La prima volta che ho ascoltato David Bowie è stata il giorno in cui è morto. Succede a molte persone con molti artisti, a me è capitato grazie alla mia professoressa di italiano del liceo. È entrata in classe, ha acceso la LIM e abbiamo ascoltato Blackstar – l’intero album – pubblicato l’8 gennaio 2016, il giorno del sessantanovesimo compleanno di Bowie, nonché due giorni prima della sua morte. In Blackstar Bowie mette in scena la sua morte e noi assistiamo alla sua messa in scena, questa era la sintesi della lezione. La messa in scena è il centro di tutta la produzione artistica del cantante. Bowie in Blackstar ha ucciso sé stesso come artista, allo stesso modo in cui aveva ucciso, quando lo riteneva opportuno, tutti i personaggi che aveva incarnato nel corso della sua carriera.

Devo fare una precisazione: quella non era la prima volta che ho ascoltato una canzone di David Bowie, ma è stata la prima volta in cui ho associato un suo pezzo a lui. Quando sono andato a casa e ho cercato su YouTube il suo nome ho scoperto che era lui ad aver scritto quella canzone che faceva there’s a starman waiting in the sky ed era sempre lui che aveva scritto ground control to Major Tom che i miei amici cantavano soltanto nella versione italiana. Ho persino scoperto, grazie a YouTube, che lui aveva scritto Under Pressure dei Queen. David Bowie ha pubblicato 10 album soltanto nel periodo tra la mia nascita e quel giorno del 2016, nonostante questo mi considero suo postumo. 

Non sono un fan di Bowie né è stato un riferimento particolarmente importante per la mia formazione, ma la lettura del saggio recente di Massimo Palma Desiderare Bowie, edito da nottetempo, ha aperto in me delle riflessioni e delle domande. Queste, ammetto,  sovrainterpretano probabilmente il testo e colgono elementi che, forse, vanno anche oltre le intenzioni dello stesso autore. Lo scopo di questo pezzo, quindi, è condividere i ragionamenti nati a partire da quel saggio, più che recensirlo. 

Desiderare Bowie tiene insieme varie modalità di scrittura, che Palma sintetizza benissimo. Non si può dire che sia una biografia, anche se contiene parti di racconto biografico della vita del cantante molto accurate; non si può dire che sia un testo sulla musica, perché Palma non scrive con il tono né con il rigore del musicologo, anzi piuttosto lo fa con l’atteggiamento del “semplice” ascoltatore esperto, che può permettersi anche di dare giudizi di gusto personale, eppure è un libro che permette al lettore di immedesimarsi nelle varie dimensioni musicali e nelle diverse sperimentazioni che hanno plasmato la carriera di Bowie. Non si può dire che sia un saggio di critica, anche se nella mia interpretazione è la forma a cui si avvicina di più: un libro che a partire dalla storia personale e artistica di una figura importante tematizza alcuni filoni della sua produzione, e come in tutti i libri di critica ben scritti la forza principale dell’argomentazione sta nel tirare fuori questioni che riverberano anche oltre il testo. 

In ciascun capitolo del libro Palma attraversa un diverso elemento chiave della produzione di Bowie: il rapporto con il mondo queer, l’immaginario spaziale e siderale, il suo essere migrante, le sue attitudini teatrali, i lati più pulp e crudi, le droghe, il coinvolgimento delle masse e l’ossessione mediatica, la morte. In parte i capitoli sono disposti in modo da ricostruire in modo cronologico la sua carriera, altre volte Palma deroga a questo principio ordinatore per attraversare in modo trasversale le questioni che lo interessano. 

Massimo Palma scrive di musica con lo sguardo del sociologo, facendo attenzione ai movimenti sotterranei che anticipano, accompagnano e seguono la produzione di un artista. Nel saggio del 2021 Happy Diaz (Castelvecchi), ad esempio, Palma metteva in parallelo la settimana di manifestazioni del Genova Social Forum del 2001 e la musica che aveva formato quella generazione di manifestanti – la sua. Qui sintetizza questi due binari in un’unica figura: David Bowie compositore, produttore e cantante; David Bowie riflesso del suo tempo. 

È questo che fa Bowie nel racconto del libro: riflette la realtà. Nel rifletterla può anche nascondersi, non mostrare mai il vero sé, sottrarsi allo sguardo di tutti essendo sempre in bella vista dietro una maschera differente. Di Bowie possiamo ricostruire l’infanzia difficile, il legame con il fratello e con i genitori, le dipendenze, la carriera fatta di grandissimi successi e operazioni musicali e artistiche incomprensibili e stranianti, ma tutto questo si può fare soltanto con lo sguardo dell’osservatore postumo, che è anche quello di Palma. Come scrive lui stesso in apertura, «desiderato e mai posseduto, David Bowie è inconoscibile. Anche se lo abbiamo visto ovunque come immagine e come prodotto, anche se i suoi brani viaggiano da decenni insieme a noi». Visto da qui, Bowie possiede quello che nel linguaggio dei meme si chiama “aura”. 

Il titolo del libro gioca con l’etimologia del verbo “desiderare”, di cui online si trovano moltissime spiegazioni e interpretazioni diverse e di cui non sono certo di fornire qui quella corretta. Quasi certamente la parola ha a che fare con le stelle (sidus, sideris) ed è probabile che sia un verbo originato dal campo semantico astrologico: “cessare di osservare gli astri” e in seguito “sentire la mancanza di qualcosa, rimpiangere”. Perché Bowie si desidera? Chi siamo noi che lo desideriamo? 

