“Papà dice che”, “papà mente”, “papà prende una pesca”, “papà non sarà contento”, “papà non è qui”, “papà mi accarezza”, “papà ride”, “papà ha chiamato”… Sono solo alcune delle frasi che concludono i capitoli di Ilaria o la conquista della disobbedienza, romanzo di Gabriella Zalapì pubblicato da Gramma a giugno di quest’anno. Le formule finali dei capitoli sono la chiave di accesso fondamentale per entrare nel libro e coglierne il funzionamento: il papà di Ilaria, la protagonista, è l’asse attorno cui ruotano le sue vicende, come il polo di una calamita che riporta a sé tutto ciò che accade nelle pagine precedenti. Per poter iniziare un capitolo nuovo la protagonista, che scrive una sorta di diario di viaggio sotto forma di romanzo, deve tornare a suo padre, riportare su di lui la macchina da presa e solo allora poter cambiare inquadratura.
Siamo negli anni Ottanta, e quasi tutto il libro è una road story all’interno di una BMW blu scuro. È la macchina del padre di Ilaria che, non accettando la separazione dalla moglie, prende la loro figlia e la costringe a una fuga rocambolesca in giro per l’Italia. Il più possibile nascosti, e con l’intento di ricattare l’ex moglie che Ilaria non può più vedere.
L’aspetto che rende più interessante il libro di Zalapì è la sensazione di un’infanzia strozzata che pervade tutto il racconto. La leggerezza di Ilaria e la spensieratezza con cui, soprattutto all’inizio, minimizza la fuga di e con suo padre – trovandoci quasi un che di fantastico – si fermano come un singhiozzo a metà della gola e restano lì, senza poter né uscire né scomparire del tutto. La forza della scrittura dell’autrice sta proprio nella capacità di far sentire in modo limpido che quel singhiozzo è strozzato, nel saper immortalare l’infanzia in una fase intermedia tra l’espressione e il soffocamento. Non è una bambina Ilaria, perché viene costretta a fare i conti con le follie degli adulti; ma neanche un’adulta, perché in cuor suo guarda il padre con gli occhi di una bambina innamorata. E il ritratto che ne esce è proprio quello di una figura multiforme: la storia e soprattutto la narrazione riescono a restituire la natura ibrida, incompleta e da entrambi i lati abbozzata di Ilaria – che trova la sua compiutezza solo nella disobbedienza del titolo. Ad esempio, mentre il padre la rende felice con Birillo, un orsacchiotto di peluche di cui si innamora dalla vetrina, Ilaria pensa “Papà mi strizza la guancia tra l’indice e il medio con sguardo dolcissimo. Quel gesto è come la sua firma sulla mia guancia. Lo ripeterà per due anni e finirò per odiarlo”. E il testo oscilla tra un quadretto d’infanzia e un ricatto inquietante, da una riga all’altra scena dopo scena; tra un dolce viaggio on the road padre-figlia e una minacciosa violenza imposta e stridente.
“Al volante, ascolta con attenzione il cantautore, le note del piano, i violini. E torno ogni sera dove tu stringevi la mia mano. Ed il tuo viso è una sera piena di ombre.
Papà non dice più niente. Quando mi volto, vedo che ha le guance lucide, sono piene di lacrime. Vorrei consolarlo ma non so come. Allora gli metto una mano sul braccio. Mi sorride. La mia Principessa… tu sì che mi capisci.
È la prima volta che mi chiama “Principessa”.
Accendimi una sigaretta. Mi tremano troppo le mani.
Protesto.
Su, non fare tante storie! Prendi una sigaretta e quando avvicini la fiamma dell’accendino, aspira. È facile, prova.
Obbedisco controvoglia. Sorpresa dal fumo acre in gola, tossisco.
Sei tutta rossa! Papà ride”
Lo stesso senso di infanzia che resiste nei modi, nei sogni e negli occhi del protagonista ma che al contempo viene interrotto e bloccato dalla violenza di un adulto – un padre, anche in questo caso – lo ritrovo in un libro Sorj Chalandon che in Italia ha tradotto Guanda. Si intitola La professione del padre e, con ancora più brutalità di quella che ho trovato in Ilaria o la conquista della disobbedienza, racconta la storia di un padre che costringe il figlio dodicenne, Èmile, a entrare nella sua organizzazione segreta e combattere perché l’Algeria resti francese nella Francia di de Gaulle. Il fatto che l’uomo possa essere una spia è, probabilmente, frutto di una falsificazione e rielaborazione credulona agli occhi del figlio che confonde continuamente verità e menzogna.
La vita di Èmile, infatti, è un continuo addestramento in nome di un’ideale che, dodicenne, neanche riesce a comprendere, messa in atto per ricevere l’approvazione di un padre che, in quanto figlio, non riesce a mettere in discussione. Nel libro, però, la violenza subita – come quella di Ilaria che viene letteralmente rapita – si mescola alla percezione ingenua del padre come fonte indiscutibile di affetto. In entrambi i casi il risultato sono storie dal sapore dolceamaro, che non accusano in modo perentorio e netto i padri, ma riescono a rielaborare con occhio adulto e a volergli bene nella loro imperfetta – e umana – tendenza a sbagliare. Se Ilaria ed Èmile sono esseri bifronti metà bambini e metà adulti, i due padri risultano a loro volta come figure ibride: sono il papà ma anche l’uomo. E in questa ambivalenza del papà-uomo sta lo spazio per costruire, con la prosa lirica di entrambi i libri, una storia allo stesso tempo di affetto e di denuncia.
