Dopo aver visto Metadietro di Flavia Mastrella e Antonio Rezza la serata è stata tranquilla, mi sentivo distesa e leggera, come se mi avessero fatto un massaggio. Tuttavia, nonostante l’apparente rilassamento, iniziava a prendere vita una consapevolezza, anche se ancora sotto forma di flebilissimo sibilo: non avevo la più pallida idea di come avrei potuto raccontare questo spettacolo. Il giorno dopo, al mio risveglio, avevo completamente smaltito l’esperienza positiva, l’avevo rimossa, i miei incubi routinari si erano ripresi la totalità del campo della mia testa e avevano nutrito, come un trovatello, il mix di ansia e disperazione che già era in grado di pervadermi in un istante al solo pensiero di dover scrivere una recensione su uno spettacolo simile. Drammaturgicamente in quel momento, potete crederci come no, si è fatto spazio tra i miei pensieri il ricordo di una voce che recitava: “Alle cinque e mezza mi sveglio con i miei problemi, poi sto con i miei problemi nel letto fino alle sette meno un quarto e quando mi alzo già so che problemi ho”. Il timbro è inconfondibile, è la battuta con la quale Antonio Rezza risponde a Stefano Rapone che gli chiede “che hai fatto oggi?” in un’intervista di qualche anno fa per Tintoria. Mi sento come Rezza, più simile a lui, nonostante l’orologio segni le tredici e ventisei. Questo ricordo è un amuleto che mi permette di placare l’ansia disperata per un po’: sono in vantaggio. Mi alzo dal letto, in pigiama mi piazzo davanti allo specchio della stanza, carico e assesto un destro perfetto al centro del mio viso riflesso, il vetro si frantuma delineando vagamente i contorni rettangolareggianti di una banconota da cinquecento euro. “Posso farcela” mormoro tra i denti, il solito tempismo drammaturgico di prima fa sì che il mio gatto, potete crederci come no, mi mostri il pollice in segno di incoraggiamento e sul suo sorriso quasi umano, noto per un istante un luccichio che poi subito si perde.
Non è uscita nemmeno una goccia di sangue, posso mettermi subito al lavoro senza perdere altro tempo, se non fosse che io non so nulla di Flavia Mastrella e Antonio Rezza. O meglio, sarà mezza decade che mi sparo Troppolitani. Da quando un amico me l’ha consigliato io sono proprio scesa “giù a ridere”, come si suol dire, avrò visto tutta la serie la sera stessa della scoperta sulla tv al piano di sotto. Ma di Flavia Mastrella e Antonio Rezza non so proprio niente, non ho mai studiato, certo ho visto qualche pezzo di Pitecus (1995) e Fotofinish (2003) a caso su YouTube, certo ero lì pronta a cliccare quando li vedevo intervistati da qualche millennial, ma per il resto zero, manco mai aperto Wikipedia. L’unico dettaglio biografico che non mi si stacca dalla mente è che sono di Anzio, dove ho fatto casualmente teatro sperimentale anche io, per sette anni a ridosso delle superiori, ma sono perfettamente consapevole che sia una coincidenza incredibile solo per me. Non li avevo mai visti dal vivo e con il senno di adesso, maturato grazie alla programmazione del Teatro Vascello di Roma, sono certa che prima non ci avevo capito un tubo.
Per descrivere l’esperienza di vedere un’opera di RezzaMastrella bisogna allontanarsi dal concetto di immedesimazione. Quello che si prova è piuttosto una sensazione fisica della mente scaturita da un’esecuzione vocale e sintattica più che una narrazione, in grado di risvegliare sentori di familiarità in suoni, idee, immagini e movimenti che non si potrebbe mai prevedere di pensare razionalmente. I più intelligenti della classe mi diranno che è la performance, ma non è solo quello, ha un risultato più specifico. Somiglia all’accuratezza bizzarra di quei sogni che riescono a farci sentire perfettamente a nostro agio dopo aver appreso la notizia che nostra zia è il nuovo capo dell’ICE nonché vecchia fiamma giovanile di Donald Trump e che per sistemare tutto questo dovrai imparare a correre in equilibrio sulle foglie degli alberi che in realtà sono animali senzienti quindi c’è da stipulare un contratto con uno degli organi predisposti all’organizzazione della società fogliare e tu sei un po’ spaventata ma comunque ok, è la tua missione, ecco. Vedere Metadietro è stato come sperimentare quella sensazione di sospensione dell’incredulità, ma senza tutta questa inutile sovrastruttura narrativa dei sogni. Al centro della scena c’è l’habitat creato da Flavia Mastrella, criptico se non nella sua compiutezza rappresentata da un signore magrolino che ci si muove dentro e che a quel punto lo rende perfetto secondo parametri inimmaginabili. Il tacito imperativo è quello di rispettare il ritmo naturale della performance, il suo suono e la sua forma dinamica e statica, il suo flusso di vastità — già ampiamente descritto da Alessandro Bergonzoni in diversi vecchi spettacoli, sul quale quindi non infierirei dilungandomi.
