Orco Rubio: Insomma, sono passati quasi tre anni da quando questa nostra “rivistina” si è fatta largo tra le logiche dell’algoritmo di instagram. È tempo di bilanci? Non lo so, forse è prematuro. Ma vale la pena marcare alcune tappe. Abbiamo realizzato cartacei, siamo stati in giro per la provincia e le città italiane a fare presentazioni, conosciuto altre realtà con cui abbiamo portato avanti alcuni eventi, organizzato laboratori di scrittura, partecipato ai festival, mille casini per i famosi banchetti, viaggi in treno e in auto. Non si può dire che siamo rimasti dietro il computer. Credo però che ciò che davvero è accaduto in questa fase seminale è che siamo diventati una redazione. Io non ho idea di come fossero la redazione di Einaudi, o quella di minima&moralia, eppure mi sento di dire che dietro Stanca c’è una redazione, non di facciata. Volevo riagganciarmi al discorso funebre di Vittorio Ray, che qui (il tuffatore) canta la morte delle riviste online: oppresse dall’algoritmo, incapaci di offrire più vantaggi che svantaggi a chi scrive, pian piano le riviste sono diventate semplici aggregatori di scritti che non attraversano nemmeno una fase di editing. Oggi chi scrive, wannabe influencer come tutti gli utenti dei social media, lo fa su Substack, nulla di rivoluzionario, semplicemente la nuova frontiera post-blog, post-social network, post-rivista online. Moriremo tutti su Substack?

Orchessa Orchidea: Diffido sempre di più di chi è incapace di intavolare un discorso (che per me è una questione importantissima) senza ricorrere a un’ironia zuccherosa e tagliente da post instagram. Che è quella che ho letto nella newsletter che citi. Ieri ero in macchina con mio padre che ha costantemente Guccini nella radio e mi ha colpito questa frase di Via Paolo Fabbri 43 (bella canzone!) che dice “gli arguti intellettuali trancian pezzi e manuali, poi stremati fanno cure di cinismo”. Ecco il cinismo, è un problema molto complesso che si porta dietro quello dell’ironia, una forza spaventosa, che usiamo sempre con noncuranza, ma che finisce per appiattire tutto sullo stesso livello di importanza (la morte o un gelato che si è spiaccicato sull’asfalto) e ci garantisce un sereno distacco per guardare le cose come se non ci appartenessero. Come se non dovessimo prenderci cura noi delle cose, ci deresponsabilizza.

Il discorso sulle riviste lo trovo falsato in partenza, poiché premette come valore assoluto quello della pubblicazione delle proprie idee, un apparire al mondo sotto spoglie intellettuali, che possono essere riprodotte sugli schermi digitali. In un post che mi hai girato e che abbraccia la riflessione della newsletter leggo addirittura che “non ci interessano le comunità perché le redazioni non lo sono”, allora con chi sto parlando? Chi mi ospita a casa quando vado a Torino o a Firenze? Con chi passo la notte a bere e a parlare dei libri che ci piacciono e di cui vorremmo scrivere su Stanca per dare un senso alle nostre esistenze, sperando che quell’entusiasmo possa riverberare anche in quelle degli altri? Io non trovo altre parole per definire Stanca se non come una COMUNITÁ. Una comunità, che come ha sottolineato tu, soprattutto viaggia, si sposta, trasporta oggetti, idee e persone, monta banchetti e li smonta. Non nasce proprio dal fatto che abbiamo interiorizzato gli ideali imposti dalla tecnocrazia digitale il porci la domanda se le riviste abbiano ancora senso? Perché mi sembra che questa domanda possa farsela soltanto chi una rivista non la vuole fondare. Chi si pone il problema dal punto di vista dell’efficienza e non del valore umano: la capacità di una redazione di creare momenti e legami emotivamente significativi, che ci cambiano e che crescono nella speranza che questo cambiamento possa proiettarsi nel mondo. Che non ci piace, che vogliamo cambiare.

Stanca credo sia fatta così e resista (tra mille difficoltà) anche per questo. Soprattutto perché siamo riusciti a recintare l’ironia e il cinismo in una zona franca ben congeniata, una zona che chiamiamo stanca di…, in cui ci lamentiamo, siamo sarcastici, sferzanti, nichilisti, abborracciati e cinici. Ma lo facciamo sempre nell’anonimato. L’ironia è una forza potente e distruttiva quando si lega all’identità, perché tratta sempre del rapporto tra l’individuo e il mondo, di come l’individuo si posiziona nei confronti del mondo. Nell’anonimato quella forza diventa piccolissima ed enorme insieme, perché i confini restano sempre impersonali e indefinibili, un’enorme nuvola a forma di dito medio che colpa può avere?

