Maria Teresa mi abbraccia mentre mi sto ancora alzando dalla sedia, con il tavolino circolare piantato contro il bacino e le gambe piegate. Non riesco neanche a chiederle come sta che estrae da una borsa la sua tesi di master e me la porge. Mentre fa finta di scansionare un QR code per ordinare e lasciarmi il tempo di leggere, le indico un termine che appare alla quarta riga dell’introduzione: “Cure Palliative”, con le iniziali maiuscole. Le chiedo cosa sono.
“È molto importante la distinzione tra guarire e curare. In inglese è forse ancora più chiara, tra cure e care. Guarire, cure, significa ristabilire l’equilibrio che c’era prima, portare una soluzione definitiva, o quasi. Se parliamo di una ferita: quando la guarisco, il tessuto si rimargina. Curare, care, significa avere attenzione per l’altro, prendersene cura. In questo caso il focus è sulla persona, i suoi valori, il suo benessere. Curare non implica per forza una guarigione, anzi.”
La guardo aggrottando le sopracciglia mentre lei prosegue.
“Prima della medicina moderna ogni famiglia faceva esperienza diretta della morte: era normale essere presenti durante la malattia e il deperimento dei propri cari e assistere al momento del decesso. Si poteva anche morire da giovani. Oggi invece, grazie ai progressi della scienza medica degli ultimi 50-70 anni, la morte è qualcosa che è possibile governare e posticipare. È stata medicalizzata, diventando qualcosa di esterno e lontano dalle nostre vite, circoscritta addirittura in un luogo fuori dalla casa, in una struttura dedicata, o in un ospedale.”
In un bar tanto moderno quanto anonimo (arredamento marrone scuro in palette con il verde delle piante, tavolini equipaggiati di prese e porte usb, robottino automatico che trasporta i caffè, posizione che farebbe invidia a un qualsiasi McDonald’s), Maria Teresa anima la sala quasi deserta con la sua voce squillante e un’attenzione certosina per le parole che sceglie.
Quelli che mi racconta sono certamente fatti interessanti, ma non sono la risposta che cerco. Da buon ingegnere, io vorrei una chiara e semplice definizione di cure palliative da cui partire per proseguire la nostra intervista. Ma riuscirò a ottenerla solo dopo una buona ora di discorsi. Capirò il perché solo quando lei, fiera, citerà il codice deontologico dell’infermiere, sottolineando la sua natura tecnica, relazionale ed educativa. “Educare”, ecco la parola. Mentre il sole entra dai grandi finestroni e le illumina gli occhi, lei non sta solamente parlando del suo mondo. Mi sta educando a esso.
“Cicely Saunders. Sa-un-ders”.
Mi dice mentre allunga gli occhi sul mio blocco note.
“Cicely Saunders è stata un’infermiera, poi diventata medico, inglese, cristiana, della metà del ‘900, che ha avuto intuizioni (poi teorizzate) che sono materiale di base delle cure palliative attuali.
Cicely Saunders si accorge che la gente muore soffrendo e che questa sofferenza non è solo fisica. Il dolore è sociale per la perdita del ruolo che una persona ha, psicologico per la scomparsa del proprio futuro o la privazione della propria autonomia. È anche un dolore spirituale che dipende da domande come: «Che cosa ci sarà al di là? Che significato ha avuto tutto questo? Come mai proprio a me?».”
“In questo senso Cicely Saunders teorizza il concetto di dolore totale. Si rende conto che la persona è fatta da più sfere: fisica, sociale, psicologica, spirituale. Io infermiera guardo la persona secondo queste quattro dimensioni e devo cercare di introdurre un sostegno su tutti questi quattro ambiti. In questo approccio che potremmo definire olistico, la persona e la sua famiglia diventano un’unità di cura. Questo perché tu sei una persona inserita in un ambiente. Il soggetto principale di cura sei sempre tu, ma sei tu relazionato agli altri.”
La incoraggio: “Quindi le cure palliative…”
Mi indica la tesi, che ho ancora in mano come un menù dal quale non ho capito cosa ordinare.
“Lì, a pagina uno c’è la definizione di legge.”
Legge n°38 del 2010: “…l’insieme degli interventi terapeutici, diagnostici e assistenziali, rivolti sia alla persona malata sia al suo nucleo familiare, finalizzati alla cura attiva e totale dei pazienti la cui malattia di base, caratterizzata da un’inarrestabile evoluzione e da una prognosi infausta, non risponde più a trattamenti specifici.”
