Per un breve periodo della mia vita ho lavorato in un museo di videogiochi. Mi occupavo delle riparazioni dei vecchi cabinati. Mi ero presentato un giorno a Carlo, il tecnico del laboratorio, dicendo che sapevo saldare e leggere i circuiti stampati, lui mi aveva accolto un po’ perplesso – ma i fondi scarseggiavano e due braccia in più facevano comodo – e così era cominciato quello strano tirocinio.
Mi ricordo ad esempio di quella volta in cui Carlo aveva cercato di spiegarmi i punti da non toccare mai in un tubo catodico. Lavoravamo sul cabinato di Centipede che aveva dei problemi sull’allineamento del video. Lui mi aveva indicato, sul retro dello schermo, una specie di terminale metallico, da cui aveva rimosso cautamente il pesante cappuccio di gomma rossa che serviva da protezione. Io avevo avvicinato un po’ troppo il dito, chiedendo «intendi questo?» e dall’elettrodo si era liberata una sottile striscia di plasma che aveva serpeggiato nell’aria per qualche centimetro fino a raggiungere la punta del mio indice. Ho preso una scossa da diecimila volt e ho avuto tutto il braccio indolenzito per due giorni.
Di solito non si muore, ma vi assicuro che fa un male cane. Un’altra volta mi ero conficcato un piccolo cacciavite nella mano e ho dovuto mettere qualche punto. Ma ho anche ricordi positivi di quell’esperienza. Guardare sospettosi le distese di circuiti integrati sulla scheda di generazione sonora di un flipper Riverboat Gambler, cercando il minimo segno di corrosione tra le zampette metalliche dei circuiti integrati, è un piacere raro. Una forma di rabdomanzia. Quando scoprivamo il colpevole bisognava dissaldarlo e ordinare un nuovo chip su oscuri siti testuali risalenti probabilmente all’ex-unione sovietica. Appena arrivava per posta – di solito settimane dopo – bisognava saldarlo sulla basetta traslucida di vetronite verde. Se avevamo avuto fortuna e bravura in pari misura, allora avveniva il miracolo e quel pesantissimo scatolone di legno e metallo si metteva a blippare e lampeggiare in preda a un delirio elettrico. Era vivo! E il merito era nostro! Ci sentivamo due sfigati cugini del dottor Frankenstein, ma non avevamo mai avuto il coraggio di dircelo. Di solito dicevamo soltanto: «caffè?».
Ci vedevamo soprattutto a inizio settimana, quando il museo era chiuso e non c’erano visitatori tra i piedi. Finito il lavoro ci prendevamo sempre una mezz’ora per noi. Sapevo benissimo cosa fare: raggiungevo il gigantesco quadro elettrico – dove ho imparato, e ho ancora gli appunti, la differenza tra linea elettrica bifase e trifase – tiravo su la levetta nera del generale, e un terremoto di suoni montava da tutte le stanze. Immaginate György Ligeti dirigere un’orchestra di cabinati arcade in una spericolata sonata di onde quadre sparate a tutto volume, ecco il suono sarebbe stato più o meno quello. Era qualcosa di psichedelico – terrificante, infantile e gioioso come lo è ogni esperienza psichedelica. Un paese della cuccagna dove mi ero ritrovato troppo tardi, quando non dovevo più preoccuparmi di riportare a posto i carrelli della spesa a mia madre, per sfilarle qualche moneta da cinquecento lire in più. La più grande sala giochi che avessi mai visto cantava in coro ai miei piedi e mi pregava di giocare dai suoi mille schermi catodici fluorescenti, nella semi oscurità vibrante del museo.
Quei tempi sono andati. Io me ne sono andato, perché non mi pagavano. Forse il museo stesso ha chiuso o sopravvive tristemente strozzato dalla questua di qualche nevrotico benefattore privato. Ma quando ho ascoltato Tide Pools (Hausu Mountain Records, 2025) di Pulse Emitter, quell’emozione di gioia lancinante mi è tornata in mente. Era il déjà-vu di un’estasi sepolta che – pietosamente – l’inconscio aveva nascosto nella mia memoria, per non rendere tanto insopportabile il resto della mia triste esistenza di adulto.
Pulse Emitter è lo pseudonimo di Daryl Groetsch, compositore e musicista elettronico di Portland, che da almeno un quarto di secolo pubblica dischi di inestimabile sperimentazione sonora. Tide Pools, il suo ultimo lavoro, rappresenta una delle vette della sua oramai sterminata discografia in equilibrio tra chiptune e drone, vaporwave e kraut.
Le tide pools del titolo sono quelle pozze naturali che si creano nei bacini di roccia con il ritrarsi della marea, organismi animali e vegetali vi si ritrovano a convivere in un temporaneo ecosistema precario, finché la naturale evaporazione prodotta dal calore solare non porta all’esaurimento della pozza e della maggior parte della vita che questa aveva trattenuto in sé.
