Si annidano uno sopra l’altro, cadaveri sotto altri esseri viventi ancora per poco. Me ne sto accovacciata, con il mio corpo ingombrante a fare ombra alla carneficina. Li guardo e provo pietà, un fastidio al centro dello stomaco che non pensavo di poter provare. Ma i loro corpicini, con le zampette così fragili e minuscole, mi spingono per un istante — solo un brevissimo istante — a pensare che anche noi umani, dallo spazio, dobbiamo sembrare così. Colonie, zampe, corpi che scavalcano altri corpi per accaparrarsi il cibo.

Scatto in piedi all’improvviso, infastidita dalla loro stessa morte, quella che io ho provocato. Attraverso la stanza a passi larghi; il mio corpo leggermente incurvato si riflette nel grande specchio dell’armadio. Due gambe lunghe, un paio di mutande di pizzo bianco e la maglia scolorita di un vecchio festival. Eccolo, il mostro. Sulla porta ci ripenso: torno nell’angolino con i pugni stretti contro il seno, le unghie a spingere nella carne delle mani.

Dall’alto siamo una massa scura e informe che attraversa laboriosamente le canaline della scatolina piazzata esattamente sopra la loro tana. Mangiano il veleno, tornano indietro e, nel giro di poche ore, avrò sterminato l’intero nido. Ma qui si tratta di sopravvivenza. Si tratta di questa piccola casa in cui vivo sola, che pulisco sola, che custodisce un unico essere vivente: questo mio corpo.

Per mesi ho incrociato soltanto piccole tracce della colonia. Ogni formica che intercettavo la schiacciavo tra l’indice e il pollice con una forza tale da non lasciare dubbi. Le formiche scricchiolano, ho scoperto. Sono esseri minuscoli, ma così difficili da ammazzare. Sfrego tra i polpastrelli i loro resti e li lascio in giro per casa, sperando sia un monito per le altre. Non lo è mai.

Poi, fino a pochi giorni fa, la svolta. Un’apparizione isolata è un conto, ma una striscia di bestie zampettanti che taglia la camera da letto è una vera dichiarazione di guerra. Le ho ammazzate tutte, non ne è sfuggita nessuna. E poi ho ripescato dall’armadio una vecchia scatola di trappole per scarafaggi ancora sigillata. La specie era diversa, ma l’inganno avrebbe funzionato ugualmente. Dieci euro e cinquanta, scaffale inferiore, quarta corsia del supermercato in fondo alla via, sulla lista nelle note del telefono segnato sotto la voce “spese straordinarie”.

Ne ho piazzate due: una sotto il termosifone della camera da letto, l’altra sotto il lavello del bagno, i nodi di maggiore afflusso.

E ora sto qui a guardarle. Si sono moltiplicate, hanno chiamato le loro sorelle per mangiare: hanno trovato il cibo, hanno trovato la speranza. Hanno trovato la morte, la trappola. E, senza nemmeno saperlo, saranno loro stesse a portare all’estinzione la propria civiltà. Non so cosa mi ipnotizzi di più: se il loro vagare agitato attorno all’involucro o la quantità di formiche che spuntano a fiotti da una crepa tra le piastrelle del pavimento. Sono così tante che potrebbero attaccarmi e divorare la mia carne — e magari pure quella del geco che da giorni abita la mia cucina. Si allontanano e, disegnando un cerchio perfetto, ritornano alla preda.

Sotto il braccio, piegata in due sopra lo scatolone dell’Ikea che fa da comodino, c’è ancora la cartellina di pelle sintetica rilasciata dal notaio 72 ore fa. Atto di compravendita. Centoquarantamila euro di mutuo trentennale, tasso variabile con opzione fissa, tre perizie della banca, garante mio padre che ha dovuto ipotecare pure la dignità, sei anni di collaborazioni occasionali, ritardi nei pagamenti e fatture elettroniche sollecitate con vergogna alle sette del mattino di domenica. Tutto per poter dire: questa è casa mia.

