Vecchi senza esperienza

Cocleorama è la rubrica mensile in cui vi raccontiamo dei nostri ascolti preferiti. Una rassegna rapsodica di dischi che potete leggere, ascoltare ed eventualmente amare.

Zarathustra style – Zarathustra

Fa strano parlare qui su Cocleorama del nuovo disco di Neffa e Fibra, per diversi motivi. Primo, mi aspetto che, chiunque voi siate, sappiate già che è uscito. È oggettivamente un evento epocale nella musica italiana. Secondo, pochi testi italiani da queste parti, tranne l’ultima puntata che si era persa nella nostalgia di scavare in cose rustiche. Comunque Neffa è qualcosa da studiare con molta attenzione, per ragioni che spero di poter considerare non soltanto mie. Riassumo velocemente: 1994 esce SxM e il rap italiano scrive la sua Odissea, quello che sembrava un panorama sfaccettato e iridescente, in costante sperimentazione, viene risucchiato da questa enorme singolarità discografica che diventerà negli anni l’archetipo con cui chiunque decide di rappare in italiano deve misurarsi. Non so cosa ci fosse nella testa di Deda, Gruff e Neffa (oltre i cirrocumuli di THC) in quei mesi in cui hanno buttato giù quelle dodici tracce, ma non ci sono problemi in giro a dire che hanno scritto il miglior disco hip-hop italiano di sempre.

Poi ognuno prende la sua strada, collaborazioni su collaborazioni, Deda soprattutto alla produzione, Gruff che tenta diventare il migliore in tutto, Neffa scrive altri due album molto belli: Neffa & i Messaggeri della Dopa (1996), 107 Elementi (1998). Ho sempre letto una differenza in termini di progettualità tra quello che stava facendo Neffa e il resto del panorama hip-hop di quegli anni. Sospeso tra una Milano che già rincorreva lo status per lo status e una Roma che si riprendeva da uno svarione tutto barricate e slogan, da Bologna il panorama sembrava distendersi davanti agli occhi di Neffa con una lucidità inedita. In quei due dischi c’è tutto, i ritornelli che ti rimangono in testa, il virtuosismo delle rime, la balotta e la ganja, pure le collaborazioni con i pezzi grossi d’oltreoceano. In perfetto equilibrio tra la sperimentazione e il successo Neffa guida la nave verso una direzione ben precisa, manca pochissimo che qualcuno gridi finalmente “terra!”. Poi tutto si interrompe.

Io sono del 1992 e ho conosciuto Neffa con La mia signorina perché in quell’estate lo trovavi dentro il jukebox con i dischi che stava nel bar del paese. Tutta la sera a infilarci le monetine per sentire quella canzone. Poi andavi al mercato a comprare la compilation tarocca di Festivalbar – versione rossa, disco 2, traccia 4 – per sentirla anche allo stereo di casa. Soldi, tanti soldi e musica pop retrò zuccherosa e sensuale. È Arrivi e partenze del 2001. Da lì si alzano le grida al tradimento del Messaggio e si lancia l’anatema contro il capo dei Messaggeri. Quello che sembrava il più grande si è venduto all’industria, è passato dall’altra parte della barricata rinnegando tutto e tutti.

Appena prima che succedesse ciò, esattamente nel 1999, prima di dire ciao ciao e indossare la giacchetta nera con il papillon, Neffa aveva tirato fuori un breve EP – Chicopisco di cinque tracce (una è un remix) – che faceva a pezzi l’italiano come non era mai successo prima. La sua ricerca linguistica si sposta dalle rime alla parola stessa, che si deforma, si spezza, si mescola con l’inglese in mutazioni che non lasciano alcuno scampo al senso comune. È la frantumazione totale, le lettere si accavallano senza spazi e sta a noi separarle per dare un significato a nomi, verbi e aggettivi irriconoscibili. Cito la prima strofa di XYZ per dare un’idea (c’è qualche imperfezione ma non volevo sbobinarla):

“Un chico contro tutti a posto mo hello sto bello io gastro crucifix Isnefs viene via col Friskies passami sto a dì pressami spingimi in play nei tuoi Technics per il megamix con il Fritz-beat bella lì batuì mettimi a giro attip’ freesbee o meglio Skunk spliff stecche ai tempi del libano Piscopo dedito al pushing in gusci di cremeria sette g para dia sangue mix e via trip post trip strippo post strippo Giò spleen post spleen splattering flippo mo sto freak e mostro su hard-disk o su nastro impasta c’ho TH esco estro aspro minimo fino alla fine di fino dentro casino fuori Pellino enuncia pronuncia rappafuncia spacca blues pappa bumcia chico ecuchame mo vuoi gabì? Rinuncia…”

Per me questa cosa ha il valore di un incomparabile testo sacro, una roba inesauribile nella sua incomprensibilità, a cui tornare a dare un’occhiata ogni tanto, tipo Pasto Nudo di Burroughs. E Neffa aveva chiuso così con un mic drop che mostrava una via verso il cosmo e poi sterzava di colpo per abbandonare l’autostrada dei b-boy. Pagava al casello e saliva dritto sul palco di Festivalbar per cantare il pezzo dell’estate. Mentre per il successivo ventennio Neffa ha continuato a sfornare pezzi pop altalenanti, finendo a fare anche un disco neomelodico, a me restava questa ossessione del suo aver scoperto un modo assurdo di trattare il testo e poi averlo abbandonato immediatamente.

