Venerdì 27 febbraio esce sulla pagina Instagram del fotografo @riccardocarpa il comunicato: “I CONCERTI SONO DI TUTTX NON SOLO DI CHI FA FOTO”. Lo pubblica in occasione del Selvafest (28 febbraio – 1 marzo), festival organizzato in provincia di Pordenone dalla collettiva Cielo Perso DIY, una fra le decine di realtà sul territorio italiano che organizza concerti emo, screamo e post-hardcore.

“Cercherò di essere il più discreto possibile mentre scatto, tuttavia, se dovessi darvi fastidio in qualsiasi maniera, fatemelo presente senza problemi. Punto a usare il flash il minimo indispensabile ma, se dovesse darvi fastidio, ditemelo tranquillamente. Se non volete apparire nelle foto non c’è problema, basta dirmelo e me ne ricorderò. Sono davanti a voi e non riuscite a vedere il concerto? Non c’è problema, me lo dite e mi sposto. Per qualsiasi altra cosa sentitevi liberx di venirmi a parlare in qualsiasi momento” scrive @riccardocarpa. Nella sua semplicità è una dichiarazione importantissima. 

(E qui, prima che un battaglione di #pitwarriors si imbarchi in un pellegrinaggio verso la mia crib da aspirante opinionista dell’underground, scaldandosi i quadricipiti per dediche al sapore di calci rotanti, preme dischiudere le metafisiche tende pervinca che incorniciano il palco di fortuna di questo articolo. Aprire una parentesi, fare un siparietto; un disclaimer, se preferite.)

Questo pezzo non vuole farsi condanna delle foto nei concerti DIY, bensì domandarsi come tenere insieme l’arte e l’antiperformatività capitalista; la documentazione e il consenso.

(Del resto, questa condanna richiederebbe almeno tre agenti su quel palco: avvocatə, giudice e imputatə; mentre la scrittura è di norma un lavoro solitario, almeno in fase embrionale.)

Inoltre la qualità più importante dell’emo/screamo subculture è proprio il questionarsi perpetuamente, su come diventare persone più consapevoli, su come trasformare gli spazi in luoghi più inclusivi.

(A questo proposito, rimando alla pagina @tutta_scena, che riflette su come interlacciare indissolubilmente femminismo intersezionale, neurodiversity movement e anti-abilismo con la cultura hardcore, in un’ottica di cura collettiva.)

Negli ultimi anni, il trend del live reportage fotografico durante i concerti underground si è espanso tanto viralmente quanto l’emo copypasta “Real Emo” only consists of the dc Emotional Hardcore scene and the late 90’s screamo scene; complici anche le foto in bianco e nero del milanese @oni_bakuu, diventato famoso per fare crowdsurfing, buttarsi nel pogo e farsi sollevare in aria, scattando instantanee dinamicissime ed endogene.

(Se non siete mai andati a un concerto screamo, probabilmente vi starete chiedendo perché tutte queste parole di cui conoscete il significato, apposte l’una vicino all’altra, si trasformano in un’immagine acustica arcana: “Real Emo” only consists of the dc Emotional Hardcore scene and the late 90’s screamo scene. Una frase formalmente di senso compiuto, ma nei fatti caotica e anche non poco aggressiva. Questa è la sensazione che si prova andando a un concerto screamo per la prima volta.)

Il ragionamento alla base del tanto amato crowdsurfing si basa sull’abolizione della gerarchia che vede la band protagonista sopra il palco e lo spettatore passivo sotto. Talvolta eliminando totalmente la struttura palco e prediligendo uno spazio orizzontale in cui musicisti e pubblico esistono sullo stesso piano orizzontale del pit; oppure, in casi più estremi, posizionando la band al centro della sala mentre il pubblico la circonda rizomaticamente.

Crowdsurfing, stagediving, carpire il microfono dalla mano del vocalist per urlare i testi o talvolta, peculiarità dell’emo, unirsi in un grande abbraccio collettivo. Gli spettatori diventano parte attiva della performance.

(“This is my tigersuit ‘CAUSE I’M A FUCKING LAMB!” urlato nel microfono dei Raein. Oppure #lacrimoni e nostalgia per il minitour dei Batièn nel 2019, prima dello scioglimento definitivo, che chiamarono proprio “Il grande abbraccio”, e la cover tributo dei Radura al brano dei Batièn “Sono un circuito chiuso peraltro pieno di resistenze” che presenta in copertina la foto, appunto, di un grande abbraccio.)

La documentazione fotografica stessa deve necessariamente coinvolgere anche il pubblico in quanto parte imprescindibile della performance.

(Per giunta, con derivazione sempre più memetiche. Ciò che accomuna davvero le fan e i fan del genere è un persistentissimo senso di cringe, esorcizzabile soltanto là in mezzo al pit: le flessioni in mezzo al pubblico; giocare ai Beyblade; sedersi a terra in fila vogando con le braccia; agitare spasmodicamente tutti gli arti.) 