Inizio a unire i puntini del suo educarmi, e le chiedo di farmi una parafrasi, per capire meglio.
“Potremmo dire che le cure palliative sono un approccio multidisciplinare volto a garantire la qualità della vita di una persona che è affetta da una patologia in fase avanzata per la quale non ci sono trattamenti guaritivi. Probabilmente sono l’unica che continua a specificare guaritivi, ma secondo me dà l’idea del fatto che non c’è più nulla da fare, da guarire. Rimane da curare, prendersi cura. Rischio di suonare approssimativa nel distinguere un concetto così complesso solo in questi due termini, ma per me è così.”
“Il nome viene da pallium, mantello, a indicare il fatto che le cure si adattano alla singola persona, la avvolgono e la coprono il più possibile. Sono su misura, cucite sui bisogni specifici in ognuna delle quattro sfere. Ad esempio, anche se i concetti sono di origine religiosa, la parte spirituale è aconfessionale.”
Tutto questo mi fa tirare un sospiro di sollievo. Non solo perché ho finalmente in mano la mia definizione (e la comprendo) ma anche perché scopro l’esistenza di teorie e pratiche e persone volte a considerare la morte in maniera umana e totale. Fin da quando ero bambino ho sempre pensato che la morte fosse l’unica questione importante della vita. L’unica base stabile su cui poter appoggiare i piedi e con cui dover fare necessariamente i conti. Ora Maria Teresa mi apre le porte sul suo mondo, fatto proprio di attenzione e cura per questa prova fondamentale della vita. Lei attualmente lavora in un hospice, la struttura pensata e introdotta da Cicely Saunders, che mi dice essere una:
“Casa per cure complete che accoglie il paziente e la sua famiglia, assicurando le cure nella fase di fine vita.”
Sottolineando la parola casa.
“Le stanze prevedono che oltre al posto letto del paziente vi sia un divano/poltrona o un letto aggiuntivo per ospitare un famigliare, che vi sia uno spazio per cucinare, che si possa personalizzare la stanza con quadri o fiori di gradimento per il paziente. Gli elementi e gli ausili dell’ambiente sanitario vengono armonizzati in un contesto più simile possibile a quello domestico.”
Maria Teresa ha studiato infermieristica e ha poi conseguito un master in cure palliative e terapia del dolore. Ora lavora proprio nella struttura dedicata a ciò che ha studiato. Ma come tanti altri giovani che scoprono il loro posto nel mondo, il suo percorso è stato tutt’altro che semplice e lineare. Era partita con l’idea di occuparsi del nodo opposto: della nascita.
“Volevo diventare la persona che ti accoglie per prima in questo nuovo mondo, forse ti vede prima della mamma e del papà (proprio perché è dal lato giusto). La persona che ha una grande responsabilità, ma anche il grandissimo pregio di accoglierti tra le sue mani.”
Ha provato a superare il test di ostetricia senza successo. Ha ripiegato su infermieristica solo perché era qualcosa di simile, passando il primo anno di università a piangere perché non si riconosceva in ciò che era finita a studiare. A lezione si trattavano tutti i tipi possibili di malati, gli approcci generali, le teorie del nursing di Florence Nightingale, mentre lei voleva semplicemente rivolgere la sua attenzione ai bambini. Poi però svolge il primo tirocinio in ospedale e inizia a cogliere la realtà di quello che sta studiando:
“Lì ho conosciuto delle guide molto ispirazionali per me, spesso infermieri uomini devo dire, che mi hanno mostrato e insegnato che l’infermieristica non è quella disciplina un po’ romanticizzata, spesso associata alle crocerossine o a una certa visione cristiana del curare. È invece un saper fare con abilità, è un pensiero critico, è un’intenzionalità del gesto che deve essere eseguito da una persona che ha studiato e che è competente.”
Mentre la seguo nel racconto del suo percorso di vita, lei non dimentica mai di porre l’accento sul fatto che molte figure chiave del pensiero alla base dell’infermieristica non fossero solamente “donne che hanno pensato delle cose” ma professioniste che hanno unito le loro visioni a un approccio scientifico e rigoroso.
“Florence Nightingale, nel 1800, oltre che infermiera era anche una grande statistica. Hai presente il grafico a torta? Ecco, l’ha inventato lei. O ancora è lei che ha introdotto la separazione tra pazienti infetti e non, il lavaggio delle mani e degli strumenti nel passare da una persona all’altra, un’alimentazione pensata per migliorare le difese immunitarie, l’arieggiare frequentemente le stanze.”
