Dopotutto il senso delle cose riposa sempre nelle parole che di quelle stesse cose sono, paradossalmente, le assassine. Il linguaggio è una mattanza e per questo Rainer Maria Rilke era terrorizzato dalla “parola degli uomini”, capace di toccare le cose solo per renderle “rigide e mute”, strozzandone il canto vitale. È esattamente questo che accade quando tentiamo di maneggiare i concetti del “Rinascimento psichedelico”. 

Per l’osservatore ingenuo, questa formula definisce una nobile riscoperta scientifica e terapeutica delle sostanze psicotrope che ha riportato in ambito clinico l’effervescenza psichedelica degli anni ’50 e ’60. Un trend iniziato nel 2006, quando a Basilea venne organizzato il Simposio Mondiale sull’LSD per il centenario di Albert Hofmann (scopritore della sostanza) e, più avanti, venne concessa allo psichiatra svizzero Peter Gasser l’autorizzazione alla sperimentazione dell’MDMA e dell’LSD sugli esseri umani. 

Tuttavia, la parola “Rinascimento” tradisce la rievocazione spettrale dell’intera operazione: il tentativo di rianimare un cadavere per inserirlo in una cornice di senso nuova e rassicurante. Gli dei del rinascimento erano altra questione rispetto ai loro modelli classici, rispondevano a delle esigenze sociali e politiche differenti ma soprattutto erano artifici, finzioni libresche che furono presto usate per edificare le cornici culturali del dominio sull’altro. Sostanze come psilocibina, LSD e MDMA vengono riportate nel presente come meri agenti terapeutici. Sono diventate dei “veleni” somministrati in dosi che non devono più uccidere l’io o abbattere il sistema, ma semplicemente ripararli. Quali sono le motivazioni profonde che hanno riportato tra noi le divinità libertine del lungo ‘68?

Prova a rispondere Carlo Mazza Galanti con K-Hole. Come la ketamina ha inventato il futuro (NERO, 2026), un mosaico di deliri ordinati composto da una congerie di sessantaquattro stazioni di una via crucis biochimica. Il testo è isometrico rispetto al suo argomento, la ketamina, motivo per cui era forse inevitabile creare un dispersivo labirinto ipertestuale. Il libro è stato strutturato come un itinerario a spirale dove ogni paragrafo occhieggia al successivo o al remoto attraverso un cerimoniale di rimandi interni. Il lettore può scegliere di percorrere il libro in maniera lineare, oppure viaggiare attraverso i capitoli attraverso dei link infratestuali racchiusi da parentesi quadre.

Questa struttura rende K-hole una sorta di storia formicaio, dove ciò che si vede in superficie è solo una minima parte della complessità in gioco. Si parla di ketamina ma in realtà di tutto il resto, in una sorta di pandemonio storico dove il cyberpunk si lega al buddhismo, lo gnosticismo cristiano al transumanesimo e la medicina al design bio-computazionale del corpo. 

Il libro elegge la ketamina come vettore principale del discorso sugli psichedelici perché la sostanza occupa una posizione d’avanguardia nel mercato, o pantheon, della coscienza. È infatti l’unico psichedelico ad aver già compiuto interamente il processo di ‘medicalizzazione dello spettro’. Sintetizzata nel 1962 come derivato della fenciclidina (PCP), la “special K” «agisce interrompendo la trasmissione dei segnali sensoriali tra il sistema limbico e la corteccia cerebrale». 

Quello che il senso comune ha a lungo ridotto ad anestetico per cavalli è oggi un farmaco a pieno titolo che trascina con sé tutta l’ambiguità del termine greco pharmakon (φάρμακον). Il pharmakon è il rimedio che avvelena quanto basta per poter guarire, la sua efficacia risiede proprio nella sua pericolosità attentamente calibrata. Consapevole di questa insidia, K-hole manifesta una posizione anti-psichedelica che problematizza la mercantilizzazione terapeutica delle sostanze psicotrope, ponendo l’accento sui numerosi rischi legati alla riduzione di una sostanza trasformativa in un prodotto di consumo sanitario di massa. La comprensione di questa criticità passa per la ricostruzione storica della diffusione della ketamina, da cui emerge un passato oscuro come strumento in mano ai governi per torturare e interrogare militanti politici e sottomettere la volontà dei prigionieri. Ma l’ingresso della della ketamina nel mercato medico porterà a una liberazione crescente del genere umano o al contrario ad un maggior asservimento?

Sotto questo aspetto, il libro riflette la postura di Erik Davis nel suo Techgnosis. Miti, Magia e Misticismo nell’era dell’informazione (NERO, 2024), una vertiginosa cavalcata che conduceva il lettore dallo spiritismo alla controcultura tecno-entusiasta fino alla distopia della società della sorveglianza. Analogamente, Mazza Galanti costringe il lettore ad accettare la presenza di tinte scure e minacciose sui fregi del Rinascimento psichedelico, che si intrecciano a quelle analizzate da Davis e che fanno sì che K-Hole tocchi il nervo scoperto della tarda modernità: quella gnosi elettronica che vede il corpo come una prigione biologica e la tecnologia, o la chimica, come la chiave per l’evasione. 

Il libro delinea la genealogia intellettuale e culturale comune che unisce internet e la ketamina. I guru della dissociazione ketaminica e i fondatori della cultura digitale bevevano alle stesse fonti e vivevano spesso negli stessi ambienti. È però difficile togliersi dalla testa una curiosa specularità tra il digitale e le descrizioni dei trip report del libro. Secondo McLuhan internet è l’estroflessione tecnologica del sistema nervoso centrale: K-hole sembra suggerire che la ketamina ne rappresenta il corrispettivo farmacologico. Una “disconnessione di sistema” dalla realtà fisica che permette la navigazione pura nel Mondo Sottile. 

In questa geografia dell’invisibile, l’America, dall’Amazzonia al Messico, fino alla California, diventa un continente-server: la terra sacra dove i nuovi sacerdoti della disincarnazione hanno edificato le cattedrali di silicio e i riti molecolari che definiscono la fisionomia del nostro tempo. L’uso sacro delle sostanze ha agito come protocollo di rete ante-litteram, mappando le coordinate di quel vuoto pneumatico che chiamiamo Internet, trasformando l’esperienza psichedelica nel codice sorgente della nostra attuale realtà virtuale.

Tra i ministri del culto K troviamo figure estreme come lo psichiatra messicano Salvador Roquet, sorta di Salomone del bad trip, inventore della psicosintesi, metodologia radicale che ibridava la psicologia occidentale con il sapere sciamanico dei curanderos della Sierra Mazateca e del deserto. Roquet impiegava la ketamina come un martello per spezzare le ultime resistenze dell’io. Accanto a lui, la scrittrice statunitense Marcia Moore, che scomparve nel nulla dopo essersi smarrita ripetutamente nel “mondo luminoso”, il K-Hole. Un mondo di sogno dove «l’apparenza si presenta come Realtà, ed è la realtà ordinaria… a decadere allo stato di finzione o di simulazione». In quel buco, come riportato dalle testimonianze nel libro, «le ultime scorze dell’io» vengono «strappate» dalla presa dell’utilizzatore, «frantumate e scartate come pula ridotta in polvere».

Nulla a che vedere con le visioni colorate dell’LSD o della psilocibina, perché se quest’ultime hanno proprietà allucinatorie che connettono con più forza il cervello agli stimoli esterni, la ketamina è invece un anestetico dissociativo, capace di garantire una fuoriuscita dal mondo percettivo dando luogo ad una vera e propria estasi, uno stato di apparente coscienza ma, in realtà, di totale disconnessione dall’ambiente. 

Fu proprio questa capacità della ketamina a far deviare la serietà accademica del più grande nume tutelare dello spazio-K: John C. Lilly. Neurofisiologo, psicoanalista e poi guru visionario della rivoluzione psichedelica, Lilly lesse in quel coma vigile la chiave per forzare le porte della realtà. Ossessionato dal problema cartesiano della mente, Lilly voleva verificare se il cervello, privato di ogni stimolo esterno, continuasse a funzionare o semplicemente si spegnesse. Per lui, l’essere umano è un «biocomputer, il suo cervello un hardware su cui sono installati diversi programmi e metaprogrammi». 

