime di cambiare, avrebbe ottenuto l’assoluzione. Per cui, nel momento in cui andavamo via e io iniziavo a raccogliere quei supporti di bambina che ero, come borsette e diari segreti, lui mi diceva: “Che t’ l’ porti a fà appress st’ cos’? Tant’ rmunat” e io non capivo: che me le porto a fare? Mi domandavo. Forse per non sentirmi frammentata, divisa in due e sporzionata all’occasione come gli avanzi di un abbondante pranzo di Natale.

Per avventatezza o rassegnazione, alla fine, lo ascoltai. Lasciai lì quei ninnoli che mi ricordano, ancora, di essere stata una bambina, senza più tornare. 

Rinuncio così ai reperti di scuola elementare che danno accesso alla mia scrittura in stampato minuscolo, a sfogliare faldoni gremiti di disegni che ritraggono i nostri volti stereotipati e alle foto che suggellano le geografie ingiallite di quell’infanzia in disordine, spesso fuori fuoco, ma comunque mia. 

Smarrisco i dettagli delle rughe di mio padre che allora sbucavano spontanee e, invano, provo a dimenticare il tono della sua voce.

Decisi che non sarei più entrata in quella casa. A sancirlo furono parole che scrivevo e cancellavo da anni, quelle che cercavo con le dita nel legno, una lettera finalmente compiuta e convertita nel mio personale congedo. Il mio armistizio, riposto in un cassetto della madia. Rovere lamellare.

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