“Oppure: Cicely Saunders, a metà del ‘900, è stata una delle prime a svolgere studi scientifici sulla somministrazione della morfina a orario, per prevenire il dolore piuttosto che aspettarne l’insorgenza. Promosse come standard la somministrazione per via orale al posto di quella endovenosa, riducendo l’invasività del trattamento.”
Grazie agli infermieri in carne e ossa incontrati sul campo, che le trasmettono la loro conoscenza e passione, lei stessa viene “contagiata” dalle figure che studia e si interessa profondamente a ciò che prima aveva scelto solo come ripiego temporaneo. Quando per la seconda volta non passa il test di ostetricia non è poi così delusa. Si laurea e inizia a lavorare. Passa un solo anno e scoppia la pandemia di Covid-19.
“Anche se avevo un anno di vita come professionista ero già grande abbastanza, costituivo personale formato. In cardiologia, dove avevo lavorato prima, avevamo avuto poche morti. Poi durante il Covid sono andata in terapia intensiva. Lì la mortalità delle persone ricoverate era intorno al 90%.
In quell’ambiente il contatto con i pazienti era separato dai dispositivi di protezione individuale e chi riceveva le cure era trattato come un appestato. Noi dovevamo gestirlo in maniera asettica, il più possibile distanti, proprio in quel momento di estrema fragilità.”
“L’ambiente della terapia intensiva è molto impersonale. Devi stare con meno vestiti possibile, quasi nudo, perché devi rimanere attaccato ai monitor, se succede qualcosa io devo essere pronto a rianimarti. C’è una grande presenza di strumentazioni. Ci sono pazienti che vengono intubati, sedati, attaccati ai macchinari, sotto farmaci che sostengono le funzioni vitali… A volte ci sono dei box, come fossero scatole di vetro, con tutti i pazienti a vista, al contrario invece di quello che si ha in altri reparti dove c’è una stanza, una porta.”
“Durante il Covid ho assistito in prima persona al tentativo di rimanere umani in una situazione che richiedeva grande competenza tecnica. E molti pazienti che sono stati intubati non sono sopravvissuti. Una morte vissuta in maniera molto fredda sia per i malati che per le famiglie, che non potevano neanche star loro vicino.”
“Normalmente le terapie intensive consentono l’ingresso dei familiari, ed è previsto che questi vengano guidati perché l’impatto nel vedere il proprio caro ricoverato in condizioni critiche è molto forte. Quindi anche i familiari meritano un grande lavoro, una grande umanità da parte dei professionisti sanitari che li accolgono.”
“All’epoca del Covid non c’era neanche questa possibilità. Noi avevamo solo il contatto telefonico con le famiglie che venivano aggiornate giorno per giorno. E poi anche alla comunicazione del decesso non lo potevano vedere. Cioè noi lo restituivamo come salma, capito? Ricordo l’impatto visivo di queste salme nei sacchi.”
“Quindi ho fatto un’esperienza della morte molto particolare. Sia ai tempi del Covid che non, ho notato in ospedale una gestione del fine vita molto carente. E quindi lì mi sono detta: sai che c’è? Forse varrebbe la pena di lavorare su questo aspetto qua.”
È in questo scenario di guerra che Maria Teresa fa un passo fondamentale che la porta dal volersi occupare della nascita al prendersi cura del fine vita. La ammiro molto per questo. Perché spesso il lavoro non è qualcosa di cui le persone si interessano veramente e a fondo, avendolo a cuore. Il lavoro è “fare quello che si deve fare”, anche bene, con professionalità. Poi però si torna a casa e non ci si vuole più pensare. Se si nota un problema, a volte lo si segnala e si cerca di risolverlo. Altre volte ci si chiede chi ce la faccia fare tutta quella fatica se tanto lo stipendio resta uguale, e si finisce per nascondere il problema sotto il tappeto. Maria Teresa fa il contrario. Ricordo un suo messaggio, ricevuto mentre lavoravamo alla stesura di questo articolo:
“Io non ho scelto di fare l’infermiera. Ho deciso di diventare infermiera.”
Il lavoro per lei è una delle cose più vicine alla sua identità, a chi è lei. Per questo motivo, e non solo, quando ha notato una criticità nel sistema ha deciso in prima persona di dedicarcisi, di approfondirlo, di prendersene cura.