Chiudo citando una cosa che mi ha detto Marcello, un musicista che conosco. Mi diceva che prima avevano tutti le band, ma le band sono faticose perché sono fatte di persone con cui devi relazionarti, quando le band non fanno i soldi allora si rompono e tutti diventano solisti. Suonano e cantano da soli, soli come sono nati e come moriranno, ed è efficiente e comodo perché non devi stare lì a gestire gli scazzi e le incomprensioni. Ma i solisti si ripetono, si annoiano, incominciano a odiare quello che fanno, lo razionalizzano fino al puro calcolo. Poi a volte si rompono e smettono, o tengono così duro da impazzire o fare i soldi. Stanca è una band che continua a improvvisare. Tipo i Grateful Dead o Sly and the Family Stone, una roba allucinata e serissima che continua a volersi bene, non molla.

Ecco per me Substack sono quelli che vogliono fare i solisti.

Lupo Lucio: la newsletter che citate tocca un punto essenziale: quello della fama. Stanca ha dato fama a chi ne fa parte? Sì e no. Sì perché ci ha reso riconoscibili, no perché Stanca cerca di rendersi riconoscibile come collettivo e non come somma di individualità. Negli ultimi tre anni abbiamo capito che il lavoro culturale è un lavoro di relazione e presenza. Questo comporta mille storture di cui tante persone hanno parlato prima e meglio di noi, non è il caso di approfondire adesso. Ma il lavoro di relazione e presenza, per gli obiettivi che Stanca prova a portare avanti, è stato alla base delle cose migliori che abbiamo fatto. Relazione e presenza con chi scrive sulla rivista: conoscere personalmente per quanto possibile autori e autrici, incontrarli ogni volta che possiamo, invitarli agli eventi, scambiarci opinioni; relazione e presenza con persone che ci piacciono, che per noi sono riferimenti, gente di cui ammiriamo la bravura e con cui vogliamo collaborare; infine relazione con altre redazioni e persone da cui dobbiamo imparare pratiche sempre nuove e insieme a cui vogliamo portare avanti un discorso culturale e politico. 

Stanca è un veicolo di visibilità per chi ci scrive dall’esterno? Forse in minuscola parte sì, e nell’economia della cultura la visibilità, purtroppo, è almeno in parte una moneta. Cerchiamo di bilanciare il movimento che dall’esterno arriva verso Stanca con una restituzione dello stesso interesse: editing approfondito, commenti puntigliosi, selezione rigida dei pezzi a costo di svuotare il calendario editoriale. Un altro Marcello, un caro amico della rivista, ci ha detto una volta che Stanca gli ha fatto molto più editing di riviste ben più importanti. L’ho presa come un’ottima notizia. Che su molte riviste non ci sia un vero editing forse è vero, forse è un bias cognitivo di chi scrive dettato da particolari esperienze, forse è il riflesso di una mediocrità diffusa che non permette di accorgersi del lavoro fatto bene. 

Nelle assemblee di Micelio abbiamo parlato di ecologia culturale, che resta un tema fondamentale: in giro c’è tanta fuffa e tanta merda, tanti prodotti culturali che potrebbero non essere fatti già solo per pura tutela dell’ambiente. Deve essere obiettivo di ogni persona che prova a fare cultura cercare di ridurre al massimo lo spreco di energie e di sovrapproduzione culturale: ne risentono l’ambiente, la salute lavorativa e mentale delle persone, la cultura stessa. Le logiche del mercato editoriale, in puro stile capitalista, puntano all’accumulo e alla sovrapproduzione di prodotti culturali nel tentativo disperato di imbroccare la strada giusta tra mille percorsi in perdita e senza una vera meta. Riviste che non legge nessuno, tirature da migliaia di copie che vanno dritte al macero, massificazione di festivalini ed eventini che parlano a una cerchia ristrettissima di persone. Proprio oggi sono stato a parlare a un festival: tante persone erano a fare lavoro culturale, l’unica che ci ha guadagnato era quella che vendeva birre. Il mercato editoriale ormai rischia di ridursi a un supporto per quello del vino. Nemmeno le librerie campano più senza vendere vino.

