Quella mattina mi svegliai con la palpebra ballerina. 

Pensai al multi-portavaso in soggiorno e se non fosse più corretto chiamarlo porta-multivaso. Veniva a fare cinquanta sberuli. L’appendiabiti da camera ventisette scriscioli. E il poggiapiedi dodici e sessanta schippi. Trovare nuovi modi di chiamare i soldi mi divertiva e mi faceva sentire patetico allo stesso tempo.

Mi tirai su per senso del dovere. In bagno c’era ancora il dentifricio strizzato allo sfinimento per la salvaguardia del pianeta. O così o niente. Un assoluto spreco di energie, le dicevo, pensa alle calorie impiegate per torcere quel tubetto e ricavare, a stento, un millesimo di litro di dentifricio – che è una quantità oscenamente piccola se ci si riflette. Mi piazzai sul divano con il computer di prima mattina. Avevo dormito poco e male. La schiena mi tirava quasi avessi una lastra di marmo appesa al collo. Avevo sognato la mia ex farsela con il mio vecchio datore di lavoro. 

Tossii due volte, a bocca aperta, per sentire il suono della mia voce. Non fiatavo dalla mattina precedente. In casa non c’erano più tappeti, quadri o cose del genere, che assorbissero in qualche modo i suoni. Di fronte al divano era imbullonata la staffa per la televisione, ma senza televisione. Ne disegnai una su un foglio e l’attaccai con il nastro al ferro. Quando tossii, sentii rimbombare il suono della mia voce da una parte all’altra della casa e vidi la carta sventolare appena.

Continuai a battere sulla tastiera. La lista era pressappoco conclusa, restava solo la libreria da rendicontare, poi la divisione dei beni sarebbe stata definitiva. Fifty-fifty. Feci colazione con quel che c’era: uno yogurt inacidito e le ultime briciole di fiocchi d’avena. Sedevo ricurvo su una scaletta a due gradini, osservando il parquet del soggiorno, così lucido e invitante da venir voglia di farci sopra una trentina di piegamenti, mentre cercavo di ignorare il buco nel legno, proprio davanti allo zoccolo del frigo; non sarebbe stato più affar mio. Tornai al divano e alla lista. Ripassai riga per riga le cose da smezzare, facendo attenzione a che tutto combaciasse. Sul finale bussarono alla porta. Piantai l’occhio nello spioncino. Era il vicino di piano. In maglietta e pantaloncini da corsa.

«Hey, Jiz!» dissi aprendo la porta.

«Ciao, bello!» fece lui, chiedendomi come andasse, con l’aria di chi ha qualcos’altro da domandare.

«Ce la caviamo, dai.» gli risposi, ondeggiando su e giù con la testa.

Ci fu un attimo di silenzio. Io continuavo ad ondeggiare, mentre lui mi fissava dritto.

«Senti, ma una corsetta? Che dici?»

Andammo a correre una volta, tempo fa. Da quel momento, quando capitava di beccarci sul pianerottolo, insisteva per correre ancora insieme. Ero l’unica persona che conosceva a cui piacesse farlo. Che poi, in realtà, correre mi era indifferente. Ciò che apprezzavo era sentire la fatica della corsa una volta finita. Fatto sta che aveva una voglia matta di impazzare per il parco sotto casa. Era sempre a mille lui. Faceva il cameriere. Era alto, dal fisico asciutto. 

«Me l’avevi promesso!»

«Vero, te l’avevo promesso.» gli dissi, interrompendo il dondolio della testa. Devo smettere di fare cose che non mi va di fare, pensai. Gli risposi di darmi un attimo. Poi, mi infilai rapido la tuta e le scarpe da ginnastica. 

Scendemmo giù al parco, fino alla sponda del fiume. Feci lo sborone, chiedendo se dovessi tenere il tempo. Se fosse una roba tranquilla o una corsetta vera. Lui mi rispose che era uguale.

Mi bruciò sul posto. Viaggiavamo sui cinque minuti al chilometro, ma palesemente lui poteva andare sotto i quattro e mezzo. I suoi muscoli erano esplosivi, tesi come una corda di violino. Di tanto in tanto si girava verso di me, che arrancavo a stargli dietro, mi sorrideva, alzava il pollice, io ricambiavo e lui tirava avanti. Spedito. Diavolo, feci il mio miglior tempo in assoluto. Ci fermammo a fare stretching. L’aria era fresca e pulita. Aveva piovuto parecchio in settimana. 

«Quand’è così, la pioggia lava letteralmente l’aria.» gli dissi.

«In che senso?»

«Per la gravità, cioè l’aria è un gas alla fine, no? L’acqua passa attraverso le molecole… »  tentai di spiegare, ma nel farlo mi accorsi che anch’io non avevo chiaro in mente il meccanismo. Qualcuno me l’aveva spiegato e quel qualcuno l’aveva sentito da un altro ancora ed era difficile, adesso, dopo la corsa, risalire all’origine della fonte e valutarne le competenze meteorologiche. «Vabbè, insomma, le lava»

«Minchia, assurdo… »

«Già, che roba.»