Questa fisicità mostruosa dei padri e dei figli mi fa pensare a Eric, una serie tv di qualche anno fa in cui Benedict Cumberbatch interpreta un padre instabile, Vincent Anderson, che, disperato per la sparizione del figlio Edgar di nove anni, lo cerca in tutta New York – soprattutto la parte di città invisibile, povera e malconcia. A partire dalla sua professione di burattinaio, Vincent va alla ricerca di suo figlio insieme a un gigantesco mostro blu. Accanto a Cumberbatch appare una figura animata che rappresenta un disegno di Edgar. Sappiamo che l’infanzia è l’epoca dei mostri, e in qualche modo il mestiere di Vincent lo mantiene in un’area molto vicina a quelle creature che popolano il nostro immaginario quando si è bambini; Eric però – così si chiama il pupazzo peloso – mi sembra anche il simbolo delle dinamiche mutaformi che intercorrono tra padri e figli. È la forma che si può dare a quella cosa indefinita che si chiama relazione. Se Ilaria, Èmile e Vincent dovessero immaginare e disegnare il rapporto con i loro padri, la somma di sé e di quei papà, probabilmente disegnerebbero Eric: un mostro.
“È nervoso.
È arrabbiato.
Diventerà cattivo.
Da qualche settimana, Papà si scalda per niente. Dice che non sopporta l’inverno, che non sopporta la mancanza di luce. A volte, si arrabbia così tanto che vedo volare delle bocce d’acciaio sopra la mia testa. Rabbrividisco e mi tappo le orecchie.
L’altro giorno, mi ha chiamato Antonia, come la Mamma.
Ormai, prima di aprire bocca, ci penso due volte. Comincio la frase, lo guardo e se vedo il minimo segno d’irritazione, taccio.
Rispondi quando ti parlo.
Esito”.
Un mostro, però, è anche un pupazzo dell’infanzia che a un certo punto può fare solo tanta tenerezza e poca paura; rielaborare la consistenza di quella figura-simbolo è ciò che Zalapì (come Chalandon) riesce a fare affidandosi alla scrittura. Ecco allora l’epilogo di un altro libro sulla figura ingombrante del padre, visto come uomo fallibile ma anche causa di tanta difficoltà e dolore. Si intitola Baba, è pubblicato da Accento e l’autore, Mohamed Maalel, tiene insieme – proprio come fa Zalapì – nel fulcro della figura paterna tutti gli altri temi del libro che in questo caso sono l’emigrazione, la doppia patria, l’integrazione, la religione, le violenze patriarcali, i traumi del passato. Proprio alla fine scrive una lettera a suo padre, e si lega bene al sentimento che emerge da Ilaria o la conquista della disobbedienza e da La professione del padre soprattutto in questo estratto: “baba, non credo serva una redenzione per diventare buoni. Ho compreso dalla vita che esistono padri buoni e padri sfortunati”. E poi, come probabilmente direbbero anche Ilaria ed Èmile, “ti ho voluto bene, ma ti ho anche odiato”. La lacerata contraddizione del sentimento che non sa da che parte stare, che evita di irrigidirsi in una posizione schierata ma restituisce con autentica onestà la coesistenza degli opposti, è quello che rende i libri di cui stiamo parlando storie plastiche e spigolose all’opposto di una narrazione piatta, giudicante e polarizzata.
Ilaria o la conquista della disobbedienza, con la sua forma rapida e diretta, trasforma la vicenda di una bambina che subisce le scelte dissennate di suo padre in una storia. Non è la colpa dei padri ma la storia di ogni uomo che è anche padre a essere raccontata dagli occhi di questi figli feriti e per questo capaci di essere personaggi profondi e portavoci della complessità dei fatti che hanno prima vissuto e che ora, in prima persona, narrano. In questo modo l’ultima frase di Baba ha pienamente senso: “baba, avrei dovuto scriverti una lettera. Ti ho scritto una storia”. Una lettera contiene solo un messaggio da far arrivare al destinatario, che deve essere letto in un modo univoco: è la sua forma di comunicare un’informazione. Una storia è una narrazione che, al contrario dell’informazione, non comunica nulla di definito ma lascia spazio alla percezione soggettiva e alla reinterpretazione. In questa differenza tra la comunicazione informativa e la narrazione sta il pregio di Ilaria o la conquista della disobbedienza. Potrebbe essere un fatto di cronaca ripercorso su un giornale, riassumibile in una storia vera descritta con i dispositivi informativi del giallo; invece, è il romanzo di una fuga imprevista, incompresa e a tratti anche inconsapevole che non ha interesse a ricostruire la vicenda ma esplora le dinamiche relazionali, slabbrate e contraddittorie che animano il rapporto tra un padre e sua figlia. Anche quando per liberarsene deve disobbedirgli.


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