Più del destino infame delle riviste culturali, mi preoccupa quello della produzione di cultura in un contesto che non valorizza davvero la cultura. Il limite all’esistenza delle riviste, nell’esperienza di Stanca, non sono i redattori spiantati che cercano a fatica di portare avanti un’idea, sono i miliardi di euro stanziati nelle armi e non nel sostegno ai progetti di valore. Aboliamo i bandi sovraffollati che promettono agli enti del terzo settore qualche spiccio alla volta (da anticipare di tasca propria con fideiussione bancaria) e destiniamo milioni di euro a fondo perduto al sostegno reale e strutturale alla cultura. Costruiamo nuove biblioteche, facciamo una riforma dei contratti editoriali, aumentiamo i salari, accettiamo che gli impresari cialtroni saltino in aria al posto di continuare a sfruttare lavoratrici freelance in estrema difficoltà economica, disposte ad accettare qualsiasi paga pur di lavorare e portare avanti i propri progetti. Usciranno fuori riviste bellissime. 

Orco Rubio: A quanto pare le nostre vite sono costellate da “Marcelli”. Sono d’accordo con Orchessa Orchidea quando dice che cinismo e ironia sono gli strumenti di chi vuole deresponsabilizzarsi e lanciare i suoi giudizi tranchant nel mucchio delle opinioni. Da una parte però non riesco ad abbandonare il mio di cinismo quando, ad esempio, rifletto sulla verità tombale espressa da Lupo Lucio: il mercato editoriale è (non rischia!) il supporto per il mercato del vino (e della birra!). Credo che il discorso possa essere esteso a tutto il terzo settore fatto di associazioni culturali, circoli A.R.C.I. e compagnia varia. A quanto pare non è possibile parlare e fare cultura senza un gin tonic o un calice di vino naturale in mano. Questa è stata la prima estate, dopo tanto tempo, in cui non ho preso parte all’organizzazione di festival o eventi culturali. È stato bellissimo non dover pensare a nulla: niente workshop, niente talk! E vi confesso che mentre tracannavo birrette sudate sulla spiaggia ho pensato che di tutto quello che avevo elaborato insieme ad altri ragazzi entusiasti non era rimasto che una lunga sfilza di sacchi trasparenti pieni di bicchieri in plastica dura macchiati da negroni e birre artigianali. Hai voglia a rimarcare che il tuo festivalino è diverso dagli altri perché ha una componente culturale; alla fine, chi compra il biglietto ti chiede sempre un cocktail in omaggio e dove è ubicato il bar. La smetto con le parti biografiche e vengo al dunque. Non penso che una rivista o una redazione seria possano o debbano sentire il peso di salvare il mondo culturale, ma questo perché non credo alle missioni. Penso piuttosto che il senso proprio di quello che facciamo è prenderci cura della nostra comunità, un luogo e un’atmosfera in cui sentiamo di poter fare quello che ci piace con la certezza che non sia proprietà di nessuno se non del gruppo in sé. Quando penso a Stanca lo faccio senza tanta retorica e soprattutto senza badare ai “solisti”, da compatire per la loro incapacità di relazionarsi con gli altri.  Vogliamo davvero uno Stato o una società che si prende “cura” di noi? Sono più orientato a quello che già facciamo: cacciatori-raccoglitori in cerca di soldi elargiti da dubbie realtà associative nella speranza di riuscire finalmente a retribuire chi scrive per noi. Non sto dicendo che mi piace il mondo di merda in cui viviamo, sto dicendo che noi non piacciamo a quel mondo, non siamo importanti secondo i suoi criteri logici, e va bene così. 

