Sai, la carezza nasce da un motivo, da un perché, da un certo tipo di carenza. Così, allo stesso modo, la carenza dovrebbe richiedere, pretendere, un certo tipo di carezza. Ma scusa se ti parlo di queste cose, è che, è che… Ricordo solo, dice, che avevamo pochissimi soldi ma ci sembravano tanti e li spendevamo tutti al Gattino, io correvo ogni mattina dieci chilometri e mi sentivo una persona che la sera barcollava e la mattina correva a 18 km/h circa per dieci chilometri, che passavamo dieci ore in biblioteca e la sera vagavamo come forsennati, che c’era una particolare e austera ma non rigida, non sciocca, pulizia in me, pulizia che mi faceva stare bene, che mi faceva vedere lucido. Le digressioni di Marco sono spesso repentine, serpentine, si contorcono per dirigersi altrove. Ora dei dieci chilometri che facevo ne faccio a malapena sette. Tutte le letture che ho fatto annullano queste nuove, queste mi sembrano capricciose, d’un piacere solo teorico, come l’uovo sulla pizza, allora torno a quelle precedenti ma odio quando mi fermo, quando non scopro nulla di nuovo, e allora non so che fare, se tornare sugli stessi o esplorare e restare deluso. Inoltre, aggiunge, della lettura non apprezzo la postura, lo starsene seduti. Non evito questo piacere, è chiaro, starsene seduti, sdraiati, nella propria posizione contorta, su una chaise-longue, per terra, sul pavimento d’estate, una finestra, sulla sabbia, uno scoglio nero, sull’ossidiana, su un crostone, un crinale, sul prato in città, sulla paglia, in attesa alla stazione, sulla poltrona di un treno o di una nave. Questo è essere felici nella vita, o sbaglio? Il corpo da qualche parte e una memoria che si sbroglia. Ma questo vorrei, più altro. Vorrei leggere mentre corro, mentre cammino, mentre nuoto o arrampico falesie. Vorrei che il mio corpo non smettesse di portarmi altrove quando sono ben consapevole che è già la mente a farlo. Vorrei che non si perdesse qualcosa. Il calore d’un nervo stanco, del muscolo tirato, dell’emicrania da sforzo. Ne guadagnerebbe la lettura, non avrebbe interruzioni circa distrazioni, appisolamenti degli arti, notifiche di Hinge. Io vorrei, dico, portare la lettura oltre la sua esperienza, renderla autonoma, redimerla dalla stasi. Allora smetti di correre, consiglio, o fanne sette, di quei chilometri. Per la lettura in movimento non saprei che dirti, confesso, io nella vita ho letto solo sui treni, ora che non li prendo più, fatico a leggere. Il mio più grande disagio, da un certo punto in poi, ovvero quando mi sono diplomato e ho scelto di cambiare città, venire qui, è stato trovare un nuovo luogo e un nuovo tempo di lettura. Non l’ho più trovato. E mi mancano i treni. 

Pedaliamo ancora, le nostre bici arrugginite emettono guaiti, neanche pieghiamo completamente le gambe, non sono bici acquistate bensì acquisite tramite intrallazzi e coinquilinaggi antichi, per questo ci siamo adattati alle loro vulnerabilità e sonorità. Parliamo di tutt’altro, forse influenzati dal cielo livido, dal fatto che domani parto, dal fiume in piena per la pioggia di ieri. Marco sta leggendo Cent’anni di solitudine, la parte sulla guerra non gli piace, pensa di interromperlo, prosegue solo per una frase che ripete a se stesso: «In verità, confesso che ho vissuto, e il ghiaccio tramuta in acqua». Non abbiamo una meta, ci siamo resi conto che abbiamo trascorso tutto il nostro tempo negli stessi luoghi, vogliamo quindi esplorare raminghi. Finiamo in un quartiere di lotti popolari, i portici si interrompono, le strade non sono più ciottolate ma asfaltate, il traffico diminuisce. Ho iniziato a scrivere un racconto, dice Marco, nato dalla bocciatura all’esame di Storia della lingua, fa più o meno così: 

Gli occhi cetacei del professore puntavano sul candidato, il candidato alla domanda mi dica il complemento di cui gran fascio lega rammentò la notte in cui non riuscì a dormire perché si chiedeva se i funghi prima di congelarli li avesse lavati, dubitava sull’esistenza stessa dei funghi, del suo congelatore e dell’acqua. La notte era la notte stessa, e il passato non era affatto remoto. 

