Gentilissima,
scrivo per comunicare le mie dimissioni. Ringrazio l’azienda per il lavoro sottopagato che mi ha offerto, è stata davvero una possibilità unica, i mesi di lavoro con voi mi hanno insegnato molto e mi hanno fatta crescere, hanno fatto crescere in me soprattutto una forte rabbia sociale per il lavoro precario, direi per il lavoro tout court. Spero che la mia assenza non crei danno alle mie colleghe ma che metta in difficoltà l’azienda, che dovrà spendere soldi e tempo per la formazione di una futura assunta. Imparate a fare contratti migliori,
con poco affetto e poca stima,
xxxx
Sto affinando il testo di questa mail da giorni, aspettando di trovare il coraggio per spedirla. Non c’è relazione che si meriti più di questa di essere chiusa con un messaggio passivo-aggressivo: sbattere in faccia alle persone che credono di poter fare di te ciò che vogliono, di tenerti sotto scacco, e di disporre del tuo tempo come fossi una macchina, che in realtà non hai bisogno di loro. Anche se in realtà non è¨ così perché poi, in un modo o in un altro, in attesa della rivoluzione, un lavoro lo devi fare.
Mi sento in buona compagnia, in questa redazione la cosa di cui siamo più stanche è senza dubbio, nelle sue varie declinazioni, proprio il lavoro. Basta scorrere l’elenco degli stanca di su questo sito. Ne abbiamo parlato qui, qui, qui, qui, non dimentichiamoci questo, anche qui, letteralmente qui, ma anche in questo.
Il mio lavoro non mi piace, ma una delle cose peggiori non è l’atto in sé, svolgere la mansione, che può essere alienante ma dà talvolta qualche soddisfazione. Piuttosto è il confronto con un’umanità irritante, a cui mai mi sarei avvicinata nella vita per mia libera scelta, se non costretta da un pezzo di carta firmato e dalla possibilità che lavorare con loro mi facesse curriculum. Prime tra tutti le risorse umane, che ripetutamente provano a percularmi, facendo carta straccia delle clausole del mio contratto, provando a spiegarmi con il solito tono paternalistico che la flessibilità è¨ importante e del resto ne avevamo discusso anche in sede di colloquio. L’altro giorno poi sono stata trenta minuti ad ascoltare questo monologo solipsistico della mia capa che ama tenermi a chiacchiera con il suo accento fastidiosissimo, raccontandomi del suo fidanzato del liceo, di come sia morto il suocero e della figlia che non mangia la minestra, ignorando che il tempo in cui devo far finta di ascoltarla è tempo sottratto a un lavoro di cui lei stessa mi chiederà conto, costringendomi a recuperare a casa o, in alternativa – ed è quello che succede – a fare un lavoro approssimativo. Mi chiedo come possa sfuggirle il mio totale disinteresse, il disequilibrio del nostro rapporto, il suo potere su di me e il fatto che, in ultimo, o forse prima di tutto ciò, io non ho voglia di lavorare.
Dove lavoro poi c’è un ragazzo che ha il mio stesso contratto, a tempo determinato, part time di 5 mesi, serve a coprire le assenze delle altre: il nostro orario cambia di mese in mese, ce lo comunicano con 10 giorni di anticipo, tendenzialmente lavoriamo festivi e weekend. Sai, ci sono passati tutti qui dentro.. poi, se resisti e loro decidono di riassumerti, dopo 4 rinnovi ti danno l’indeterminato. Poi c’è gente che lo fa per tutta la vita ed è contenta così eh. A me questo lavoro piace, anche se da un anno e mezzo lavoro praticamente tutti i weekend, il 25 aprile, il 1 maggio, pasqua, natale, ferragosto, alla fine non è un problema c’ho fatto l’abitudine. Non mi cambia molto lavorare per le feste, tanto io non vedo la mia famiglia da 8 mesi perché in un anno non ho mai avuto più di 2 giorni di pausa consecutivi per andarli a trovare ma amo lavorare al pubblico quindi non mi lamento. Ah! a volte rubano sulla busta paga, non ti retribuiscono proprio tutte le ore, quindi controlla sempre.
Se pensate che io lavori in un settore essenziale, di altissima urgenza, sappiate che lavoro in un museo. Non salvo vite, a meno che non pensiate che la bellezza possa curarvi. Siamo state dichiarate lavoratrici essenziali perché, come è noto, la cultura è il pilastro di questo paese. Solo voi lettrici di stanca, malpensanti, potete sospettare che sia per limitare la nostra libertà di sciopero.
Eh ma non puoi stare chiusa per le feste, se una persona lavora tutto l’anno e ha solo il 1 maggio di festa è giusto che possa andare al museo.
Sì, andare al museo è importante. E sono sicura che una persona che lavora tanto, troppo, e ha solo il 1 maggio di festa in tutto l’anno, sono sicurissima che la prima cosa che vuol fare è andare al museo.
Forse allora dobbiamo spostare l’asse della discussione: se una persona può dedicarsi all’arte, alla cultura, a qualsiasi cosa che esuli dal suo lavoro e dalla sua produttività , dal guadagno, in un solo giorno di festa durante l’anno, non sarà forse un problema più grande? Non sarà forse che la società e il lavoro hanno strutturato il nostro tempo in maniera inumana, troppo rigida e alienante? Non sarà forse che la cultura e il museo sono un passatempo, nel migliore dei casi un parco giochi, piuttosto che spazi di comunità , di costruzione sociale e collettiva? Io il primo maggio non voglio lavorare.
Comunque, dopo la conversazione con il mio collega, avrei volentieri affilato la ghigliottina e imbracciato il forcone, mi sono limitata a chiedere se avesse provato a fare presente la cosa. Ha alzato le spalle.
Mi chiedo se questa impermeabilità alla necessità di conflitto derivi dalla paura di ritorsioni, se forse ignoriamo che possiamo aspirare a una condizione migliore, se sia inerzia. In uno dei settori di lavoro più precari in Italia, ci siamo dimenticate di pensare che lo sfruttamento non è la norma e che prima di essere lavoratrici siamo persone.
La scorsa settimana, dopo quattro mesi di lavoro, ho partecipato alla mia prima assemblea sindacale. Di duecento dipendenti, eravamo in trenta. Prima di andare ho chiesto al mio collega se sarebbe venuto, ha detto di no. Io, nel dubbio, ho già voglia di fare vertenza.


Lascia un commento