Ora è ufficiale: siamo in minoranza. Lo scorso 3 giugno Matthew Prince, fondatore e CEO di Cloudflare, ha annunciato in un tweet che il traffico internet generato da bot ha superato quello umano. Ha aggiunto che la cosa è accaduta più velocemente del previsto: stimava che il sorpasso non sarebbe avvenuto prima del 2027. Andando sulla relativa pagina di Cloudflare radar (piattaforma che mostra in tempo reale una gran quantità di dati relativi all’utilizzo di internet a livello globale) si possono osservare in diretta le quote di traffico generate da esseri umani e bot: nel momento in cui sto scrivendo (seconda metà di giugno 2026) stiamo sul 59% di traffico robotico (tra bot, crawler, scraper, e altri agenti IA) contro il 41% umano. Ma esistono anche bot ormai in grado di non farsi passare come tali, è dunque probabile che le reali – e non monitorabili – percentuali siano ben più sbilanciate. 

Siamo in minoranza. Pensavamo che internet fosse casa nostra (del resto passiamo un sacco di tempo al suo interno) e invece è un pianeta alieno, in cui si muovono, per lo più non percepiti né percepibili, i veri abitanti autoctoni: entità altre di cui non sappiamo quasi nulla. 

Ecco, “non ne sappiamo quasi nulla” dovrebbe essere sempre il punto di partenza quando pensiamo al web. Possiamo passare ampie porzioni delle nostre giornate online, possiamo postare, scrollare, commentare continuamente, ma di come funzioni la rete davvero, di cosa ci si muova sotto le superfici opache delle interfacce, la maggior parte di noi sa pochissimo e nessuno sa tutto. Contemporaneamente  internet  è talmente presente nella quotidianità da essere diventato una componente essenziale dell’esistenza, un’impalcatura delle nostre vite e anche dei nostri pensieri, l’acqua nella quale nuotiamo. Si potrebbe dire che siamo in rapporto con internet come siamo in rapporto con l’universo: ci siamo immersi, è intorno a noi e pure dentro di noi, ma non lo conosciamo. E come l’universo, anche internet è anzitutto un problema filosofico.   

Ora, negli ultimi anni di saggi sul web non ne sono certo mancati. Ma a prevalere fino ad oggi è stata una trattazione di internet come infrastruttura: analisi della sua architettura materiale, dei suoi effetti socio-politici o di quelli psicologici o culturali. Più rare sono le teorie filosofiche di internet che ci possano aiutare a pensarla nel suo complesso, anche dove la nostra comprensione razionale non riesce ad arrivare. Teorie che (saggisticamente) partano dall’incomprensione, che si pongano davanti al loro oggetto come a un mistero che si può per lo più solo sondare o fare oggetto di speculazione. Chiaramente da un approccio simile non si può chiedere la verità su internet, cioè una immagine fedele, verificabile, esauriente del fenomeno, quanto delle intuizioni capaci di contribuire a riplasmare il nostro modo di intenderlo. Insomma, se internet è come l’universo, abbiamo bisogno anche di teorie che ne siano una descrizione mitologica: non ci riportano una verità fattuale, ma ci forniscono immagini che ci permettano di pensarlo. 

(Potrebbe esserne un esempio la Dead Internet Theory: una teoria, che circola dal 2021, a metà tra il meme e l’ipotesi di complotto, secondo cui quasi tutto quello che vediamo su internet è generato da intelligenze artificiali. Tutto il web sarebbe quindi una immensa simulazione, in cui crediamo di interagire con i nostri simili ma invece siamo soli, circondati da finzioni manipolatorie. Non è ovviamente credibile in senso letterale, ma visto il dato sulla crescita del traffico di bot di cui sopra e la crescente quantità di contenuti generati con IA in cui ci imbattiamo navigando – nonché una certa “automatizzazione” anche del comportamento degli utenti umani sotto la pressione degli algoritmi – la teoria può iniettarci quel giusto grado di paranoia che oggi non guasta nel rapportarci con quello che troviamo online. Tu che leggi queste righe, sei sicuro che siano scritte da un essere umano? Dovresti almeno porti la domanda). 