Non mi piace, dichiaro, troppo influenzato dalla tua lettura, faresti bene ad interromperla. Prometto che stasera faccio di tutto per essere come quello d’un tempo, che voglio farci sentire come ci sentivamo l’anno scorso, col desiderio di fare, il fatto che per noi era tutto inedito, che non ci conoscevamo ed è bello quando non ci si conosce, che poi le persone finiscono per deludere, annoiare o sparire, occorrono dieci minuti, anche se con te non è così, non è mai stato così, che mi mancherai. Tu e Patrick per me, dice a questo punto Marco, per mesi e mesi siete stati la stessa cosa dei libri che leggevo durante il giorno, fatti della stessa consistenza dell’imprevedibilità, dell’indecisione. Patrick è rimasto tale, tu ti sei fatto carne. Ma chi ero io, domando. Marco mi guarda come si guarda un convalescente, e mi fa sentire tale. Mancano le pareti bianche, la puzza di igienizzante e malattia, il viavai a spezzoni di persone spezzate. Gli dico che parlavo per repertorio, leggevo quello e imitavo quello, leggevo quella e usavo le sue stesse parole, ogni stronzata che dicevo la dicevo in funzione dello scrivere, o d’una certa biografia che voglio costruirmi, che il problema della letteratura non è quando la vita influenza la letteratura bensì quando la letteratura influenza la vita e si diventa macchiette, inchiostro. Vorrei leggere senza mai leggere nulla, vorrei leggere per il piacere e la grazia di leggere ma non conservare nulla, non una parola. Vorrei scrivere senza imitare nessuno, senza conservare il ricordo di una cosa letta e scrivere una citazione consapevolmente ma inconsapevolmente. Cosa pensi, dunque, delle letture nuove?, chiedo, perché quello che hai già fatto ti sembrano l’essenziale? Fa una smorfia che dimostra incertezza perché poi ammette di non saperlo. Non lo so, dice, so solo che non conoscere è bello ma conoscere con una speciale propensione a conoscere altro dello stesso, a conoscere nuovamente il conosciuto, credo sia più bello. Scrivevo pochissimo ma pensavo a scrivere, di scrivere, continuamente, anche se mi ripetevo che dovevo vivere di più, che più che scrivere, scriverò, perché almeno nel mio caso, scrivere riguarda sempre il dopo, una condizione che vado sempre cercando ma che nell’immediato presente sfugge, non si presenta, preferendo altro, fare altro, che non sia scrivere o pensare che scriverò. Al lavoro mi venivano frasi, parole cariche d’un sentire, provavo a tenerle in mente, conservarle, sospettavo che come le sentivo io non le avrebbe sentite nessuno, i piatti aumentavano, l’acqua del lavello si tingeva di rosso quando non sciacquavo bene il piatto, le mani erano immerse per ore che poi quando tornavo a casa e provavo a scrivere o leggere non si muovevano, non rispettavano i miei movimenti, non riuscivano né ad azzeccare lettere sulla tastiera né a voltare pagina. Sembravano le mani di un morto, raggrinzite e rigide, scollegate dal resto, le dita. Parevano artigli decisi a non lasciare la presa del vuoto. Le mani pronte ad acciuffare qualcosa e la stoffa del cuscino si disgregava, la notte. Quando afferravo qualcosa, che poteva anche essere il mio cazzo, l’unico modo per addormentarmi dopo sei ore immerso nell’acqua, l’agguanto si dimostrava indocile, inarrestabile. L’agguato era svegliarmi e sentire le mie mani bloccate. La mia collega Ada bestemmiava e sussurrava con la sua /r/ migrante piatti di merda, posate di merda, pentole e teglie di merda, lavoro di merda, artrosi di merda, mani mani mani di merda. Vedi, dice Marco, non si finisce mai su una scrivania per una buona ragione né a fare di questi lavoracci con un titolo come il nostro, passo le estati a cementificare o vendemmiare, mi sento una contraddizione, un giorno costruisco case e il giorno dopo coltivo affinché questo sputo di terra non sparisca per farci case, noi già dottori in lettere, non fa ridere? Dottori! Comunque, per non divagare, penso che lo facciamo per espiazione o perché ci sentiamo in colpa o perché ci hanno educato in un certo modo e vogliamo dimostrare di averne, di polpa, e lavoro e dove si suda e noi pensiamo che scrivere libri, parlare di libri, valutare libri, spiegarli, forse venderli, sia un lavoro, di certo un lavoro onesto, ma non un lavoro come ce l’hanno insegnato, e per questo anni e anni di potature, cementificazioni, vapori di lavastoviglie. Tu pensa, dico, mica volevo smettere di fumare io ma ho smesso per la merda che respiravo, nella lavastoviglie versavo chissà quali prodotti, saponi, detersivi, ammoniaca, cloro, che altro, non saprei, un miscuglio di sostanze che divampava a 87°C ogni due minuti, il tempo che impiegava la macchina a lavorare, ogni due minuti il vapore mi penetrava dritto nelle narici, e si riempivano i polmoni che quando finivo il turno pensavo solo a fumare, quindi altra merda nei polmoni già ingolfati fino a quando non ce la facevano più, nemmeno dell’ossigeno quasi.