E invece guardale. Quelle stronze non hanno presentato un CUD. Non hanno versato tre caparre di deposito cauzionale. Non hanno dovuto dimostrare di avere un contratto a tempo indeterminato per superare lo sbarramento del primo colloquio con l’agente immobiliare. Sono entrate e basta, sfondando le barriere tra la piastrella ventiquattro e la venticinque.

“E sarei io il mostro?” sussurro alla colonia in fila indiana. La mia voce rimbomba tra le pareti della camera da letto mezza arredata.

È in quel momento che mi rendo conto che qualcosa non va. Il veleno non le sta sterminando: le sta ubriacando. E, cosa ancora peggiore, sembra che la voce si sia sparsa nel quartiere. Dal buco sotto il battiscopa non escono più decine di formiche, ma un fiume nero, festoso, una specie di rave clandestino organizzato a mie spese nel mio bilocale di quarantacinque metri quadri. La scatola rossa del brico ha smesso di essere una trappola per diventare una consolle da DJ per insetti. Le formiche non muoiono: avanzano a scatti, si scontrano tra loro, disegnano traiettorie erratiche e poi tornano indietro, palesemente euforiche. Hanno invitato i cugini, gli zii, forse l’intera fauna invertebrata del condominio.

Mi salgono i brividi lungo la schiena. Un pizzicore improvviso alla caviglia destra mi fa fare un balzo all’indietro. Sferro uno schiaffo sulla carne nuda, ma non c’è niente. Poi un altro pizzicore dietro il ginocchio, un altro sotto la bretella della canottiera. Mi sto contorcendo da sola al centro della stanza a combattere contro un esercito che forse esiste solo nella mia testa.

“Basta,” dico ad alta voce. “Questa è proprietà privata.”

Vado in cucina trascinando i piedi. Afferro le uniche armi da difesa che ho accumulato nei miei anni di vita precaria: un flacone di sgrassatore al limone quasi finito, tre quarti di boccia di aceto di vino bianco e un barattolo di cannella scaduto nel 2022. Torno in camera e mi siedo a gambe incrociate, come uno sciamano metropolitano sull’orlo del crollo psicotico. Traccio un cerchio di cannella attorno alla trappola. Poi uno spruzzo di sgrassatore e un tocco di aceto. La stanza si riempie di odore di strudel di mele e limone avariato.

È allora che da dietro l’armadio fa comparsa il geco. Si arrampica lentamente sul battiscopa. Si ferma. Mi fissa con i suoi occhi tondi e vitrei, la pelle traslucida che riflette la luce della lampadina nuda a sospensione. Guarda me, poi guarda la pozza di aceto e cannella, poi guarda la fila di formiche ubriache. Non batte ciglio. Muove la lingua una volta sola, acchiappa una formica al volo e riprende a fissarmi con la freddezza di un perito della banca.

Il mio fiato corto rallenta. Non sono la proprietaria. Non sono il mostro. Non sono la regina di niente. Il notaio si è sbagliato, la banca si è sbagliata, mio padre si è ipotecato per farmi da garante in una riserva naturale. Io sono soltanto l’unica creatura di questo ecosistema che lavora a partita IVA per pagare la quota condominiale e l’IMU a tutti gli altri.

Mi lascio scivolare con la schiena curvata contro la porta dell’armadio. Lo specchio è freddo. Mi abbraccio le ginocchia.

Una formica, la più ardita tra tutte, ha eluso la trincea di cannella, ha scalato lo scatolone dell’Ikea ed è salita sopra la cartellina del notaio. Cammina con calma sopra il mio nome e cognome stampato in maiuscoletto neretto.

La guardo. Mi sembra che anche lei mi guardi.

“Va bene,” le sussurro, rassegnata, mentre il geco si accomoda sul battiscopa. “La spazzatura si batte il martedì e il venerdì. Ma vedete di non fare casino dopo le undici”.

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