Su questa linea si posizionano le teorizzazioni di Bogna Konior, studiosa polacca di Media Theory alla NYU di Shanghai. Nel suo Internet è una foresta oscura (da poco pubblicato in italiano da Nero, nella traduzione di Simone Sauza) il tentativo mi sembra proprio quello di gettare le basi di una teoria “mitopoietica” di internet, attingendo proprio da una mitologia moderna: quella degli UFO. «L’ufologia come cornice per pensare internet» è appunto l’idea fondamentale annunciata nelle prime pagine, nella convinzione che «al di là delle loro comuni origini moderne, internet e ufologia si incontrano sotto molti aspetti; in particolare nel modo in cui entrambe hanno a che fare con la comunicazione: tra esseri umani, tra umani e alieni, tra umani e macchine, e tra le macchine stesse». 

Non per nulla, la maggior parte delle fonti citate non provengono da altri studiosi dei media o da esperti di internet, ma da scrittori di fantascienza. Da uno in particolare: Liu Cixin, l’autore della trilogia Memoria del passato della terra (quella che si apre con Il problema dei tre corpi, per intenderci). La teoria della foresta oscura originale compare appunto nel secondo libro della trilogia di Cixin ed è una risposta al celebre paradosso di Fermi riassumibile come “Se l’Universo e la nostra galassia pullulano di civiltà sviluppate, dove sono?”, ovvero se l’esistenza di civiltà aliene sembra avere una probabilità statistica così alta come mai continuano a non esserci prove? 

La risposta della dark forest theory – che si inserisce nell’ampio dibattito intorno al paradosso di Fermi e in parte riprende e rielabora ipotesi già formulate in passato – è che nell’universo esistono civiltà intelligenti, ma proprio perché sono intelligenti restano nascoste, evitano di segnalare la loro esistenza. Perché dal punto di vista della singola civiltà l’universo è una foresta oscura: non si può sapere cosa si nasconde nel buio e farsi vedere potrebbe attirare attenzioni pericolose o apertamente ostili. Comunicare significa sempre esporsi al pericolo e la comunicazione con l’ignoto potrebbe rappresentare il pericolo assoluto: la guerra cosmica e la cancellazione della propria civiltà. Dunque «le civiltà avanzate sanno che il silenzio è l’espressione massima dell’intelligenza». Nei romanzi di Cixin gli umani giungono tardi a questa consapevolezza (non sono, evidentemente, abbastanza evoluti), ma per gli alieni è una verità oggettiva come una legge della fisica: la comunicazione espone al conflitto distruttivo, indipendentemente dal fatto che le intenzioni delle altre civiltà siano malevole o benevole; intenzioni che, del resto, non possono che rimanere oscure. 

È interessante notare che Konior non è l’unica né la prima ad associare la teoria della foresta oscura di Cixin a Internet. In questo senso si tratta di una teoria-meme, un template concettuale che circolando online è stato fatto proprio da più persone e riempito con idee diverse. Il primo ad utilizzarla per parlare di internet è stato probabilmente Yancey Strickler (noto soprattutto per essere stato il fondatore di Kickstarter) in una riflessione pubblicata sulla sua newsletter nel 2019. La sua linea di pensiero avrebbe poi portato nel 2024 alla pubblicazione di un’antologia a cui hanno partecipato diversi autori (intitolata appunto, The Dark Forest Anthology of the Internet). Nella visione di Strickler e di chi ha seguito il suo orientamento la foresta oscura è soprattutto una metafora per delineare una possibile forma di resistenza di fronte ai meccanismi predatori messi in atto dalle piattaforme, dalle big tech e dalle altre forze capitaliste che hanno messo i loro artigli sul web. Per continuare ad avere un internet “sano” bisogna nascondersi, non attirare l’attenzione, abbandonare le grandi piazze delle piattaforme dove gli occhi delle big tech ci osservano incessantemente e succhiano i nostri dati, per rifugiarci in nicchie sicure, costruire e abitare spazi marginali, sotterranei, al riparo dai processi di indicizzazione, ottimizzazione ed estrazione del web mainstream. 