Come accennavamo prima, in vita Bowie ha incarnato molte maschere differenti: Halloween Jack, Aladdin Sane, Ziggy Stardust, l’Esile Duca Bianco, Button Eyes. Ognuna di queste persone ha rappresentato un sentimento, una pulsione verso qualcosa, un tentativo di interpretare la realtà e scavare nelle sue pulsioni. Queste identificazioni hanno assunto anche toni decisamente cupi: The Thin White Duke, il più eclatante, era il cosplayer di un nazista che faceva il saluto romano e sosteneva che Adolf Hitler fosse la prima vera rock star e che le rock star sono fasciste; Major Tom è un astronauta che nel corso degli anni vediamo trasformarsi in un tossicodipendente e poi in uno scheletro; Aladdin Sane è a-lad-insane, un giovane pazzo. Di Bowie il pubblico ha sempre desiderato le pulsioni, più che la persona, e Bowie dal canto suo è andato costantemente alla ricerca di sguardi su di sé. La produzione del cantante è ipertrofica e in costante movimento, al limite della schizofrenia. 

Contrariamente alle logiche della fama contemporanea, in cui siamo ossessionati dall’autenticità, dall’incontro privato, dal retroscena e dalla verità sancita anche a costo di fantasiose ricostruzioni, le metamorfosi di Bowie si oppongono a ogni principio moderno di identificazione con la persona. Se Bowie andasse in giro vestito da Duca Bianco oggi, dovremmo probabilmente sorbirci un articolo di debunking delle sue dichiarazioni scritto da David Puente su Open. Ancora di più, se i personaggi di Bowie comparissero sul nostro schermo come reel, faremmo fatica a dire se siano reali o deepfake generati da ambienti cospirazionisti immersi in una qualche forma di guerra cognitiva. Anche perché era lo stesso Bowie a dissociarsi da quello che dicevano i suoi personaggi, a definire certe azioni «opere di una persona completamente diversa». In virtù delle sue estetiche, molti associavano Bowie ai movimenti queer e LGBT, eppure era un uomo etero cisgender che ha sposato due donne e avuto due figli. Non è qui però che voglio arrivare, ma voglio rimanere sulla forza d’attrazione che Bowie ha esercitato e su cui si concentra il libro.

Palma scrive: «Ogni sguardo, da Ziggy al Duca Bianco, è stato di chi voleva dominare evocando un potenziale inerte, inquietante e davvero poco governabile: un’energia di fascinazione che si nutre di una storia a cornice e di parole a caso, scortata da una melodia per forza di cose semplice, anche se sempre variata. Bowie come personaggio agevola un processo di conoscenza di qualcosa di elementare che riguarda lui come tutti, da cui si lascia trasportare anche se impaurito».

Mi chiedo: se è esistito un tempo in cui si poteva evocare e governare un potenziale inerte, che possibilità abbiamo come soggetti desideranti oggi? La storia ci permette di lasciarci trasportare dalle nostre pulsioni? Le nostre condizioni materiali ci permettono di opporci alle pulsioni del mondo? 

Fra gli altri, mi sembra che il saggio di Palma abbia il merito di mostrare la distanza non tra noi e Bowie, ma tra noi e la possibilità di incarnare i nostri desideri. Non siamo soltanto postumi di Bowie, ma siamo postumi del desiderio come forma liberatrice e creativa. Tra molte contraddizioni, Bowie aveva la possibilità di incarnare persino le paure collettive (forse perché si sentiva a distanza di sicurezza dal fascismo e perché la corsa allo spazio non era in mano a un solo miliardario, non so), noi siamo al punto da doverle combattere senza troppi filosofemi. 

Scrive Palma: «David Bowie è stato abile a vivere nelle sabbie mobili tra sé e la massa, tra la distanza e l’unione utopica a venire, a nominarle e a metterle in scena, ad adattarsi alla perdita di controllo scandendola sempre con il suo nome». Ancora: «Bowie è stato questo: una potente forza d’attrazione depositata in un corpo poco umano, e mai animale. Ed è stato attraente nonostante fosse cosa da contemplare, esposta allo sguardo e alla prezzatura […]. Di Bowie abbiamo desiderato questo suo essere cosa, cosa che cambia abito di continuo, il suo desiderio di esserlo».

A osservare Bowie da qui potremmo definirlo, come fa Massimo Palma, uno che sta dentro la sua epoca e allo stesso tempo la accelera. Accelerare il presente oggi significherebbe in maniera inevitabile lanciare l’umanità verso guerre mondiali, genocidi e pandemie. Che personaggio incarnerebbe oggi Bowie? Potrebbe essere un burocrate di un ufficio dell’intelligence o un dipendente da Fentanyl. Per incarnare il desiderio è necessario vivere in un mondo desiderabile e in cui il desiderio si può governare. Sia chiaro, la mia non è una riflessione nostalgica verso un passato ideale in cui eravamo genericamente più liberi e sereni. Tuttavia, è necessario evidenziare come il processo di identificazione con il presente, la possibilità di incarnarlo, passa sia dalla disponibilità ad accoglierlo dentro di sé sia dalla possibilità materiale, intendo economica e giuridica, a contrastarlo. Ho letto Desiderare Bowie mentre in televisione passavano le prime notizie delle operazioni dell’ICE, scrivo questo articolo mentre il governo rilancia i decreti sicurezza. Il parallelismo tra la libertà generatrice di Bowie e l’immobilismo forzato del presente è straniante. Il cielo è senza stelle.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *