È una mareggiata, Tichico Cochiti, una risacca che rotola avanti e indietro, perpetua e cantilenante. Un susseguirsi di onde che non cancellano il proprio tracciato, ma lo iscrivono nelle pagine, lo ricalcano per riflettere sul segno e poi vi si abbattono, depositando nuovo limo.
L’opera di Mariana Branca (Wojtek, 2026) segue il viaggio fisico e metafisico del protagonista in un moto ondulatorio tra passato e presente, di cui lascia traccia grafica all’inizio di ciascun capitolo attraverso delle linee che richiamano un elettrocardiogramma, ma anche un itinerario in corso.
Tichico è un uomo che ha deciso di partire, d’incamminarsi in un lungo viaggio verso il proprio paese d’origine, lasciando indietro famiglia, lavoro e ogni certezza. Compie un viaggio al tempo stesso a ritroso e in avanti, esplorazione delle sue più intime convinzioni, messa in discussione dell’intero sistema-mondo in cui vive: riflette su condizioni di lavoro, amore, vita borghese, natura, religione, filosofia.
Tichico è il protagonista perfetto per questo romanzo metamorfico. Contiene nel suo nome l’apertura al cambiamento, la predestinazione a trasformarsi.
A metà tra il mistico e il terreno, i genitori hanno scelto di dedicargli il nome del santo con cui condivide il compleanno, il 29 aprile.
«San Tichico, santo minore, in greco Tychikòs, “fortunato”, nato a Efeso nel I secolo, personaggio del Nuovo Testamento […] permise a Paolo di svolgere la sua importante opera, consegnando, Tichico, delle lettere da parte di Paolo ai santi Efesini.»
L’uomo che porta su di sé il peso del nome di un santo, che avrebbe supportato l’opera di Paolo, ha ora il compito di trasfigurarsi e farsi portatore di un ulteriore messaggio: riflettere sulla realtà, rivelarla nella sua bellezza e contraddizione.
Ma anche il suono, il significante, del nome ha un potere trasformativo sul personaggio: suo padre lo chiama con un anagramma, Cochiti, che – ci informa Branca – non significa la stessa cosa di Tichico.
«Pensi al tuo nome, Cochiti, tuo padre ti chiamava Cochiti non Tichico, Cochiti che non è la stessa cosa di Tichico, il senso il suono cambia, come il tuo viaggio per esempio, oggi che è il ventinove aprile, oggi che parti per lasciare questa città gremita questa città ordinata segnata dai filari di alberi balconi lampioni tutti uguali, per abbandonare questa grande casa.»
Se Cochiti non è la stessa cosa di Tichico, alla fine del libro Tichico non è più lo stesso che incontriamo all’inizio; è un’altra persona, trasfigurata dalla presa di coscienza di sé stesso e dell’universo che lo circonda.
Dunque, in questa corrente di riflusso, cambia il suono – Tichico, Cochiti – cambiano la forma e il pensiero. Non a caso il suono è tratto distintivo della lingua scelta dall’autrice: la musicalità del testo, realizzata anche attraverso una tecnica di accumulazione, si adatta alla sua struttura liquida, penetrandovi, avvolgendola e uniformandola.
Tra le pagine si susseguono, infatti, tre punti di vista diversi: quello del protagonista, che racconta parti della propria storia in prima persona; una voce esterna, che si rivolge a Tichico come se lo vedesse o conoscesse da vicino, seguendone il percorso di formazione. Il terzo cardine della struttura è rappresentato dai dialoghi.
Dopo la mareggiata, Branca trova depositate sulla spiaggia le parole di vari personaggi, reali e fittizi, le raccoglie e le rimpasta, costruendo nuove impalcature, castelli immaginari in cui il protagonista può confrontarsi a tu per tu con Paolo Volponi, Henry Miller, Sant’Agostino, Bettino Craxi e molti altri, lasciandosi ispirare e risvegliare dalla propria condizione di dormiente.
«Tichico: Gli scarafaggi, il vuoto… ma di che parli? Io la mattina mi sveglio e faccio le cose che vanno fatte, e il tempo passa, e le stagioni, e i mesi e gli anni.
Henry Miller: Oh, Tichico mio! Quanto distante è il tuo cuore dal cuore del mondo! Quanta pena mi fa la tua anima spenta: tu non hai occhi e non hai denti. […] Ti’, apri gli occhi e mordi.»
