Conversazioni è una rubrica mensile anonima a cura della redazione di Stanca. Due o più persone della redazione dialogano su un tema a partire da uno spunto di riflessione, un’esperienza personale, un fatto di cronaca o qualcosa che hanno letto, visto o ascoltato. Con questa rubrica cerchiamo di rompere l’idea di autorialità individuale – e speriamo di non litigare. Ogni blocco di testo è da leggere come un intervento all’interno della conversazione. Per questa conversazione abbiamo riunito alcune persone che si occupano di insegnamento alle scuole superiori.
> Qualche giorno fa ho chiesto alle mie classi quale stato d’animo ritenevano di poter associare alla loro esperienza scolastica e la quasi totalità – gli altri si sono limitati a un “bo” – ha risposto “ansia” e un costante senso di pressione. Io mi sento una merda a cercare di razionalizzare questa cosa, mi dico che dovrei accoglierla e basta, invece non riesco a non pensare che a mio avviso le aspettative rispetto ad uno studente oggi sono minime. Non lo credo e basta, lo penso sulla base della progressiva semplificazione dei manuali e dalle continue sperimentazioni didattiche che vorrebbero trasformare lo studio in una specie di contenimento, un’esperienza infantilizzante che dovrebbe competere con il mondo esterno nel tentativo di catturare l’attenzione dello studente. Eppure capisco e sono allo stesso tempo convinto che il diffuso stato d’ansia abbia radici sociali, economiche e politiche. Insomma: lavorare a scuola mi ha posto in un conflitto permanente con me stesso.
> Anche tra i miei studenti non gira un umore molto alto, anzi. Qualche settimana fa, all’intervallo, ho fatto delle chiacchiere con un studente e mi ha detto in modo molto enfatico che lui per lavoro taglia l’erba e le sterpaglie nel bosco di un amico, ed è molto contento di avere quel lavoro perché è sicuro che non potrà essere sostituito da una qualche forma di intelligenza artificiale. Forse non ha pensato ai robot, ho pensato tra me e me, ma non volevo rompere quella fragile sicurezza che reggeva un’impalcatura emotiva evidentemente traballante. La disillusione e il cinismo verso il futuro sono dilaganti nei discorsi di molti adolescenti, come se una nuvola di depressione coprisse l’avvenire collettivo di una generazione. Insegnanti con più esperienza di me puntano al covid come uno spartiacque. Chi ha avuto esperienze scolastiche di qualsiasi ordine e grado tra il 2020 e il 2022 è stato segnato irrimediabilmente, dicono, non sanno più stare in classe. La speranza sono i nuovi nati, quelli che hanno sei o sette anni adesso (la speranza di cosa, poi? di tornare ad avere studenti disciplinati e obbedienti?).
Ma ti riporto parole di altri. Io da insegnante non ripongo così tanta fiducia nella scuola come istituto di formazione. Penso che il grande trauma degli studenti è che la scuola è innanzitutto collettività – se ci pensiamo, è una delle esperienze collettive più significative della vita moderna. L’esperienza collettiva è il primo fattore cognitivo di creazione di senso e di realtà, è ciò che cuce assieme il patchwork delle nostre esperienze individuali.
Cosa vuol dire esistere? Se da un lato sappiamo grazie a Descartes ed Avicenna che la certezza della nostra propria esistenza può essere trovata nel nostro intimo senza bisogno di altri, l’esistenza del mondo è una domanda ben più complessa.
L’adolescenza è un periodo caratterizzato da un innato scetticismo nei confronti di ciò che è. Si mettono in discussione le regole e i limiti del mondo degli adulti, del pre-esistente. Anche se magari la formalizzazione di questo scetticismo in un pensiero verbale è poco comune, penso che la fase di messa in discussione sia… azzardo a dire, biologicamente determinata.
Perché la scuola come istituto di formazione è, invece, un mio dubbio? Quello che voglio dire è che non è tanto l’apprendimento nozionistico che serve alle ragazze e ai ragazzi – cioè, si sopravvive anche senza, lo vediamo bene. Ma sembra che a chi è mancata la scuola come gruppo (e non solo la scuola: durante il covid la socialità era bandita) specialmente durante l’adolescenza sia rimasto con un piccolo difetto, con un vuoto cognitivo che stentano a recuperare. Non che siano stupidi, ma che il mondo non è abbastanza vero da riuscire ad impegnarsi. Possiamo forse vedere il lock-down come un’esperienza di de-realizzazione di massa – ma non collettiva – che ha lasciato tracce pesanti nelle menti che più avevano bisogno di realtà.