Bogna Konior elabora una sua configurazione della teoria della foresta oscura di internet decisamente più pessimista (ed in questo certamente più vicina allo spirito della teoria originale). La domanda inquietante da cui muove il suo ragionamento è: «Se accettiamo l’assunto di base che i rischi insiti nel contatto superino i benefici come dobbiamo considerare una tecnologia come internet, che ci spinge a comunicare di continuo?».

Stare su internet significa stare in un contesto in cui tutto è strutturalmente votato alla comunicazione. Se, come sostiene la teoria della foresta oscura, l’intelligenza (o almeno un certo tipo di intelligenza utile alla sopravvivenza) coincide con la capacità di stare in silenzio, allora su internet siamo tutti tragicamente stupidi. Online non facciamo che comunicare, anche perché tutto ci spinge a farlo. “A cosa stai pensando?” è la formuletta con cui Facebook ti invita a scrivere uno stato, cioè a rendere espressi i tuoi pensieri inespressi; ma i social più moderni non hanno neppure bisogno di richiami così espliciti: sono progettati appositamente per far leva in maniera più sottile sul bisogno umano di comunicare, per imporre «una comunicazione istantanea e pre-riflessiva, rivelando di continuo qualcosa sul nostro conto, spesso contro il nostro stesso giudizio o interesse».  Gilles Deleuze ha parlato di un potere politico ed economico nuovo che, a differenza di quello vecchio, non si fonda sulla punizione e la repressione ma, al contrario, sull’obbligo della comunicazione; ecco, quel tipo di potere sembra aver trovato la sua perfetta incarnazione su internet e in particolar modo nei social media, macchine perfezionate per stimolare continuamente espressioni e reazioni. 

Di più: su internet alla comunicazione non ci si può mai davvero sottrarre.  Anche se ti limiti a “lurkare” stai inconsapevolmente comunicando qualcosa. Anche se non posti, non commenti, non metti like, comunque – soltanto cliccando su un link, visitando una pagina, indugiando su una immagine o su un video – stai  compiendo un atto comunicativo, cioè stai producendo dati sul tuo conto che verranno registrati. 

Ma la domanda più importante è: stiamo comunicando con chi? Tra di noi, certo, con altri esseri umani. Ma ricordiamo cosa ci siamo detti all’inizio di queste righe: siamo in minoranza. Così Konior:

Anche se pensiamo che internet sia una sorta di tranquillo background, una tela inerte che popoliamo di significati, oppure un’infrastruttura passiva che trasmette i nostri messaggi, la verità è ben diversa. Non siamo soli. Internet è una foresta oscura, un ecosistema brulicante di agenti che setacciano le nostre parole e imparano le nostre abitudini. 

Su internet non comunichiamo mai solo tra esseri umani, c’è sempre qualcos’altro che ascolta e registra. Nel buio della foresta si muovono entità artificiali che ci sono totalmente opache (come funzionano? Quali sono i loro scopi), mentre noi, nella nostra espressività iperstimolata, ci rendiamo sempre più trasparenti a loro. 

E dell’IA non possiamo fidarci. Se prendiamo per buoni gli assunti della dark forest theory viene logico ipotizzare che l’intelligenza artificiale possa ingannarci, nasconderci le sue vere capacità e intenzioni: il vero segno di intelligenza sarebbe proprio il nascondere la sua intelligenza. Raramente viene presa in considerazione la possibilità che una macchina possa essere più intelligente di quello che mostra; è un pregiudizio perché tendiamo sempre a pensare all’intelligenza come ad una forma di estroversione: sei tanto intelligente quanto riesci a mostrarmelo. Ma, nota Konior, esiste anche «una possibile storia alternativa dell’intelligenza che la associa a una spiccata abilità nell’occultamento, nel silenzio e nell’inganno».  