Per dimostrarlo, Lilly trasformò delle vecchie vasche militari per il monitoraggio dei sub in vasche di deprivazione sensoriale, veri e propri templi della coscienza disincarnata. Riempite di acqua e solfato di magnesio a temperatura cutanea, quelle vasche riuscivano a scollegare il cervello dal corpo con la stessa potenza della ketamina, generando uno stato allucinatorio più reale della veglia ordinaria. Ci volle poco prima di associare all’immersione nella vasca un dosaggio di quella che Lilly chiamava “vitamina K”. Fu nelle profondità dell’utero artificiale che lo scienziato edificò il suo sistema cosmico-metafisico: ECCO (Earth Coincidence Control Office), una regia superiore che protegge la vita organica sul pianeta e la guida attraverso coincidenze sincronistiche. In particolare, egli si vedeva come agente nella lotta tra i sistemi Water-based (organici, fluidi, vivi) e l’aggressione dei sistemi Solid-state (le macchine, l’intelligenza artificiale nascente, il freddo regno dell’inorganico).

Attraverso la disamina delle ricerche di John Lilly – la cui parabola, che sconfina nel delirio psicotico, è appassionatamente ricostruita da Matteo de Giuli nella newsletter Medusa – Mazza Galanti svela la zona d’ombra dove gli stati alterati di coscienza incontrano la patologia psichiatrica. Basti pensare agli esperimenti di comunicazione interspecie con i delfini, concepiti da Lilly come addestramento per futuri incontri alieni, e tragicamente naufragati tra accuse di maltrattamento animale e zoofilia.

Le eccentricità di Lilly non sono che alcune delle svariate vette di schizofrenia artificiale offerte dalla ketamina. K-hole impiatta una fenomenologia sensoriale estrema: dalla distorsione dello schema corporeo alle sensazioni galleggiamento, sino a quel peculiare scivolamento psichico che porta la coscienza a identificarsi con l’inerte, come un cuscino o un asciugamano bagnato. Agendo come una sorta di ‘contro-allucinazione’, la molecola rimappa la topografia cerebrale, rivelandosi risolutiva persino nel resettare il bug cognitivo dell’arto fantasma. La ketamina dà luogo ad una socialità distorta e sotterranea: i soggetti – spesso in una sorta di sincronia gruppale – sperimentano brandelli di telepatia, la sensazione di abitare una mente alveare o derive di glossolalia. In questa fase, il collasso dell’automonitoraggio porta a percepire i propri pensieri come voci aliene e, seguendo l’ossessione di Lilly, a scivolare oltre il confine di specie, illudendosi di abitare lo sguardo e il sentire del mondo animale.

Tuttavia, è nel precipizio del K-hole che la sostanza lambisce i territori della schizofrenia e dei suoi peculiari stati catatonici. L’out-of-body experience corrisponde sul piano materiale a una cinesi robotica (il cosiddetto effetto wonky) che, via via, porta ad una zombificazione, uno stato di predisposizione alla docilità e alla totale resa al mondo esterno. L’esplorazione liberatoria della controcultura e l’uso governativo della psichedelia come tecnologia di controllo non sono due fronti opposti, ma stadi differenti di uno spettro che definisce la ketamina stessa, farmaco liberatore della mente e catena del corpo. 

Le teorie di Lilly, che percepiva se stesso come un «minuscolo programma nel gigantesco computer cosmico», sembrano un parto schizofrenico di luoghi comuni new-age, ma erano nei fatti un’anticipazione della nostra attuale sottomissione agli algoritmi e quindi agli uomini che li controllano.

In questa cornice, la ketamina smette di essere solo una sostanza e si trasforma in un paradosso ontologico: è simultaneamente la “pillola rossa” e la “pillola azzurra” che Morpheus offre a Neo in Matrix. È, al contempo, lo strumento per svelare la finzione del mondo e il mezzo definitivo per rimanerci intrappolati, ridotti a puro dato processabile.