Nella sua vita Tichico ha sempre e solo lavorato. Di umili origini, ha svolto diverse professioni e conosciuto, come Volponi, l’annientamento del lavoro in fabbrica. Il suo passato è segnato dall’abbandono paterno, un’assenza permanente che gli ha insegnato, una volta diventato adulto, a fornire alla propria famiglia i beni di cui necessita e a lavorare senza sosta.
Automa e vittima di una routine che non gli lascia neppure il tempo per pensare, non ha mai riflettuto sulla propria esistenza, sulle regole che reggono il mondo, né tantomeno si è interrogato sulla politica e sui rapporti di potere che gli giravano intorno. Il lavoro lo ossessiona, non gli permette di guardare in volto chi ha vicino; l’operaio accanto a sé è ridotto a un paio delle seimila mani che compongono la lunga catena. A Tichico non viene in mente di chiedersi quale sia il nome, la storia, la provenienza di quelle mani, come si sentano i propri compagni, se anche loro sono consumati dalla fatica, se hanno una famiglia vicina o lontana da sfamare. D’altronde, non è in grado di distinguere neppure in sé altro dal lavoratore-automa che giorno dopo giorno, con le sue mani, quegli arti indispensabili e preziosi, lavora il ferro negli stabilimenti di un’azienda tedesca, fino a farsi corrodere i bronchi dalle esalazioni tossiche, responsabili di varie patologie.
Tichico ragiona come se facesse parte di una grande macchina, quasi fosse stato assimilato dal macchinario e ne costituisse ormai un ingranaggio essenziale.
Non c’è una vita fuori dal mondo-fabbrica, né ne esiste una interiore.
In questo i dialoghi sono essenziali, perché svolgono una funzione maieutica e portano alla luce il sommerso che invece il protagonista ha depositato dentro di sé, aprendogli gli occhi sulla realtà.
Il lettore viene accompagnato da Branca negli scambi tra Tichico e i vari personaggi, l’autrice usa citazioni, tratte da opere reali, cardini dei ragionamenti svolti su carta. Con loro Tichico si confronta, si scontra, si lascia ispirare dalle intuizioni che hanno avuto, arrivando a vedere sia il marciume che il bello nel mondo. Parlando con Volponi delle rispettive esperienze in fabbrica, Tichico racconta di sentirsi la testa svuotata, di non sapere come impiegare il proprio tempo libero, in sostanza di vivere per il proprio lavoro, lasciandosi vampirizzare. Lo scrittore, al contrario, gli racconta della necessità che aveva di riempire la testa per allontanare il rumore della fabbrica e condivide con lui le filastrocche che ha composto. Per Tichico è un passo ulteriore verso la propria liberazione: dall’ignoranza, dal lavoro che lo annienta, dalle convenzioni.
Nuovo Benjamin Button, Tichico compie una formazione in età avanzata e a ritroso; torna a riflettere sul proprio passato e intanto scopre la natura che lo circonda. La più potente forza di trasmutazione è infatti quella agita da piante, funghi, steli d’erba, con cui si avvia un dialogo fondamentale.
Malerba, Verbasco, Vilucchio, Capsella, Amaranto vengono tutti personificati e compatiscono il protagonista, sentendolo al tempo stesso vicino.
Nella natura c’è identità, assimilazione, conforto. È un paesaggio terzo, quello di cui fanno parte le erbacce e Tichico, mescolati, dimenticati da tutti.
Il libro di Branca esprime il rifiuto di una vita automatica, imposta dall’esterno, e spinge l’individuo verso una ricerca più profonda, ma soprattutto autentica, del proprio essere. Questo viaggio, a metà tra il fisico e il metafisico, partendo dalla vita adulta e procedendo a ritroso verso un’infanzia da riscoprire, non può essere indolore. Lo dimostra il protagonista stesso, che rinuncia a tutto pur di intraprenderlo.
Errante solitario, missionario e penitente, Tichico viene assimilato a uno scarto infruttuoso della vita, ma destinato – come ogni spazio incolto – anche a propagarsi rigoglioso, a evolversi in autonomia, conservando gelosamente la propria inutilità, fuori dall’attenzione del mondo.


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