Gnomo Ronfo: Le ultime righe di Lupo Lucio mi sembrano un programma politico ottimo e conciso. Mi fa venire in mente (per opposizione, non ti preoccupare Lupo Lucio) la domanda che un ex-ministro della cultura osceno come Franceschini si chiede con il titolo di un suo libro: “Con la cultura non si mangia?”. Onestamente non l’ho letto perché già la sinossi mi dà la nausea e non reggo bene il vomito. Comunque anche lui intende dire che alla fine valorizzando il Bel Paese i soldi li fai, perché tutto può essere trasformato in un’azienda e quindi da tutto puoi trarre profitto. Per campare non fai cultura, la produci: mettere sul mercato prodotti accattivanti, venderli. Brandizzare il prodotto e te stesso che lo crei, solo così puoi capitalizzare (puoi perché devi, non perché vuoi) quello che fai. È l’esito del fatto che nessuno finanzia le riviste culturali, ma anche in altri contesti dove ci sono più soldi (comunque pochi, ma anche poco è più di niente) fare cultura è sempre individuale, competitivo, capitalista.  In tutto questo mi sembra davvero che l’anonimato delle nostre rubriche sia una forma di resistenza. Una voce mutevole e collettiva. Tirando le fila ci siamo dette tanto su chi siamo e cosa facciamo, ma mi rimane ancora qualche domanda. Nella comunità di Stanca, le lettrici sono ciò che di tutto il progetto mi incuriosisce di più: le conosciamo tutte? Come siamo finite nella loro bolla? Ci leggono al cesso? In autobus? Sono tutte persone che scrivono? Interesserà davvero questa nostra conversazione su come va il mondo delle riviste culturali? Riescono a orientarsi nella nostra linea editoriale o preferivano i numeri tematici che pubblicavamo all’inizio? O forse: qualcuno si ricorderà dei numeri tematici che pubblicavamo nel 2024? Magari in questo nuovo inizio settembrino possiamo partire da qui.

Fata Lina: Scusate l’interruzione ragazzi non ho più una casa, era in questo periodo che uscivano i risultati del bando Creatività Contemporanea?

Jolly Cembalo: Condivido a pieno l’inizio dell’intervento di Gnomo Ronfo. La domanda di Fata Lina, ahimè, richiede una risposta troppo complessa per la mia memoria. Tra l’altro: casa mia è sempre aperta, seppur molto fuori mano…

Spesso abbiamo sottolineato la necessità di mantenere l’attenzione su ciò che facciamo “per chi ci legge” e non “per noi che scriviamo”, per cui ringrazio Gnomo Ronfo per aver sollevato la questione. Il bello di scrivere su una rivista è proprio che chi legge non ci conosce necessariamente – non tutte – e si crea questa sorta di fiducia per cui a un certo punto ti abitui semplicemente a far parte di un gruppo di persone e ne alimenti la capacità di fare quello che fanno. Non per produzione, tra l’altro, ma per una semplice scelta. Può sembrare melenso, ma mi prendo la responsabilità di ciò che ho detto. Noi non produciamo qualcosa per far sì che sia consumato e da cui trarre profitto. Certo, se potessimo contare per ogni lettura anche su un aiuto economico non guasterebbe, ma per quella problematica c’è già stato l’editoriale dell’anno scorso che vi inviterei a rileggere proprio in virtù di una rispolverata all’archivio (editoriale scorso). Chi saremmo senza nessuna che ci legge? Caso mai è solo il tempo di un carosello, oppure è la pausa in treno tra una tappa e l’altra del viaggio o la sosta al bagno che spinge una ad aprire Stanca e dire: questo è il momento giusto per leggere perché Delia Buglisi non dovrebbe continuare a cantare. La conversazione su ciò che pensiamo del mondo, poi, può andare avanti ed essere condivisa, oppure morire lì, nel momento in cui hai posato gli occhi su quella frase che ti ha fatto pensare che siamo un gruppetto di gente invidiosa che non riconosce il talento di tizia x. Vai pure in pace, non ti trattiene nessuno. Stanca è un luogo, virtuale e materiale, completamente aperto; me la immagino come una enorme piazza dove ognuno può portare un po’ ciò che desidera: se ne parla, si valutano le proposte e se la cosa piace, benissimo, abbiamo un’altra componente, se non piace, si può comunque rimanere ad assaporarne l’atmosfera o andarsene. L’idea di non piacere al mondo in cui viviamo, inoltre, è liberatoria: vi immaginate se fossimo piaciute a tutte e avessimo dovuto soddisfare le aspettative, pena la nostra morte sociale? Paradossalmente, quando sentiamo che per vendere dovremmo avere più immagini sulla rivista “perché c’è troppo testo” sento che abbiamo aperto una breccia e siamo riuscite a stampare cartacei dove invitiamo addirittura ad aggiungere altro testo con impressioni ed esperienze, perché per come la giri, il punto è sempre questo: noi scriviamo e alcune ci leggono per ciò che scriviamo. Anzi, proprio per questo, inviterei le lettrici di Stanca a rispondere alle domande di Gnomo Ronfo. 

Fata Lina: Notizia dell’ultimo minuto, Strega Salamandra mi ha detto di aver trovato un antro disabitato a Centocelle a 400 lilleri. Io lo prendo, se facciamo a metà ci facciamo anche la redazione

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