Mi spiace che siamo tornati a parlare di covid, ma ora come ora le nostre studentesse e i nostri studenti sono passati di lì, tutti quanti: come tralasciare questo evento nelle nostre considerazioni?
Nonostante tutto, ovviamente non credo assolutamente che sia una generazione perduta. Semplicemente hanno bisogno di tempo per fare le cosiddette esperienze riparatrici. Siamo tutti un po’ impazienti al giorno d’oggi e vorremmo aggiustare tutto con un po’ di scrolling su tiktok e una chat su (con) Claude.
> Sono stato un po’ scorretto in effetti non citando il fattore covid, ho lavorato con persone che oggi hanno vent’anni e adesso ho a che fare con sedicenni e diciottenni e quindi è inevitabile che la quarantena abbia un ruolo importante nello stato d’ansia perenne in cui dicono di vivere e sulla loro incapacità di credere nel mondo. La quarantena ha reso questi adolescenti cartesiani e poi li ha precipitati in un dubbio esistenziale da cui non riescono ad uscire. Per me si tratta di una generazione rotta, ferita, ma allo stesso tempo mi piace generalizzare e li penso come il prodotto più coerente della società neoliberale: individui soli, con una soglia dell’attenzione altamente compromessa, con il bisogno continuo di scariche di dopamina, incapaci di credere in qualcosa se non in se stessi.
Prima di dirti cosa ne penso della scuola, volevo condividere con te quello che per me era un mistero. Seguo su instagram alcuni dei miei ex studenti e mi chiedevo all’inizio come mai non avessero dei post e soprattutto perché avessero tutti almeno due profili collegati a quello che seguivo. Un reel mi ha aperto gli occhi. Non si pubblicano i post perché farlo è considerato “da vecchi”, si carica qualcosa nel feed solo quando si tratta di un momento indimenticabile che vale la pena sia mostrato agli altri; la regola impone la creazione di tre profili, che sono quello principale e pubblico, l’immagine che possono vedere i genitori e i parenti, e che si lascia alle persone con cui si flirta; c’è poi il profilo privato per amici più stretti e conoscenti e il profilo segretissimo su cui si accettano soltanto le persone molto fidate. Tutto ciò mi ha fatto riflettere sull’attenzione posta sulla strutturazione della propria privacy, un altro segno del fatto che le nuove generazioni che frequentano le nostre scuole sono precipitate nella loro interiorità e con il pretesto della privacy si fa di tutto per evitare lo sguardo dell’altro, deviandolo su un’immagine illusoria, artefatta, di sé.
L’istituzione scolastica aveva ancora un valore come spazio di socializzazione (forzata), visto che dell’aspetto nozionistico non parla più nessuno, ma la nuova “utenza” – termine con cui gli adolescenti e le loro famiglie diventano veri e propri clienti da attrarre – la mette e la metterà sempre più in crisi. La generazione della privacy, cresciuta nella cattività digitale, non può più vivere fuori dalla propria interiorità. Non la vedo come una sconfitta ma come un punto di inizio: era ora che, come la scuola disciplinare del Novecento, tramontasse anche il suo modello toyotista-aziendale, quello che finge di fare dell’alunno il centro dell’ambiente scolastico e invece ne fa carne da macello per riempire progetti fantasma, numeri per tenere in piedi il samsara della precarietà. La società sprofonda come gli adolescenti sprofondano nella loro intimità.
> Quando ho letto “tre profili” pensavo ad un refuso, ma in effetti ha assolutamente senso. D’altra parte anche Platone parlava di tripartizione dell’anima, o forse questa triplicazione di sé sui social ha più una struttura freudiana? Mi hai comunque raccontato una cosa nuova, perché io ero rimasta alla scissione in profilo pubblico, di rappresentanza, e profilo privato dove invece muoversi e mostrarsi con più leggerezza.
Ma tornando alla scuola, ti devo raccontare un fatto particolare. Al momento, per motivi che non spiegherò ora, mi trovo a insegnare a “classi”, tra virgolette, poiché composte da singoli alunni. Di recente ho cominciato a fargli fare qualche verifica e mi sono chiesta: ma a che serve? Io posso manipolare il voto che prenderà lo studente a mio piacimento. So esattamente cosa è in grado di fare e cosa no. Eppure c’è un feticismo della valutazione: dalla dirigenza mi hanno detto che è importante fargli fare le verifiche perché ricevere un voto è stimolante. Per riprendere le tue parole, allora, dopaminergico. Inoltre, i miei singoli alunni sono così abituati ad andare male a scuola che sono spiazzati dai loro ultimi risultati: dalla mia onnipotenza di docente ho calibrato le verifiche affinché prendessero tra il sei e il sette. Spaesati dalla possibilità di avere una dignità intellettuale. Se fossero in una classe normale, a confronto con altre persone… ma dovrei forse fare delle verifiche come se in quella classe ci fossero geniali studenti fantasma? Perpetuare la vena sadica in modo che il quoziente intellettivo diventi l’unico indice di valore scolastico? Eppure, quasi mi sento in colpa a concedergli questi voti. Come se il dovere dell’insegnante si potesse riassumere nel disciplinamento e nella punizione di chi non riesce ad essere nella norma.