Parlammo della gente che non fa sport. Che poi arrivi a settant’anni e sei da buttare.

«Io vivo questo corpo.» mi disse, passandosi le mani dalla testa alla pancia. «Ne ho solo uno, cazzo, solo uno… » disse facendo vorticare l’indice. «C’è solo questo tra me e tutto il resto, non so se… »

Annuii con la testa.

Entrambi volevamo iscriverci in palestra, ma i prezzi erano schizzati alle stelle. Raddoppiati in un anno. E nessuno dei due aveva abbastanza soldi al momento. Lui perché pagato sei sbiffi all’ora, di cui la metà in nero, e io perché avevo appena perso il lavoro.

«La crisi… è da quando sono nato che sento parlare di crisi.» disse lamentandosi, mentre con le punte delle dita si toccava i piedi.

Non gli dissi che mi ero mollato con la ragazza. Che se n’era andata. E che adesso era raddoppiato pure l’affitto. Un tempismo perfido quanto ironico. Eppure c’era davvero qualcosa di divertente in questo, almeno per me, ma non sapevo bene cosa. 

Forse perché uno, per farsi forza, dice che non può andare peggio di così; riflette un po’ e alla fine se ne convince. Poi però va peggio. E all’improvviso viene colto da una sorta di meta-scaramanzia. Pensare al peggio di così incute paura. Come se pensarlo potesse farlo accadere. D’altro canto, cancellare l’ipotetico peggio di così dall’orizzonte degli eventi comporta uno scacco matto ai pessimisti, categoria che, umilmente, non ho mai smesso di rappresentare. Ecco, magari quello che trovo divertente è il riscoprirsi ottimisti nel pessimismo. Ma oggi come allora mi sembra un ragionamento senza capo né coda. Mal posto. Anche quel giorno mi tormentavo nel risolvere questo cortocircuito interiore. 

«Cosa c’è?» chiese Jiz.

«No, niente… lascia stare. Torniamo?» gli dissi scuotendo prima una gamba e poi l’altra per i brividi di freddo.

Ricominciò a piovere. Allungammo il passo per risalire dal lungofiume al parco e poi sotto i portici. 

«Senti, ma non è che puoi… »

«Aaassolutamente sì!» disse.

Io volevo chiedergli solamente due cartine lunghe, non volevo scroccargli dell’erba. Avevo qualcosina regalatami da un tizio ad una festa, che poi avrebbe dovuto prendere un aereo e gli dispiaceva buttarla.

«Ehi, bello… ti faccio provare una cosa.» aggiunse facendo l’occhiolino.

Rimasi in silenzio. Stavo cercando di capire come avesse fatto a sapere di cosa stessi parlando prima che effettivamente ne parlassi. Forse era il tono della voce? Faccio un tono particolare quando parlo di droga? Può darsi. Ma io con Jiz non ne avevo mai parlato prima d’ora. Andavo a colpo sicuro solo perché il martedì e il giovedì sera, quando tornavo dal lavoro, c’era odore di erba in tutto il condominio e più salivo di piano più l’odore si faceva denso. E di certo non poteva essere la coppia di anziani di fronte. E perché proprio il martedì e il giovedì? Mi domandai.

«Bello, tutto ok? Vuoi uscire dall’ascensore?»

«Oggi pensieroso, eh?»

«Settimana pesante.» gli risposi.

Mi disse di aspettare sul balcone del pianerottolo di mezzo, tra il quarto e il quinto piano. Dopo un po’, arrivò con una di tutto rispetto, stretta fra le labbra, e in mano due bicchieri, di quelli grossi in plastica dura.

«Forse ho esagerato.» disse offrendomi il bicchiere.

«Cos’è?» gli chiesi afferrando la plastica.

«Eeeh, bello, il drink pre-turno.» poi l’accese e aspirò a pieni polmoni.

«Cristo santo, Jiz… ma è whiskey?!»

«E latte. E proteine in polvere al cacao. Una bomba, bello.» disse ridendo, poi me la passò.

Tirai, mentre guardavo il cielo schiarirsi.

«Sono a stomaco vuoto.» gli dissi tossendo. «Ho corso da pazzi… » sul finire della frase mi girava la testa. Gliela passai nuovamente. Lui la prese con fare chirurgico e si sedette a terra, con i piedi a penzoloni tra le sbarre arrugginite del balcone.

«Ma tu lo vedi il fiume da casa tua?» gli chiesi, appoggiando la schiena al muro, ormai asciutta.

«No, bello, nemmeno dal quinto. Sai che la padrona di casa è al quinto? Un’amica di mamma, ma nemmeno da lì si vede qualcosa.»

«Che peccato.»

«Di fronte hanno alzato il sesto piano. Abusivo. È per quello.»