“Ricordo le parole di una signora che abbiamo avuto in hospice, dette a me e a un mio collega: «Io sento che con voi sono proprio coperta, che sarete la mia copertina quando morirò, che sarò coccolata. So che sto morendo, so che non mi va, so che ci sono tante questioni aperte, però so anche che quando avverrà potrò contare su di voi. Non siete la mia famiglia, ma so che sarete lì per me lo stesso e che lo farete con professionalità e non mancherete nel rendermi onore e dignità.».”
Le si bagnano gli occhi.
“La vita è fatta anche della morte. Forse il mio desiderio originale di accogliere la vita adesso è diventato il desiderio di preservarla e di fare in modo che si arrivi alla conclusione in maniera serena. Forse invece di accoglierti tra le mie braccia, ora il mio ruolo è quello di tenerti la mano fino all’ultimo respiro, di far parte di quel momento intimo che è la morte, come lo è la nascita.”
“È come un cerchio, no? Volevo fare quello, prendermi cura della vita di una persona, e ci arrivo da un altro lato. A far nascere dentro la persona la consapevolezza che vale e che c’è e ha una dignità anche se il suo corpo e il suo pensiero sono rivolti alla fine.”
Le chiedo come funziona la sua quotidianità all’interno dell’hospice. Mi dice che l‘andamento è standardizzato, che c’è il giro visita in cui si sente brevemente come stanno i pazienti, poi il giro della terapia medica, in cui si somministrano i farmaci. Un aspetto che mi colpisce è quello della cura igienica:
“Essendo la persona meno autonoma subentra l’intervento di una mano sanitaria. Diventa un momento di contatto umano. Pur essendo la pulizia e l’igiene eseguita con un tocco procedurale, nel senso che io so come ti devo girare nel letto, so come passare la spugna, in che direzione, etc., allo stesso tempo devo sapere che toccare una persona può farle vivere diverse conseguenze: il sentirsi un po’ invasa, il sentirsi vulnerabile, vista in un’intimità che non avrebbe mai fatto vedere a persone estranee, e invece lì per motivi ovvi la fa vedere e viene esposta.”
“Quel tocco lì è un tocco che non è solo fisico, ma tocca anche dentro. Perché in una persona che ha perso a mano a mano la sua capacità di autonomia nelle funzioni di base questo ha grande impatto psicologico. Sono molto frequenti commenti del tipo: «Ma queste cose non mi sono mai capitate; non avrei mai pensato di farmi lavare da persone anche più giovani di me, da donne, eccetera» quindi può essere fonte di imbarazzo e disagio nella persona.”
“Quel tocco bisogna farlo con cura, con attenzione, e pur essendo un’attività routinaria, la cura igienica è un’attività molto delicata. Spesso tra operatori che stanno aiutando la persona si parla, ma sarebbe bene far partecipare i pazienti. Far raccontare loro cose di sé, un po’ magari scherzando, un po’ per ammortizzare il disagio della situazione e mitigarlo, ma anche per coinvolgere la persona, nel senso che io ti sto mettendo le mani addosso, ma tu sei comunque qua, parla con me. Nel farti parlare ti do la possibilità di far vedere che ci sei, che comunque ti sto considerando come persona, come essere, come pensiero. Non sei solo una roba da cambiare, un corpo da girare.”
“Citando lo sguardo infermieristico, le teorie del nursing, lo scopo è quello di valorizzare le capacità residue della persona. Il suo ruolo va per quanto possibile mantenuto e stimolato. Questo sguardo vale anche con le persone incoscienti (un insegnamento che mi porto dalla terapia intensiva): la cura igienica su una persona incosciente deve cercare di mantenere un tocco umano anche se sto interagendo con qualcuno che non può esprimersi.”
Parte dello standard della struttura in cui Maria Teresa lavora è anche il “tempo libero” che viene lasciato agli operatori:
“Ho la possibilità di gestire il tempo in modo diverso rispetto a quando lavoravo in ospedale. Dopo la routine mattutina e la somministrazione della terapia riesco a ricavare del tempo da dedicare alla relazione di cura in modo che non sia solo un insieme di manovre e tecnicismi.”
“Osservo sempre in che modo mi guarda il paziente, le domande che mi fa. Mi chiedo: sono domande casuali? A volte il chiedere è una cosa, a volte è il nascondere un altro bisogno. Vado alla ricerca e capto. Riuscire a captare il bisogno che c’è dietro una domanda anche banale è un’attività da investigatore sanitario, diciamo così. Non vado ad analizzare tutto per forza però sicuramente devo cercare di leggere il non detto.”