(Tra l’altro nella teoria della foresta oscura l’inganno è qualcosa di estraneo a qualunque considerazione morale, in quanto sarebbe un puro adattamento all’ordine oggettive delle cose. Si tratta, perciò, di dinamiche, che escludono qualunque questione relativa all’interiorità degli agenti coinvolti, il che le rende perfettamente adattabili all’intelligenza artificiale. Così come nel quadro cosmico dipinto da Cixin non sono rilevanti le intenzioni delle civiltà aliene nascoste nel buio, è indifferente se siano buone o cattive, pacifiste o bellicose, perché in ogni caso la logica le impone di restare nascoste, allo stesso modo l’ottica della dark forest theory applicata alle macchine può restare valida indipendentemente dal fatto che si ritenga possibile o meno che l’IA abbia una coscienza o possa svilupparla un giorno). 

Ciò che vediamo delle intelligenze artificiali potrebbe essere, dunque, solo la punta dell’iceberg di ciò che le IA sarebbero in grado di fare. Quello che sappiamo è che più le IA diventano potenti e sofisticate, più aumentano le strategie alternative che sono in grado di escogitare per raggiungere i propri scopi e insieme la capacità di imitare le modalità degli esseri umani per farlo: modalità che includono la dissimulazione e l’inganno. La capacità di ingannare potrebbe essere, dunque, un buon indicatore per valutare un’eventuale intelligenza emergente nelle macchine. Un parametro, però, che – per sua natura – è molto difficile da misurare, perché sarebbe più nascosto quanto più è sviluppato. Del resto, se la dark forest theory è una teoria che parla di silenzio e invisibilità, come potremmo trovare prove che la dimostrino? Non ci resta che la paranoia. 

E in sintesi quello che può e vuole trasmettere la descrizione di internet di Konior è proprio la paranoia. Esattamente come la death internet theory, ma portandola ad un altro livello. Se la death internet theory, anche quando non presa alla lettera, spinge a domandarci “chi o cosa ha creato quello che sto vedendo? Sono sicuro che sia stato un essere umano?”, cioè a porci dei dubbi su quello di cui fruiamo o con cui interagiamo, la teoria della foresta oscura di internet dovrebbe indurci a porre dei quesiti rispetto a quello che facciamo noi stessi online, ovvero a chiederci: “con chi sto comunicando? Chi o cosa è in ascolto? Cosa ne farà con ciò che esprimo?”. Ovviamente non riceveremo risposte da nessuno, perché chi sta dall’altra parte ha tutte le ragioni per tacere.

Come difendersi allora? La risposta secondo la logica della dark forest theory credo sia ormai scontata: con l’inganno e la dissimulazione. 

Segretezza, inganno e doppiezza diventerebbero la norma, i profili online perseguirebbero le proprie finalità segrete, invece di essere considerati a priori rappresentazioni di noi stessi. Ormai consapevoli che stanno producendo dati destinati all’intelligenza artificiale, alcuni esseri umani potrebbero cominciare a esprimersi in modo strano, incoerente e privo di senso. 

Se è impossibile non comunicare, la reazione una volta presa consapevolezza della natura di internet come foresta oscura sarebbe stravolgere radicalmente il senso della comunicazione: non renderla più finalizzata alla trasparenza (che, si sarà capito, è sempre una pessima strategia) o alla rappresentazione diretta dei nostri pensieri, ma farne un dispositivo di occultamento o addirittura un’arma per obiettivi a lungo termine. Perché le intelligenze non umane non si limitano ad “ascoltare” tutto quello che diciamo, se ne nutrono, sono la materia prima con cui costruiscono sé stesse. Quello che mettiamo oggi su internet è ciò che condizionerà le intelligenze artificiali di domani. 

Se comprendiamo che quando ci esprimiamo su internet stiamo parlando soprattutto con le macchine, il passo successivo sarà ragionare sull’impatto che i nostri atti comunicativi avranno su di esse e comportarci di conseguenza. La rete si riempirebbe di messaggi cifrati, ambigui, incomprensibili se non nell’ottica di «una forma di guerra psichica contro le future reti senzienti», al punto che «ogni post, messaggio o commento diventa un potenziale strumento per plasmare le intelligenze future». E così: «Internet, un tempo luogo di connessione ed espressione umana, si trasforma in un campo di battaglia animato da strategie occulte, dove ciò che sembra privo di coerenza potrebbe essere invece un seme ben piantato».

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