Ce la rimbalzammo ancora un po’, intervallando col whiskey proteico. Arrivato a metà bicchiere gli dissi che ero a posto così. 

«Diavolo se è buono sto drink.» gli confessai.

«Te l’avevo detto!»

«Ma non è che… »

«Vai tra. Tieniti pure il bicchiere».

Davvero non sapevo come facesse a leggermi nella mente in fatto di alcol e droga. Il suo sguardo si faceva magnetico, assolutamente consapevole di cosa ci fosse dietro a quel tipo di domande, una sorta di Sensei, come nei film di arti marziali; il mio del tutto personale Maestro per la mia personalissima vocazione all’inettitudine.

«Allora… grazie, Jiz!»

«Alla prossima, bello!»

Tornai all’appartamento. Dopo la doccia mi tuffai sul divano e mi sbarazzai del computer; mi agitava averlo davanti al naso. Sul parquet, a portata di mano, appoggiai il bicchiere di whiskey, latte e proteine in polvere al cacao.

Sdraiato a quella maniera, e con le tende spalancate, potevo osservare chiaramente l’uomo di fronte, al sesto piano abusivo. Era lì sul terrazzino a sfumacchiare. Sereno.

Bevvi ancora un sorso di quell’intruglio, destinato, senza dubbio alcuno, a svettare sull’Olimpo degli alcolici. E, tutto d’un tratto, mi accorsi che anch’io ero nel mio, di Olimpo. La terra promessa. L’El Dorado. Il Valhalla e La Mecca. Nessuno, e dico n-e-s-s-u-n-o, avrebbe potuto smuovermi da quel divano nuovo di pacca che avrei venduto, da lì a poco, per un prezzo stracciato.

Fissai intensamente quell’uomo. Tanto concentrato da far scomparire il trambusto delle macchine di sotto. Non esisteva più la lista dei mobili. Né la mia ex. E tanto meno la disoccupazione. A tratti, nemmeno io esistevo in forma corporea, ma solo come nube di neuroni. Fitta. Tesa su quell’uomo, sul terrazzino, al sesto piano abusivo. E per un decimo di secondo / Impercettibile a qualsiasi senso umano / La vibrante elettricità biochimica del mio cervello / per un solo infinitesimamente minuscolo attimo / mi fece raffigurare quell’uomo / così pacato / colpito da una terribile e fulminea sciolta.

L’istante dopo, l’uomo sul terrazzino schizzò in piedi dalla sedia, con le mani dritte nei pantaloni a sostenersi il sedere. Come se qualcosa di imprevisto gli fosse scoppiato nelle mutande. Saltai anch’io dal divano incredulo. Era vero? O era l’effetto della droga? Avevo bisogno di una conferma. Puntai la sagoma di una signora in fondo alla strada, alla fermata del tram. Strizzai gli occhi. Ma niente. L’entusiasmo andava scemando quando un lampo mi illuminò la faccia.

«Ah-ha!» esclamai.

Quasi avessi scoperto il segreto della vita eterna.

Afferrai il bicchiere e diedi un altro sorso. Avvertii un senso di calore raccogliersi nel mio intestino, per poi fluire verso il resto del corpo. Puntai ancora sulla sagoma della signora. E… boom! La vidi contorcersi, stringendosi la pancia tra le mani. Ancora un altro sorso, questa volta una scarica colon-rettale colpì il fioraio all’angolo intento a sistemare la vetrina. Lo vidi rientrare di gran fretta in negozio slacciandosi la cintura. 

Ero sul balcone indiavolato a scegliere la mia prossima vittima. Eccolo là, bisbigliai. Un ragazzino con un pallone sotto al braccio percorreva la strada strafottente. Portai il bicchiere alle labbra, ma fu inutile. Me l’ero scolato tutto. Avevo finito con il Sacro Graal delle sciolte.

L’euforia si affievolì fino a svanire del tutto, sostituita da una gran fame. Diedi un’occhiata alla dispensa e allo scatolame in essa conservato. Tornare alla terra, pensai. Ai legumi. Fagioli. Lenticchie. Ceci. In qualche modo venni a capo del pranzo. E con lo stomaco pieno riuscii a chiudere la lista dei mobili. C’est fini.

La sera stessa, nel lettone matrimoniale vuoto a metà, mi addormentai tutto sommato contento. Avrei voluto indagare circa l’innesco di quelle potenti vibrazioni intestinali, rispetto a quella sorta di malocchio gastrico, ripercorrere i dettagli, eccetera. Ma ero stanco. E andava bene così. Mi addormentai con il desiderio, in realtà, di scoprire quante altre combinazioni magicalcoliche avrei potuto sperimentare nella vita. 

Ci penso spesso a questa storia. E mi chiedo se, chissà, un giorno, colpito anch’io da un insolito moto viscerale, scoprirò di essere stato vittima di qualcun altro che, come me, aveva un bisogno disperato di divertirsi.

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