Raggiungiamo il limite che non conoscevamo della città, la campagna si distende piatta e tinta di grano, maggese, case che sembrano più capanne in mattone scuro. Scrivere, dice Marco, non lo faccio più, se mai avessi, avrò, il bisogno di scrivere che reputo poi essere carenza d’affetto, iniezione di autostima, allora scrivo in movimento, distrattamente, preferisco non conservare niente, tenere a mente tutto, preferisco scrivere così, penso sia comunque una forma di scrittura, e poi ogni tanto confessare a qualcuno che scrivo, solo se interpellato, censurate a tutti tranne alle ragazze che ho avuto, due o tre, che finivano per ingelosirsi, indiavolarsi, perché convinte che mi riferissi ad altre. Che scrivo a mente e non conservo nulla, e non conosco nulla, cose assolutamente impubblicabili, in termini politici resta un problema ancora aperto, il realismo poco mi importa, non sfociare nella cronaca o nell’ideologia, vorrei però parlare di Gaza e di come mi sento io vedendo le cose che succedono a Gaza, non per mostrarmi impegnato ma perché le questioni politiche finiscono inevitabilmente per interferire con la mia intimità o quotidianità, chi nega o è un cristiano o un cinico. Di certo non scriverò mai di questo, credo sia del tutto inutile, che senso ha parlare di questo. Mentre lo dice Marco guarda la pianura davanti, sporcandosi lo sguardo, facendo della sua faccia un sasso. Perché poi c’è anche il discorso di Bloom, sull’angoscia dell’influenza, del finire per scrivere per imitazione o senso di smarrimento, di sottrazione. La mia più grande angoscia quando scrivo, oltre al già menzionato onanismo, è scrivere con la consapevolezza di avere alle spalle tutti. Confesso che mi stanno sulle palle tutti. O meglio, la maggior parte. Scriverei con più convinzione, con più carisma, se questi tutti fossero vivi. Se potessero leggermi, dunque. Scriverei da mattina a sera, non farei altro. Dato che sono tutti morti non possono leggermi, dunque faccio altro. E se fossero vivi non sarebbe così scontato che mi leggano. Gli scrittori hanno questa cosa che non si leggono. Si innamorano di una foto, di un volto, di una frase, di un’esperienza durante l’adolescenza di un certo tipo e finiscono per leggere tutto di quella persona lì. Con gli stessi criteri decidono chi non leggere: una foto, un volto. Piuttosto comprensibile se guardiamo scrittori e scrittrici viventi. Che facce sceme, li vedi in libreria, come si muovono? C’è qualcosa nei corpi che non funziona. Degli atteggiamenti da chiattilli, marchettari, attivisti per socialità, mammine loffie. In termini politici o pasoliniani li, come dire?, li odio. Inutile dare spiegazioni, definizioni. C’è inoltre, dopo Bloom, non dico lo spreco di carta ma la quantità di cagate che l’editoria smercia. Il finire catalogati, mercificati, in un algoritmo pieno di autopubblicazioni, editori minori, libri, libricchi, librucci, libricini, libretti, libruccoli, libreccoli, libruccioli, libricelli, libelli, librutti, librisgnucoli ecc. Io non voglio assolutamente contribuire a questo genocidio culturale, dove la quantità non fa la sopravvivenza della categoria ma il suo annientamento. Per questo scrivere, ma non scrivere niente, non pubblicare niente. 

Torniamo verso la città, con un cielo simile non ci è sopportabile vedere il vento colpire fronde, l’ocra delle spighe confondere l’ingrigire circostante. La noia accumulata negli anni, dico, mi fa uscire tutte le sere, non ho più tempo per scrivere, e mi piace. Da domani tornerò a leggere sui treni. Se scrivo, adesso, è per mancanza d’altro da fare. Perché scrivo, mi chiedo, un’emorragia. Freddissimo, eppure uscivamo tutte le sere. Adesso andiamo da Patrick e lascerò la mia bici a qualche suo futuro coinquilino che nulla saprà di me. Un adesivo recita un mio motto. Tornano i portici, le pareti rosse, le persone ingobbite con le mani a tenere vicino al collo lembi di sciarpa e giacca. Dei cetacei era invece certo, dice Marco, passando davanti l’università.