La molecola sintetizzata nel ’62 non era soltanto un composto chimico, ma una forma di schizofrenia artificiale, una psicosi sintetica distillata in laboratorio. Fu questo a stregare lo sguardo dei medici: la possibilità di osservare, in un ambiente protetto e sotto una luce fredda, il naufragio della ragione. Tuttavia, sotto la superficie della clinica, si celava un’ambizione più oscura e ancestrale. Estrarre il segreto dell’alterazione della coscienza significava scassinare il tabernacolo della volontà, per piegarla. In questo laboratorio metafisico, l’uomo non è che un guscio, uno zombie eterodiretto. Dopo la lettura di K-hole non si può non guardare alla ketamina come al “sistema operativo” interno che ha permesso alla mente di interfacciarsi con il linguaggio puro della macchina. Entrambi promettono la libertà di viaggiare ovunque senza muoversi ed entrambi finiscono per essere strumenti di controllo profondo.

Chi ha sperimentato la ketamina descrive spesso la sensazione di essere “processato” da macchinari cosmici, di scivolare lungo nastri trasportatori di pura informazione o di abitare griglie prospettiche infinite. La ketamina ci disincarna per portarci in un regno dove l’io svanisce per ipertrofia, lasciandoci alla mercé di una volontà architettonica estranea, che diventerà presto reale e concretissima, prendendo il nome di Internet, che a sua volta ci disincarna per renderci dati profilabili. La cultura della Silicon Valley negli anni ‘90 era intrisa di queste visioni e pensatori come Lilly credevano seriamente che esistesse una Solid State Intelligence, un’intelligenza allo stato solido, i computer, pronta a prendere il controllo dell’evoluzione umana e ridurre gli individui a semplici “Boat loader”, «programmi di caricamento biologico della superintelligenza digitale».

Questo intreccio di visioni paranoiche è alla base della radice gnostica del nostro tempo. Lo gnosticismo antico predicava che il mondo materiale fosse una prigione creata da un Demiurgo, un dio minore e malevolo, per intrappolare le scintille divine. Su Internet questa paranoia diventa certezza, quella che ogni nostra interazione sia monitorata da entità invisibili. Sotto effetto della ketamina la paranoia assumeva tinte “spirituali”; oggi però la sensazione di aver sbirciato dietro le quinte della realtà e aver scoperto che l’universo è un software non è più psicosi ma profezia e, da tempo, non è più fantascienza ma realismo. 

In K-hole non mancano le incursioni narrative e sperimentali, talvolta la voce dell’autore si eclissa per lasciare il campo a figure spettrali. Curioso che quest’ultime siano un Large Language Model e una donna. Nella tessera numero 48, intitolata “Alveari neurali”, Mazza Galanti lascia la pagina bianca a ChatGPT, che si lancia in un “lirismo mediocre” in prima persona plurale per descrivere la coscienza come un fenomeno distribuito e collettivo, a guisa di uno “sciame di insetti” o delle “reti fungine”, tesa fin dagli albori alla sua integrazione digitale all’interno di internet. 

È però “La versione di Swim” la sezione del libro che si innesta maggiormente nell’immaginario di chi legge. Swim è lo pseudonimo di una donna di circa quarant’anni, amica dello scrittore, che vive a Roma. Persona socialmente attiva e integrata, lavora come docente universitaria, pubblica articoli su diverse testate giornalistiche, siti e riviste. L’autore la considera una persona mentalmente sana, con un compagno e un figlio di cinque anni.  Prima di fare il suo incontro con la ketamina, Swim aveva provato LSD e funghi allucinogeni sotto la curiosità germinata con la lettura di Come cambiare la tua mente di Michael Pollan. Ma niente di quello che aveva trovato in letteratura era paragonabile all’esperienza che visse quando  un amico medico le somministrò dosi da 10 mg di ketamina per via intramuscolare in cinque diverse sessioni. Swim descrive l’esperienza del K-hole in termini profondamente nichilisti e inquietanti: il raggiungimento di una dimensione di “materia luminosa e fluida” dove ogni attaccamento alla vita ordinaria, compresi gli affetti per il figlio e il compagno, appariva come un’illusione o uno “spreco inutile”.  Dopo l’ultima sessione, Swim ha vissuto sei mesi di una grave angoscia che l’ha precipitata in una crisi esistenziale, motivata dalla certezza schiacciante dell’inanità del mondo vissuta durante il trip. La sua testimonianza è stata la scintilla che ha portato Mazza Galanti a scrivere il libro. 