Dalle foto di @oni_bakuu si sviluppa una vera e propria corrente artistica che, per quanto non abbia ancora una nomenclatura ufficiale, è divenuta canone. Ha assunto poi molteplici forme, sfaccettandosi nelle derive artistiche dei fotografi presenti in sala.

(Per citarne alcuni dalla scena torinese da cui provengo: @key_pov; @claudiogmessina; @_lorenzocarlesi. Poi ci tengo a menzionare due tra le poche donne fotografe emo: @404error.alexnotfound di Roma che, nei suoi scatti ipersaturati, elimina i connotati facciali delle soggettività fotografate, facendo esalare l’energia esoterica della musica che si propaga dall’interno verso l’esterno; e @ohsafis da Milano con i suoi frammenti organici di pogo in 35mm.)

Il live reportage dei concerti e la derivazione memetica hanno contribuito notevolmente all’accrescimento della popolarità dell’emo/screamo. In alcuni casi estremi, quando la location per il concerto era già molto piccola e il pubblico presentatosi sorprendentemente superiore alla capienza, alcune band come gli Stegosauro e i Radura decidevano di suonare un doppio set, in modo che nessuna e nessuno rimanesse escluso. Ovvio che questo non è sempre possibile, non per mancanza di cuore dei musicisti o della collettiva che organizza, ma a causa degli orari, delle famigerate regolamentazioni dell’impatto acustico notturno quando le serate sono organizzate in circoli Arci e non in spazi occupati, della quantità di band presenti in scaletta, e anche dell’eventuale sfinimento di due settimane di tour non-stop dormendo su materassi slabbrati, nutrendosi di paste rock dai condimenti vegan non troppo variegati, arrangiandosi con i rimborsi spese dei compagni del DIY.

(DIY: ambiente in cui nessuno ha mai soldi. Non la collettiva, non la band, non il pubblico. Però ci si viene incontro, perché l’energia catartica dell’abbraccio collettivo, dell’urlo collettivo, dell’isteria collettiva simulata in un ambiente safe, è ciò che ci permette di non disperderci in una sabbiolina di calcinacci cinerei.)

(Ora, mi sono stufata di raccontare dell’ontologia dell’emo, anche perché l’arte dello splaining è di fattura squisitamente maschile. E infatti l’esperienza di formazione collettiva della scena emo, come accennavo precedentemente, è il Reddit meme copypasta “Real Emo” only consists of the dc Emotional Hardcore scene and the late 90’s Screamo scene, un ampissimo wall of text che divide la musica emo in real e fake, nonché emanazione della male virgin energy di chi ha bisogno di confinare e catalogare in una sublimazione dell’energia sessuale repressa questa scena. A ciò si aggiunge la pagina di recente fattura @emocore.peter, in cui un Peter Griffin che indossa la t-shirt di una band underground, “discusses the DIY genre and subcultures”. Stesso principio di splaining, ma la differenza col Reddit copypasta è il superamento dell’arroganza “questo è real, questo è fake”, prediligendo invece un approfondimento dei valori etici che dovrebbero essere i fondamenti del genere.)

(Dicevo: mi sono stufata, ma sono ancora più stufa dei fraintendimenti. Del resto, dopo che vi ho invitate e inviati a questo concerto che forse vi è piaciuto o più probabilmente vi ha lasciato solo straniti – cringiati? –, it’s not very abbraccio-collettivo-e-lacrimucce of me; perché non raccontarvi qualcosa in più sulla genesi di questo genere? Nel frattempo sta arrivando la band che ha suonato in apertura a fare due chiacchiere, e dai, almeno due reference al volo dovete saperle, giusto per non sentirvi troppo spersi nella conversazione. Quindi un piccolo girlsplaining sono costretta a farlo lo stesso.)

L’emocore nasce negli anni Ottanta a Washington DC. Ian MacKaye è un punkettone importantissimo perché aveva militato in band hardcore come i Minor Threath e i Fugazi, dando il via alla filososfia straight edge, basata sull’astinenza come forma di lotta politica. È proprio lui che tenta con gli Embrace un approccio più sentimentale al punk hardcore: testi introspettivi, con più poesia e meno slogan da manifestazione, chitarre melodic e arpeggi intrinsi di nostalgia adolescenziale. Citati sempre assieme a loro nella storiografia della genesi della DC scene anche i Rites of Spings; meno ricordati invece gli Hüsker Dü, che con l’album Zen Arcade facevano più o meno contemporaneamente la stessa cosa, ma nel Minnesota. Il legame imprescindibile dell’hardcore con l’emocore e tutte le sue successive derivazioni, rende indissolubili i valori sociopolitici del DIY e dell‘anti-establishment da questo genere musicale.

(Lo spiega giustamente Peter Griffin. Poi emoviolence, screamo – rinominato memeticamente skramz – e via dicendo che commistioneranno al punk, per farla semplice, gelide sonorità black metal. Fight me in the comments, if you dare to disagree.)