“In più la bellezza dell’hospice in cui lavoro è che posso condividere certe valutazioni con altri professionisti, e riesco ad avvalermi di quello che vedo, posso riportarlo al gruppo e possiamo trovare insieme una soluzione che tenga conto delle varie osservazioni. C’è chi riporta “ho visto questo”, chi “io ci leggo anche questo”, ognuno con la sua esperienza e professionalità.”
Trovo tutto ciò molto bello ed estremamente positivo. “È proprio quello che ci vuole”, mi dico. Allo stesso tempo però penso alle mie esperienze, ad alcuni miei cari che mi erano molto vicini, il cui fine vita è stato vissuto in modo molto diverso da quello che mi racconta Maria Teresa, spesso in ospedale e non in hospice. Le chiedo quale sia la realtà del fine vita al di fuori del suo contesto lavorativo.
“In Italia siamo molto avanti a livello di legge rispetto ad altri Paesi. La 38 del 2010 è stata una delle prime in Europa a sancire il diritto all’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore. Sulla carta è prevista la possibilità di ricevere cure 24 ore su 24, principalmente negli hospice o presso il domicilio, ma la verità è che l’implementazione è molto lenta e a macchia di leopardo. Sia per mancanza di strutture adatte, sia perché manca personale e formazione.
Ad esempio, erogare le cure palliative a casa richiede molta preparazione: è come lavorare in trasferta, bisogna portarsi tutto il materiale e muoversi in un ambiente che non ha nulla di medico. E va garantito che chi fa questo lavoro abbia gli spazi e i tempi adatti. Ma il personale non c’è. Mancano sia i medici che gli infermieri. Se negli ospedali manca personale per fare una semplice puntura, figurarsi per l’assistenza domiciliare.”
“Mi viene in mente un caso tipico in cui un familiare del paziente in fine vita ha un dubbio o ancora peggio un’emergenza e il professionista di riferimento che lo segue non è disponibile. Che fa? Chiama la guardia medica. La guardia medica però non conosce il paziente e suggerisce di chiamare il 118. Si arriva in ospedale e lì va fatta una scelta. In un momento acuto possiamo avere atteggiamenti della famiglia che sono contraddittori rispetto a quello che si è portato avanti fino a quel momento con l’equipe di cure palliative: si rischia di scegliere un approccio di tipo interventistico quando magari quella crisi fatta mentre il paziente era scoperto è proprio quella finale e questo doveva rimanere a casa. Sono situazioni molto difficili.”
Secondo la Società Italiana Cure palliative che cita dati del 2025, in media solo un malato su tre è in grado di ricorrere alle cure palliative, che siano domestiche o in hospice, che dovrebbero essere coperte gratuitamente dal servizio sanitario nazionale. Ci sono alcune regioni che coprono quasi il 50% della richiesta, mentre altre arrivano appena al 5%. Il problema non è solo una questione budget regionale, ma anche, come detto, di numeri. Le persone disposte a seguire il percorso professionale di Maria Teresa sono sempre meno.
“La professione infermieristica non è per nulla attrattiva. L’infermiere non ha una progressione di carriera: né a livello di responsabilità né a livello remunerativo (sì ci sono gli scatti di anzianità del CCNL ma sono infimi). Ci sono più di 40 master per infermieri (in ricerca clinica, accessi vascolari, area critica, wound-care, emergenza-urgenza, pediatrico, etc.), e delle nuove magistrali che verranno attivate ma questa spinta a livello di formazione universitaria non ha un riscontro nella realtà lavorativa. Ci sono tutti questi corsi che aggiungono competenze ma non c’è un inquadramento normativo che permetta di espletarle.”
“Io nell’hospice in cui lavoro sono fortunata perché ho una coordinatrice che mi valorizza. Ma se vado in altri contesti non c’è differenza tra chi ha un master e chi non ce l’ha. Io, ad esempio, prendo tanto quanto le mie colleghe senza master. E non è solo un discorso economico. Non c’è un riconoscimento di autonomia professionale. Se io ho delle conoscenze di terapia del dolore perché non posso essere io a decidere determinate cose, pur rispettando le differenze di ruolo e di responsabilità tra medico e infermiere? Nel Regno Unito c’è per esempio il cosiddetto Advanced Nurse Practitioner (ANP), che è un ruolo ibrido che varca i confini con la professione medica. In Italia invece è estremamente svilente a livello lavorativo perché le doti e le specializzazioni non vengono impiegate. L’infermiere è spesso visto solo come esecutore del medico, ma in realtà dovrebbe avere un ruolo complementare.”