Poi nel 2025 il ritorno a un album hip-hop, Canerandagio, con dentro praticamente chiunque abbia rappato o flirtato col rap negli ultimi cinque anni in Italia. Era bello risentirlo rappare, ma quel disco era così costruito a tavolino su una rete di collaborazioni per riportare in corteo il vecchio re della scena, che è difficile leggerne tra i pezzi qualcosa oltre la nostalgia dei vecchi tempi passati, quella di chi si guarda intorno nel presente e cerca di capire come funzionano ora le cose in questa nuova scena.

Ma con Zarathustra style Neffa ha preso il migliore dei suoi amici (Fabri Fibra) e invece di guardarsi intorno si è chiuso in una stanza buia con la sola luce blu del campionatore a illuminare i fogli con le rime. È un disco che non si guarda attorno, è un disco di rap fuoriluogo e fuoritempo. Grazie a questa sua profonda cecità autoimposta riesce ad arrivare dove nessuno riusciva da parecchio tempo: scrivere rime bellissime e basta. Zero featuring, tutte le produzioni di Neffa.

Cornelius – Refractions

Il futuro è ballabile. Ma solo quando ti droghi in analogico per poter tornare nel passato. Le rifrazioni dello specchio ti fanno brillare la faccia come fossi un angelo. Fidati. Refractions di Cornelius – veterano dello Shibuya sound e fondatore della benemerita Trattoria Records – uscito per Eat Your Own Ears ad agosto 2026, è un caleidoscopio di riferimenti indie pop strappati agli archivi polverosi dell’impero angloamericano, con lo sguardo di chi li guarda da una distanza siderale, amandoli in maniera proporzionale a tale distanza. Meravigliose incomprensioni linguistiche che glitchiano in ritmi hip-hop accelerati su cui si stratificano le chitarre garage. Nevrosi disco-funk si sciolgono in code psichedeliche, come comete alla deriva attraversano il cielo fulmicotonico sopra Yoyogi-kōen. Il labirinto iridescente delle infinite risposte solipsistiche di Mirrors, la pulsazione dance glitterizzata di Mazaranai, lo spleen cosmico di Dissolving Lines.

Matthew Herbert –
theukhasmorefoodbanksthanbranchesofmcdonalds

Prima che tutto potesse trasformarsi in suono le cose dovevano essere percosse molte volte, ora con la tecnologia del campionamento ne basta una. Poi quel suono potrà essere riprodotto all’infinito. L’anima e l’oggetto si dividono, avviene la scomposizione metafisica e l’arte entra nel suo stato di riproducibilità tecnica.

Matthew Herbert è l’artista che si è spinto più lontano nell’esplorazione dei fondali abissali del campionamento sonoro. Così come ha attraversato con dedizione le oscure possibilità della sopravvivenza del timbro a infinite manipolazioni del materiale sonoro di origine. Era successo con i suoni del corpo umano in Bodily Functions (2001), era successo con una big band jazz in Goodbye Swingtime (2003), era successo con un maiale da macello nel meraviglioso e dilaniante One Pig (2011). Ora il produttore e compositore inglese torna con un album composto interamente di campionamenti dai banchi alimentari dove avviene la distribuzione di beni di prima necessità a persone in stato di indigenza.

Il disco parte con l’allucinazione di flautini alieni – che sembrano usciti dall’ultimo Oneohtrix – di (why are volunteers delivering) essential toiletries, passa per il tribalismo frastornato alla Tom Waits di pasta (is not a luxury), per poi disperdersi nel drone spaccawoofer di tinned meat and fish (are urgently needed). Le sperimentazioni sonore hanno i loro spunti migliori nelle prime tracce, poi il signor Herbert sembra averne messa troppa nella mistura e impallarsi con una house presa, stirata e incasinata in ogni maniera possibile, ma che per quaranta minuti non cede di un passo da ritmi avvolgenti e ossessivi, composti da suoni percussivi appartenenti a categorie inimmaginabili. Simon Reynolds griderebbe all’ennesima conceptronica fuori tempo massimo, ma qui l’impostazione politica è l’essenza stessa del disco, che si propone come progetto no-profit finalizzato a raccogliere soldi e visibilità per le associazioni che si occupano di distribuzione alimentare in UK. La concettualità travalica nella militanza: è actitronica?

DNGDNGDNG – Vestigio

Riemersi dalla foresta cardiopalmica ci attende il grande ragno, basta un solo morso per cadere nell’oblio. Essere digeriti vivi, sentire i propri organi sciogliersi in una morsa salata. O è soltanto lo sparire per evaporazione dei tessuti molli sul dancefloor allestito nel tappeto della radura? Ballando sopra i fuochi occulti di una discarica sepolta. Il grande rave astrale non conosce geografie né tempo. Vestigio dei DNGDNGDNG uscito a ottobre 2026 porta ancora più avanti il progetto del due peruviano: mescolare edm e cumbia. Ma se fino a qualche anno fa erano le serpeggianti storture psichedeliche il loro primo habitat naturale, con l’ultimo disco ci si sposta in territori puramente rave. I ritmi serrati di Brink0, gli schizzi di drum n bass in Inercia, l’elettrotribalismo di Sen̄al.

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