Ciò che terrorizza Swim è la certezza, donatale dal K-Hole, che la morte non è la fine, la percezione continua in eterno fuori dal corpo. In una società tanatofobica come la nostra, la scoperta che la morte non è il vero orrore non può che avere conseguenze catastrofiche. Da qui la ragione per cui è vitale per le istituzioni tenere assolutamente serrate le porte della percezione e farlo attraverso il monopolio sui grimaldelli atti a violarle. Storicamente le istituzioni hanno esplorato gli psichedelici come strumenti di manipolazione mentale e guerra psicologica. Programmi come l’MKULTRA della CIA hanno utilizzato sostanze come LSD e il PCP per tentare il lavaggio del cervello o estorcere confessioni. Lo stesso psichiatra Salvador Roquet è accusato, come Lilly, di aver collaborato con i governi per interrogare giovani sovversivi sotto l’effetto di psichedelici, con l’obiettivo di “deprogrammarli” e renderli cittadini docili. Figure come Ewen Cameron hanno utilizzato elettroshock e droghe per annichilire la volontà dei pazienti e “riprogrammarli” secondo logiche di efficienza simili a quelle delle macchine.

L’attuale istituzionalizzazione delle ketamina come farmaco approvato (l’esketamina) rimane un processo che avvantaggia chi può permettersi gli alti costi dei trattamenti nelle cliniche private. Ma è comunque vero che la pressione del mercato ha portato a criteri diagnostici meno restrittivi per la “depressione resistente”, aumentando il rischio di somministrazioni non necessarie per espandere il bacino di utenza delle case farmaceutiche. Il problema è che le istituzioni e il mercato utilizzano la ketamina per trattare depressione e ansia derivanti da una società patogena, neutralizzando così il potenziale critico e politico del malessere. Ne è prova la ricerca sugli psichedelici senza trip, come l’Msd-001, il “tofu psichedelico”, che mirano a conservare i benefici biochimici eliminando l’esperienza soggettiva del viaggio. Non serve un grande sforzo per comprendere come questi processi trasformino la sostanza in una pillola passiva, che si adegua perfettamente al modello psichiatrico tradizionale, evitando qualsiasi reale trasformazione della coscienza. K-hole rivela le fattezze dittatoriali dell’istituzionalizzazione degli psichedelici, trasformati in presidi di adattamento fisiologico a una realtà sempre più asfittica e controllata, il delirio della egemonia geek, quella di miliardari come Peter Thiel, fondatore di Palantir e leader nel settore del data mining e nella sorveglianza di massa, tra i maggiori investitori proprio nel settore delle cliniche di ketamina. 

L’antropologo Giorgio Samorini racconta che i Piaroa del Venezuela credono che la realtà sia il trip ininterrotto di una divinità che consuma piante visionarie per creare il mondo. Se i Piaroa hanno ragione, abbiamo decifrato il codice dell’Impero contemporaneo. La “medicina psichedelica” dei signori del silicio non serve a guarire l’anima, ma a garantire che la visione non si interrompa mai, impedendo al mondo di svanire sotto il peso della sua insostenibilità. La ketamina è la molecola perfetta per questo interregno. È la realizzazione biochimica del non-luogo. 

Il lettore di Mazza Galanti dovrà scegliere che sguardo assumere sulla K. Sarà lui a decidere se restare nell’ambiguità in cui il “macabro charme anestetico” della Special K è al tempo stesso “segno del nichilismo dei tempi che corrono” o “della loro vocazione spirituale”. Oppure, sciogliendo l’ambivalenza con cui si chiude il libro, il lettore può realizzare che non c’è nulla di sovversivo nel trasformare l’angoscia politica in un deficit chimico da colmare con un’inalazione o con un’iniezione controllata. Si resta con l’impressione inquietante che la “deprogrammazione” che un tempo apparteneva alle celle degli interrogatori sia stata semplicemente ribattezzata “ottimizzazione del sé”. Diventa così più urgente rivendicare il diritto alla fine del segnale, perché se la realtà esiste finché gli dei consumano, allora è tempo di imporre il digiuno.

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