Le quindici tracce del disco suonano come delle piccole orchestre bio-digitali che, nella breve eternità della loro prigione sommersa, cantano malinconicamente la perdita del grande mare, di cui ricordano un tempo di aver fatto parte. In tutto questo splendore, Groetsch gioca a fare dio, come in una partita a Spore – il videogioco evolutivo di Will Wright. Ma è il dio dei diodi e quello dei transistor, perché tutte quelle iridescenti pulsazioni vitali sono prodotte da sintetizzatori sonori con cui il compositore imbastisce una vera e propria relazione simbiontica, così profonda da risultare a tratti inquietante.
Forse più che alla figura del compositore, l’approccio di Pulse Emitter alla musica si avvicina a un’altra delle figure centrali della nostra epoca: il game designer. Nelle sue incarnazioni più esplicitamente prometeiche si fa demiurgo assoluto di un universo sintetico creato a sua immagine e somiglianza. Più che al già citato Wright, sto pensando a Ken Levine o Hideo Kojima.
Da un punto di vista musicale le melodie di Groetsch si incastrano in contrappunti intricatissimi che, esplicitando la sua formazione musicale classica, danno vita a arrangiamenti sempre in bilico tra pulsazione meccanica e melanconia organica. Le composizioni presentano pochi strumenti, amalgamati da raffinati effetti spaziali che, nonostante la loro natura puramente digitale, sembrano volerli collocare in uno spazio estremamente realistico. È una felice rarità, almeno nella musica elettronica, avere l’impressione di poter misurare la distanza che separa i vari suoni. Sembra quasi di poterli vedere, immersi, spostarsi lungo i bordi della propria tide pool.
Il sound design impreziosisce ancora di più il lavoro compositivo, proiettandoci in una foresta sottomarina di oscillatori fm e wavetable. Percussioni e vibrafoni dall’attacco rapidissimo che quasi divora le note stesse, trasformandole in rintocchi elettroacustici che ci accompagnano nel nostro snorkeling sonoro.
Proprio come avevano fatto gli Air con Moon Safari (Source, 1998), il cuore della ricerca sonora di Pulse Emitter è nel dialogo con la macchina. Mentre nel duo francese questo si traduceva in lunari – e poi sempre più intellettuali – divertissement elettro-pop; qui i riferimenti musicali sono strettamente ancorati ai corrieri cosmici tedeschi più elettronici (Tangerine Dream, Klaus Schulze), depurati dal loro massimalismo e declinati in chiave decisamente elegiaca.
La musica di Tide Pools si muove davanti ai nostri occhi sulle autostrade spaziali intessute dai suoi contrappunti eclettici. Le melodie danzano nella loro iridescenza fluorescente come tanti piccoli meteoriti al neon. Seminati a velocità supersonica i vecchi corrieri cosmici, ci ritroviamo dentro un’interminabile partita sui circuiti fluorescenti di Wipeout 2097.
Allora entriamo in uno dei bolidi a locomozione antigravitazionale di Wipeout 2097. Si parte. Una veloce sequenza di pulsazioni, che si stratifica battuta dopo battuta, apre il disco con Energy Flying. Filtrano cori sintetici in loop, disturbati dai sottili glitch ritmici, anticipando l’arrivo delle percussioni. È il trionfo della sintesi digitale che ci invita a entrare in quella che si trasformerà nei prossimi 45 minuti in un ottovolante fatta di marimbe, celeste, xilofoni e pulsazioni digitali di qualunque tipo.
So Many Leaves rallenta il ritmo con una serie di accordi dall’attacco compresso, facendo da piattaforma a un arpeggio obliquo in un tripudio di rullanti analogici. Il ritmo accelera mentre l’arpeggio si distende, ondeggiando nel panorama sonoro.
Una marimba digitale apre Chip Stacking, la rincorre il basso con un arpeggio in sedicesimi, mentre ogni cambio armonico è carezzato da rintocchi di arpa, poi una pausa: il basso continua a scandire la sua melodia complessa in solitaria fino a innescare qualcosa di simile a una fuga barocca.
Una serie di accordi sospesi, dal decadimento pulsante introducono Bug on Desk. Una cupa melodia di fiati che sembra inciampare in se stessa, cercando uno spunto per elevarsi sopra il peso melmoso del basso che rimbalza sui quarti.
Photons è tra le vette del disco, se fossimo in un videogioco ci troveremmo di sicuro sulla Nave Anna che ci traghetta verso la palestra di Aranciopoli. La sua gioiosa melodia ondivaga però cambia rapidamente pelle a ogni accordo, fluendo su un mieloso tappeto di percussioni e cori sussurranti. Poi la melodia si ripete in terzine, scandite dai rintocchi di clavicembalo splendente e la sua struttura ritmica si fa sempre più incalzante, fino a evaporare in una manciata di note inconcludenti.
Le atmosfere liquide di In a Circuit fanno da tela al bit crusher mentre dipinge graffianti spigoli polidimensionali. Il basso del Moog rimesta nel fondo armonico con brevi tocchi minimali che anche qui si aprono all’ennesima fuga barocca, suonata nella cappella di una chiesa innalzata con Minecraft.