Al giorno d’oggi, il genere fiorisce anche in Italia grazie a collettive emo/screamo come: il già citato Cielo Perso DIY; Life Is Strage in Veneto; Turin Moving Parts a Torino; Piano delle Masche a Biella; Alydicera a Milano; non propriamente un collettivo, le Urla Domenicali nella sala prove di elbohrero a Magenta; Dappertutto a Piacenza; Warm Room a Carpi; Struzzi Decenti a Bologna; La Fabbrica a Pisa; twogirlzoneskramz a Fano; Weirdside a Roma; silentsling a Napoli; meh!a Bari; la Palestra Lupo a Catania; Piovono Pietre a Cagliari.

(E perdonatemi se ne ho lasciata fuori qualcuna, si potrebbe forse tentare un giorno un mapping ipertestuale più approfondito per un controturismo del post-hardcore.)

Tornando al live reportage fotografico, sembra che da quando ogni “azione punk” sia certosinamente documentata e postata su Instagram – link drive foto fuori alle 18, era diventato un paio di anni fa l’inner joke della scena milanese  – sia aumentato anche il numero di quelle che uno squatter power violence ha definito un po’ a sfregio mossette

(Tutte e tutti vogliamo assicurarci la nostra bella foto profilo mentre scalciamo in aria come tartarughe riverse, sollevati da un tripudio di mani che surrogano l’amore malricevuto da mamma e papà; o mentre, nel mezzo di un circle pit eseguiamo un doppio kick flip, o giochiamo con le carte di Yu-Gi-Oh!. E anche le stesse band, nell’impeto di una lampante dimostrazione di sinergia, sempre più spesso invitano l’interezza del pubblico a salire sul palco tenendosi per mano; creando talvolta scenari di amore collettivo che rischiano il posticcio. Tra la volontà di esprimersi nella libertà un po’ cringe e memetica, tornando bambini, sfogando gli impulsi ed eliminando il giudizio sociale, e le manie di protagonismo il confine è più slabbrato dei materassi su cui dormono i musicisti.)

Talvolta pare instaurarsi una competizione a chi compirà il gesto più assurdo: apparire in più foto, o afferrare più volte il microfono, dimostrando un profondo senso di appartenenza alla scena, o abbracciare più volte i musicisti, dimostrando un’intima amicizia con le band. Questo senso di competizione – e la conseguente instaurazione di una gerarchia sociale – è ben poco affine ai valori intrinsecamente anarchici dell’hardcore. Ultimamente, quando capita di partecipare a concerti senza fotografi, la folla sembra talvolta quietarsi. La passione è la stessa, ma si manifesta con minor senso di prevaricazione.

Altra questione importante è che, se il concerto emotional hardcore deve essere prima di tutto uno spazio safe, il fotografo non deve imporsi sul pubblico, immortalando anche chi, per una varietà di ragioni, non vuole comparire in foto. Da una semplice scelta personale, all’eventuale presenza – soprattutto per gli squat e i csoa – di compagne e compagni inguaiati con la legge. Per questo è così importante il comunicato di @riccardocarpa.

(Alcune culture aborigene credevano che una foto potesse rubare l’anima e, in effetti, uno scatto non consensuale straborda nell’intimità, viola il sé, costringe a osservarsi ribaltati, o meglio, nel verso giusto poiché nello specchio ci si osserva sempre al contrario, mentre una foto impone di osservarsi dall’esterno, come ci osserva l’altro. E questo può fare paura; del resto, il senso di giusto o sbagliato, di fake o real, come ci insegnano il nostro caro e vecchio amico Nietzsche, l’anarchia ed @emocore.peter, sono sovrastrutture di una soggettività dominante che si impone su soggettività subordinate.)

(Siete venuti al concerto, avete conosciuto le band, e avete pure trovato qualcunə che vi ha offerto caritatevolmente un passaggio a casa! È quasi mattina e siete distesi nel letto a pancia in giù, aprite Instagram, alcune foto della serata sono già state postate da un fotografo particolarmente esuberante, scorrete il carosello ed ecco! lì nell’angolo, con l’anfibio nero della goth girl che si è lanciata dal palco minacciosamente vicino alla vostra bocca, ci siete anche voi. E vi sentite un po’ violati nella vostra intimità, ma anche parte di qualcosa. Come quando si canta all’unisono quella canzone dei Quercia che fa: le braccia non si muovono, non piangere / resta qua con me, non tremare, mantieni la calma / respira, purtroppo non sempre puoi farcela.)

Playlist

(Per finire, celebrando la congiunzione fra DIY e femminismo intersezionale, mi congedo con una piccola playlist di emo/screamo al femminile, perché a girl gotta scream, o come cantano le Petrol Girls “our silence will not save us; they can’t contain they can’t control”.)

Fangosberla – Mai al margine

Reikä – Progresso

Nuvolascura – Pixel Vision Anxiety

Blind Girls – Dissociating While Driving

NØ MAN – Dive

Heart On My Sleeve – Today Is The Day

Hopeless Party – La Mummificatrice

Rescüe Cat ft Mayoulivetoburyme – Mother to no one

Fango – Ombre

I Hate Sex – Happy Anniversary

awakebutstillinbed – sovereign

Dorthine – A Dream by Sylvia Plath

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