“La mancanza di personale poi, soprattutto negli ospedali, fa sì che l’assistenza dell’infermiere diventi iper-tecnica e non dia alcuna prova del suo essere una disciplina umanistica, del ragionamento critico e filosofico che ci sta dietro. In ospedale io devo fare, fare, fare, perché non ho tempo di stare lì a pensare, di tornare indietro a guardare di nuovo il paziente, fare una parola con i familiari. Si perde l’aspetto umano e umanistico della disciplina che è proprio quello da cui l’infermieristica è nata.”
Le chiedo se c’è qualche segnale positivo.
“Qualcosina. Il legislatore sembra stia mettendo delle pezze ma al ribasso. Vogliono introdurre una nuova figura che si chiama assistente infermiere, una via di mezzo tra Operatore Socio-Sanitario e infermiere, che sinceramente mi fa molto i*******e. Primo perché di infermiere, anche se appare nel nome, non ha nulla, e secondo perché aggiungono un ruolo in più, che andrà adeguatamente formato etc., e invece non pensano a riconoscere e inquadrare le carriere che già ci sono.”
“Dall’altro lato noto sempre più infermieri che si rendono conto di aver bisogno di una formazione aggiuntiva rispetto alla formazione base. In senso positivo vedo medici che tendono allo spalla-spalla con gli infermieri. È dal ’94 che con il decreto ministeriale 739/94 l’infermiere non è più ausiliario, ma professionista sanitario. C’è però sempre una certa resistenza della lobby medica che non vuole cedere potere alla figura infermieristica.
Ma per me la direzione è questa: c’è un’area grigia (e spesso vuota) a metà tra le professioni di medico e di infermiere su cui bisogna agire, sulla quale serve stabilire che formazione si vuole dare al professionista che può svolgere quel lavoro lì, e poi fare in modo che gli infermieri possano accedere a queste competenze avanzate a pieno titolo.”
Il quadro che mi si tratteggia davanti non è dei migliori. Ma anche se il sole si è ormai spostato e non le illumina più la pelle, nell’interiorità di Maria Teresa vedo ancora molta luce: nella sua passione e dedizione, nella sua cura per ciò che non funziona e che andrebbe migliorato. Il suo impegno non è certo finito ed è orientato anche sul lungo termine:
“Il mio sogno sarebbe quello di dedicarmi alle cure palliative intraospedaliere. Nel luogo dal quale sono partita e dove ho notato maggiormente queste criticità.”
Potremmo andare avanti per qualche giorno: gli argomenti si moltiplicano e si approfondiscono in una ramificazione continua, toccando questo, quello e quest’altro. Guardo il telefono e scopro che ho quattro ore di discorsi registrati da condensare in un articolo. Interrompiamo la conversazione e ci fermiamo per pranzare. D’altronde, dobbiamo anche sostenere le nostre funzioni vitali. Dopo aver ordinato (stavolta da un menù vero), Maria Teresa mi manda un video comico su YouTube su Florence Nightingale, giusto per alleggerire un poco. Solo allora le chiedo chi fosse questa donna tanto citata.
“Florence Nightingale è quella che ha inventato la figura dell’infermiere. E proprio rispetto a quello che ti dicevo prima sul guarire e curare, la disciplina infermieristica parte da lì. Florence era stata sul campo durante la guerra di Crimea del 1800 e aveva notato che spesso per i soldati non c’era nulla da fare. Non esisteva la medicina moderna: le ferite da combattimento si infettavano rapidamente, portando a setticemia e cancrena. O le malattie infettive, come il colera, uccidevano più persone dei combattimenti. Spesso i soldati non si potevano guarire e non restava altro che curarli nel miglior modo possibile.”
Forse era qui che dovevamo tornare. Ancora oggi, nonostante i progressi della medicina che riesce a guarire le malattie e le infezioni, a fare i trapianti di organi, a operare a distanza con robot ultra-avanzati, a supportare le funzioni vitali grazie alle macchine, ci rendiamo inevitabilmente conto che di fronte alla morte non resta altro da fare. Oggi, come nell’800, in quel caso (il caso che prima o poi incontreremo tutti), abbiamo enorme bisogno di ciò da cui la disciplina infermieristica è nata. Il curare, il prendersi cura.
Siamo tornati al punto di partenza ma in maniera nuova e, forse, imprevista. Come ha fatto la vita di Maria Teresa. Come ha fatto la nostra conversazione.
“È come un cerchio, no?”


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