> La cosa curiosa è che a parte i casi più estremi e i contesti più difficili, noto che anche gli studenti e le studentesse che nessuno definirebbe “brillanti” ci tengono molto al loro voto. La cosa curiosa è che questo non si trasforma in un maggiore impegno, come dici tu, probabilmente, l’esperienza della valutazione viene vissuta (patita) dagli studenti come uno delle tante scariche dopaminiche che li bombardano ogni giorno. Dico ciò perché un brutto voto, che nel mio contesto scolastico non è scontato anzi è davvero una rarità, può incrinare l’umore anche di quelli che appaiono più truci. Credo di poter affermare, dando ancora più risalto alla tua affermazione, che tutto ciò è avvenuto a causa del registro elettronico. Mi sono reso conto che la mia abitudine di caricare i voti intorno all’orario di cena tiene i miei studenti sotto scacco per tutta la giornata. Una verifica scritta invece per una intera settimana. Senti la notifica, ti prepari a parlarne con i tuoi genitori, che leggono in tempo reale o si trasformano negli ambasciatori del voto se sono gli unici ad accedere al registro. La valutazione è diventata il metadone delle scommesse sportive con cui le mie classi si intrattengono parecchio.
Per quanta ci sia una intera disciplina dedicata alla teoria della valutazione, essa rimane uno strumento sostanzialmente distruttivo se non viene riportato ad una dimensione di confronto aperto con lo studente, a cui dovrebbe essere spiegato che lo studio è una questione artigianale, una tecnica che si può apprendere e che un voto negativo misura una performance scadente e non mette in dubbio il suo valore umano. Tutto ciò si scontra con il fatto che nessuno è a scuola per imparare a studiare e in termini di spazio fisico è rimasta un’istituzione disciplinare di contenimento, un parcheggio o un non-luogo che si attraversa per diventare adulti, senza diventarlo nei fatti. A scuola si apprende la frustrazione, la vergogna, la farsa dell’autorità di cartone che ancora riempie le aule italiane.
Mi sento in colpa per essere diventato un funzionario dello stato ma mi sono detto, per reintegrare queste due parti di me, quella anti-autoritaria e quella da insegnante, che la mia funzione è anticipare gli ostacoli della vita. L’archetipo che devo interpretare non è quello del facilitatore ma quello del muro da scavalcare con mezzi leciti o meno. Credo che, se svolta senza cedere al sadismo che ti pervade quando hai un ruolo di potere, questa mia realizzazione, oltre a farmi stare meglio, può essere utile ad alcuni dei miei studenti a sviluppare uno spirito anti-autoritario nella vita adulta.
> Il vero problema è che ormai siamo diventati irrimediabilmente adulti. Come nella vita, per andare avanti devi trovare il tuo ruolo, sfogliando tra i copioni degli insegnanti che hai avuto, di quelli che desideravi avere ma sono toccati ad altri, aggiungendo elementi chimerici fino a formare una personalità compiuta. Gli adolescenti che abbiamo davanti mi sembrano così malleabili ancora e a volte mi fa tenerezza il modo in cui prendono forma, assorbendo da qualsiasi cosa: le chiacchiere a ricreazione, le prese in giro, i contenuti dei social, le conversazioni tra adulti rubate alle cene di famiglia. Anche noi entreremo nel loro paesaggio. Tu ti poni come un muro da scavalcare; io ho trovato un compromesso cercando di dare incoraggiamento senza essere troppo cortese, usando la giusta ironia.
Nei miei ricordi, i prof che ti insultano un po’ alla fine sono quelli di cui ti fidi di più – forse perché da adolescente quello che odi di più è l’ipocrisia. Sarà ancora così per le nuove generazioni?
Insegnare è un’esperienza paradossalmente intima: in molti casi sei l’unico adulto nella stanza e difficilmente si assiste alle lezioni dei colleghi. Quando si comincia si chiude la porta e quello che succede nelle classi degli altri è avvolto da un giusto mistero. Oggi con questa conversazione abbiamo messo in comune esperienze diversissime prendendo come filo conduttore gli adolescenti che ci troviamo davanti, ti ringrazio per questo scambio.
> Speriamo di non venire rintracciati dal MiM…


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