Geese in V sembra volerci terrorizzare preannunciando l’arrivo di un Bowser a guardia del prossimo livello, ma si trasforma presto in una marcetta ironica e grottesca. La stessa metamorfosi a cui avevamo assistito in Photons, ma portata all’estremo. La melodia rimbalza fra trombe, celeste e pulsazioni sintetiche varie, mentre le percussioni disfunzionali lavorano alla sua definitiva scomposizione.
Il basso profondo del Moog ci porta nelle profondità sottomarine di Jellyfish and Friends. I rintocchi atmosferici degli accordi diventano la luce di uno scandaglio lontano che tenta di penetrare le tenebre fittissime di questo strano fondale. Poi un arpeggio luminoso – un tesoro in un forziere sommerso – porta un profondo senso di quiete e spiritualità che permane per tutta la traccia.
È giunto il momento per oltrepassare l’umano con Tide Pool 1. La musica di un’industria automatizzata dismessa. Macchine disperate che continuano a sussurrare, nel silenzio dell’eternità, una richiesta di aiuto tanto incomprensibile quanto affascinante. Quel mondo si scioglie fino a collassare in Tide Pool 2, dove la vita è rinata in un ecosistema inedito. Le nuove specie si scrutano a vicenda, completamente all’oscuro del passato di distruzione e lamiere che le ha generate. L’uomo può solo sbirciare, dall’ultimo posto del loggione del tempo, quel mondo nuovo di melodie e contrappunti ritmici completamente autosufficiente.
Critters è l’oscura processione ansimante degli spiriti digitali. Apparizioni di suoni al rallentatore squarciano il silenzio, scandite da un rullante così dilatato da diventare puro e ruvido rumore bianco. Non c’è moto né ritmo, solo sospensione, e un’attesa inquietante che dà l’idea di essere segretamente ascoltati.
Il motore dei corrieri cosmici torna ancora a ruggire in Early Motion, un sincero omaggio a qualche dozzina di oscuri gruppi musicali tedeschi dei primi anni ’70. Quegli esploratori coraggiosi dello spazio sonoro interdimensionale vengono evocati intorno al fuoco cerimoniale della psichedelia elettronica.
È ancora una sottile forma di misticismo cosmico quello che innerva Fronds. I suoi filtri risonanti, mossi da inviluppi lentissimi, somigliano a tanti didgeridoo persi nello spazio multiforme di una foresta pluviale notturna. Arriva anche il frinire delle cicale, a impreziosire il dusk chorus di questo pianeta sconosciuto.
Scattered Clouds è una soglia, che una volta oltrepassata, ci getta in una strana forma di nostalgia aliena. Tornano i preziosi pizzicati dei sintetizzatori digitali, che qui danno vita a una nevrotica sinfonia per archi e arpa.
È tempo dei saluti, e così Wandering ci mostra sommessamente l’uscita del wormhole e ci invita a tornare presto per un nuovo giro. Titoli di coda che scorrono in una lingua incomprensibile ma che, dopo 45 minuti di immersione in questo spazio sonoro alieno, ci appaiono familiari. Ultimi rintocchi celestiali. Fine.
La tecnologia non è mai cattiva di per sé, è l’uso che se ne fa a connotarla. In un tempo oppresso dalle macchine digitali, Tide Pools di Pulse Emitter appare come un messaggio di speranza, la proposta di una nuova alleanza sonora. Possiamo dialogare con la macchina, ma solo se non ci confondiamo con lei, se rimaniamo presenti nella chiara coscienza dell’atto artistico, nella sua intenzione profondamente umana. Se questo non succede rischiamo di confondere soggetto e strumento, lasciare creare la macchina e farci suoi semplici esecutori. Nella sala giochi, come nello studio di registrazione. Riparare una macchina, suonare una macchina è un processo di conoscenza e di cura che presuppone il riconoscimento di una profonda differenza ontologica; l’organico e l’inorganico devono collaborare per costruire un dialogo. L’uomo allora guarderà alla macchina e così potrà riconoscersi nella sua diversità.


Una risposta a “Un safari nei diorami iridescenti, recensione di Tide Pools di Pulse Emitter”
Ho ascoltato l’album mentre leggevo l’articolo. Non avevo mai ascoltato nulla del genere (sono un totale ignorante) e inizialmente mi ha spaventato.
Poi grazie all’introduzione di questo articolo ho capito di cosa si stesse parlando. Non solo ho situato la musica in un contesto per me riconoscibile, ma mi è anche salita la malinconia che questi suoni ormai lontani nel tempo (seppur prodotti oggi) sono in grado di evocare.
Parlano di un mondo ormai lontano, che come si dice in conclusione, aiutano a separare l’uomo dalla macchina.
Penso che questa chiave di lettura possa essere molto valida per il buio futuro che ci aspetta.