Anche io ho le Skechers ai piedi. Le scarpe del proletariato contemporaneo. Tutti sul 163 le abbiamo. Andiamo da San Lorenzo a Rebibbia per lavorare. Non importa che lavoro facciamo: netturbini, commessi, fattorini. La soletta extra-foam ci unisce.

Io faccio il cameriere. Lo faccio per hobby, per lavoro faccio lo scrittore. È una cosa che mi piace raccontare, ma dire il contrario mi farebbe sentire come uno che scrive per hobby e io odio gli hobby, sono per la gente che non sogna. Quindi, dopo una laurea in filosofia, eccomi qui sul 163. Tutto bene.

Per fortuna al Verano trovo due sedili liberi. Mi siedo, spero non mi si sieda nessuno accanto. Sono uno stronzo? Il sole mi scalda il viso attraverso il vetro unto dai capelli di qualcun altro. Non mi ci appoggerò.

Ci sono persone che vedo ogni mattina, anche loro mi vedono ogni mattina. Mi piace giudicarli da dietro le lenti scure dei miei occhiali da sole. La vecchia che è seduta due file più in là, con le sue borse logore, occupa sempre quattro sedili. È più stronza di me. Poi ci sono sempre un ragazzo e una signora sulla sessantina, prendono il 163 assieme, vestiti con tute di pile blu infeltrite, penso siano addetti alle pulizie. Chiacchierano, ridono. Anche loro hanno le Skechers, ma sembra che non portino il peso di indossarle, non ci fanno caso al fatto che sono le scarpe degli ultimi. Che siamo tutti qui assieme, sul 163, ad aspettare la nostra morte come dei lemming in sovrappopolazione. Il ragazzo non si rende conto di nulla. Non sembra così sveglio, e in effetti a vent’anni fa le pulizie nei dintorni di Rebibbia. Lei invece, la signora sulla sessantina, mi pare saggia. Ha gli occhi felici nonostante tutta la vita che ha fatto, ha la tinta fatta nonostante indossi un pile infeltrito, ha le unghie fatte nonostante metterà i guanti per pulire dei bagni. Mi commuove sempre. Mi ricorda mia madre, anche lei donna delle pulizie.

Sale anche una ragazza della mia età. Palese di Roma Est. Ha i capelli piastrati e una tuta fucsia, è in videochiamata col suo tipo, sicuro un boro come lei. Mi passa a fianco, si siede nel sedile dopo il mio.

Il 163 parte. Tiro fuori un libro dal mio Cotopaxi, metto Pomme nelle cuffie. Potrei sembrare performativo, ma no. Anche se le mie cuffie hanno il filo, non inganno nessuno. Ho le Skechers, non le polacchine.

Accavallo le gambe, noto una chiazza rinsecchita sul pantalone. La gratto con l’unghia, fatica a venir via. Mi annuso il dito, sa di fagioli con le cotiche. Vabbè. Non lavo i pantaloni da cameriere da settimane. Ne ho solo un paio, non ne voglio avere un secondo. Comprarne un altro mi pare firmare una condanna a morte. Al massimo li passerò con uno straccetto umido.

A Tiburtina – Crociate il 163 si ferma. Un ragazzo si avvicina alla porta, ha un dolcevita bianco, un lungo cappotto di lana cotta color cammello, i pantaloni stretti, la barba è curata ma non copre le cicatrici lasciate dell’acne giovanile. Compensa con il petto largo e le spalle possenti. Sicuro ha l’abbonamento da Anytime Fitness. Quando sale sul 163 noto che ha delle Nike Air bianche accecanti. Guardo le mie Skechers grigio topo. Erano nere, ora sono pure bucate. Non le cambio da tre anni. Per lo stesso motivo dei pantaloni, non ne comprerò un secondo paio.

Anche se il bus è semivuoto il tipo dolcevita rimane in piedi, davanti a me. Non ha paura di cadere, non si regge nemmeno da quanto si sente macho e stabile. Le sue braccia sono tipo il doppio delle mie. Ha delle cuffiette Bluetooth antiestetiche. Guarda il telefono, ha una chiamata. Si tocca una cuffietta. Inizia a dire cose in inglese. Sarà un consulente di una Big4, ne andrà pure fiero. Che imbarazzo. Vorrei dirgli: perché ti piace così tanto violentare le donne? Me lo appunto. È una bella frase. Devo usarla un giorno in una serie.

Poco prima di Tiburtina – Portonaccio lo vedo suonare il campanello. Dove poteva scendere se non lì, alla fermata dell’Inside Out Caffè? Che nonostante la citazione al film della Pixar, non è altro che un bar pieno di neon e gente che pippa. Quando il bus si ferma, la vecchia con le buste della spesa sparse si mette ad urlare e chiedere aiuto. Deve scendere ma non ce la fa da sola. Il ragazzo dolcevita interrompe la telefonata, le prende le borse e le dà una mano a scendere. Wow, che eroe.

Mentre seguo l’eroe in dolcevita avventurarsi sulla Tiburtina, probabilmente alla ricerca di altre vecchine da aiutare, oltre il finestrino unto vedo un volto noto. È lui. Cammina disinvolto, ha una giacca di tweed con le cuciture bianche in rilievo, come se il sarto si fosse dimenticato di togliere i fili. Una robaccia finta che ti fa sentire giovane, originale, ma anche di classe. È lui, è il produttore che da due anni dice di amare le mie serie eppure non le compra. Respiro. Sicuramente se si avvicina si accorge che puzzo di fagioli con le cotiche. Non mi deve vedere. Mi sento nudo con le Skechers ai piedi. Non deve sapere che, come hobby, faccio il cameriere.

Cerco di affossarmi dietro il libro. Lo spio. Lui ha le polacchine.

‒ Mattia, giusto? ‒ sento.

‒ Sì, ciao, ‒ mi levo le cuffie.

‒ Posso?

‒ Certo, ‒ non deve sentire il mio odore.

‒ Che ci fai qui? Lavori?

‒ No, cioè, devo andare a fare delle cose, ‒ le mani mi tremano come i finestrini.

‒ Scrivi ancora?

‒ Sì ‒ rispondo.

La ragazza bora sbotta al telefono col suo tipo in videochiamata: ‒ Ma che cazzo stai a dì, i buffi te li sistemi da solo. Ah cojone!

‒ Stai prendendo ispirazione? ‒ mi fa con il cazzo di sorrisetto di chi non prende mai l’autobus.

‒ Ahah, no.

‒ Facciamo un bus-pitch, dai. Che stai scrivendo? ‒ ride alla sua stessa battuta.

‒ Sto scrivendo una serie sulle relazioni, sulle ansie, sui non detti, ‒ cerco di apparire riflessivo e profondo.

‒ E il protagonista?

‒ Un bel problema, cioè, sono tre protagonisti, tre dottorandi che non sanno che fare della loro vita. Se scegliere la carriera accademica o l’amore.

‒ Ah! Tu sei un dottorando? ‒ mi guardo i pantaloni. Con una mano copro la chiazza.

‒ No.

‒ Ah.

‒ Però tutti i miei amici sono dottorandi.

‒ Ah bene, ‒ dice, però tira fuori il suo iPhone gigante. Non sembra tanto convinto della mia storia.

‒ E tu cosa fai? ‒ mi chiede mentre scrolla, solo per gentilezza e dando per scontato che io non faccia lo sceneggiatore.

La signora che ricorda mia madre, l’addetta alle pulizie, mi sta guardando. Ha sentito tutto. Lei sa di sicuro che lavoro faccio. Mi vede qui sempre, spesso con la maglietta dell’osteria in cui lavoro. Distolgo lo sguardo. Fuori dal finestrino c’è il McDonald di Galla Placidia. Leggo un’indicazione per il Pertini.

‒ Sto andando a fare le analisi, ‒ rispondo a mezza voce.

‒ Stai bene vero? ‒ mi chiede preoccupato, io alzo le spalle per minimizzare. Come se ci fosse qualcosa da minimizzare.

‒ Sì, sì, sto bene, ‒ faccio un respiro pesante, mi accascio un po’ di più sul sedile e rilasso i muscoli facciali per sembrare più debole. La signora ancora mi fissa. Chissà a che pensa, se ha capito che sto fingendo di essere malato pur di non dire la verità.

‒ Prenditi cura di te stesso eh, mi raccomando, ‒ dice, ‒ la salute è la cosa più importante.

Io annuisco flebilmente. Guardo la donna, è sconsolata. Forse le ricordo suo figlio. Magari anche lui si vergogna del lavoro che fa.

‒ Sei ‘na merda! ‘Ai capito? ‒ urla la ragazza bora in videochiamata.

La donna mi guarda, alza le sopracciglia. Anche io sono una merda, lo so.

Mi volto verso il produttore. Deglutisco. Mi tiro su sul sedile per sembrare meno malato.

‒ Comunque, faccio il cameriere.

Lui ancora scrolla. Non risponde. Poco dopo alza lo sguardo.

‒ Scusa, hai detto qualcosa?

‒ Sì, che faccio il cameriere.

Sul suo volto compare il candido sorriso della compassione. Quello che solo i ricchi sanno fare.

‒ Maddai! ‒ esclama, ‒ anche io l’ho fatto da giovane.

Ma palese non ha lavorato un giorno in vita sua. So benissimo che suo padre era a sua volta un produttore.

‒ Sono esperienze che ti formano, ‒ aggiunge, come se fare un lavoro di merda sia un’esperienza utile da mettere sul cv.

‒ Certo, ‒ annuisco.

‒ Bravo. Lo diceva Monicelli: la commedia all’italiana è finita quando i registi hanno smesso di prendere l’autobus.

‒ Già, ‒ gli dico. Ma non voglio più dirgli altro.

Alla fermata dopo, Tiburtina – Ottoboni, lui deve scendere. Mi ripete di riguardarmi. Non mi dice di inviargli il progetto, e si alza.

Io mi appoggio al finestrino. Lo vedo attraversare la strada. Il 163 riparte. Guardo la Tiburtina scorrere brutta, assolata e lercia come ogni giorno.

Monicelli, comunque, il 163 non l’ha mai preso.

‒ Amo basta, non ce la faccio più ‒ lamenta la ragazza bora, e mette giù al suo tipo. Si caccia il telefono tra le gambe. Espira profondamente. Guarda fuori. Le sue mani tremano. Tira su col naso. Con la manica della sua tuta fucsia si asciuga dal viso le lacrime. Provo l’istinto di abbracciarla, ma sento la voce del 163 dire: ‒ Prossima fermata Tiburtina – Balsamo Crivelli.

È qui l’osteria in cui lavoro. Devo scendere. Chiudo il libro, lo rimetto nel Cotopaxi, mi alzo. Ero appoggiato al vetro unto. Raggiungo la porta. Passo davanti alla ragazza in lacrime. Non mi va più di pensare che è bora. Che vuol dire? Le sorrido per farle sentire che le sono vicino, che non sono uno stronzo, sono come lei.

‒ Cazzo c’hai da guardà? ‒ mi sbotta addosso.

‒ Niente, scusa, ‒ farfuglio io, in effetti era un candido sorriso compassionevole.

La signora che mi ricorda mia madre accenna una risata.

Il 163 si ferma.

Io scendo con le mie Skechers bucate ai piedi e penso che non le toglierò mai.

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