L’ammutinamento è sempre auspicabile in un organismo sano.
In Metadietro siamo su una nave, in missione, dove quando e perché non interessano a nessuno, la missione è salvare la nave. L’Ammiraglio interpretato da Antonio Rezza non esiste, è una psicosi che sonoramente emette le sue sensazioni verbali e motorie e tu non puoi fare altro che ridere, ci pensa lui. Quest’ultimo pensiero è l’unico ad abitare la mente dell’altro personaggio, il Capitano: “ci pensa lui”, nel senso, l’Ammiraglio. Nelle sembianze di Daniele Cavaioli, il Capitano si muove tranquillo tra le vele della nave, mentre ascolta l’Ammiraglio interrogarsi del più e del meno e sul più e sul meno. Il ritmo è serratissimo, Rezza è un campione di fiato in un rapporto respiro:parole di 1:100, potrebbe imparare a smettere di respirare o forse semplicemente l’ha fatto e non lo rivela.
Il ritornello relazionale più frequente tra i due è il momento della navigazione, lo scambio è esilarante e ricorda immediatamente i dilemmi intellettuali a cui sono sottoposti i fratelli Abbate di Cinico Tv. “Capitano cosa vede?”, “Tedadietro”, “Medadietro, certamente, perché sono da-?”, “-vanti”, “Esatto, perché sono davanti”. La missione prosegue, tra un’osservazione di panorami pelosi e l’altra, non senza difficoltà, tranne che per il Capitano che sembrerebbe avere tutto sotto controllo se non fosse per le puntualizzazioni spazientite dell’Ammiraglio.
In ogni caso nessuno è colpevole, c’è solo un gran divario nello stare al mondo.
Tutto quello che esiste per RezzaMastrella sembra nascere da una necessità e prosegue per vastità in tutte le dimensioni. I due la prendono seriamente, più seriamente di tutti: non c’è fronzolo che tenga nel modo di giocare. Le quattro vele bianche della nave appaiono in tutto il loro splendore, o le ali, potrebbe trattarsi di entrambe, sventolano in un rito perfettamente cadenzato, in un energico rituale ipnotico. Lo scopo è quello di infrangere dal primo momento tutto ciò che possa sembrarci normale, moralmente prevedibile, trascinandoci di peso subito dentro questo sogno fisico al quale non ci si può sottrarre. È un risveglio muscolare della risata, è obbligatorio, o sicuramente qualcosa a cui è molto difficile resistere.
La forza spettinante della performance investe la platea, l’attenzione è fissa nella profondità del rettangolo del palco per tutta la durata dello spettacolo. Vecchi, giovani, mezzi mezzi e vecchissimi sono, destinati a partecipare al rito dissacrante e drammatico del gioco. L’atteggiamento che Rezza ha sul palco, come dicevo prima, è l’esternazione violenta di una schizofrenia, la dittatura dell’assurdo spazza via in un secondo quella dell’ordine e pervade tutto sprigionando in chi la guarda suoni fisiologici, che potrebbero sembrare risate ma è il rumore della digestione della realtà. Metadietro è una mina prouomo. Le mine prouomo sono quelle che fanno saltare l’uomo sul più bello, per svegliarsi, diceva ancora Bergonzoni.
La sensazione di distensione è durata poco, un tempo terapeutico, quel tanto che basta per instillare nella mente la consapevolezza di desiderarne ancora. Stando alla mia vulnerabilità sensoriale, praticamente una dipendenza. Dopo meno di ventiquattr’ore l’avevo smaltita del tutto, il ricordo mi lasciava con l’amaro in bocca: come genero qualcosa di simile per nutrirmi? Perché ho subito l’esigenza di consumo? Cosa resta di un mondo sempre pronto a proporti una soluzione? È quello che mi merito. La sintesi estrema, l’apologia del raziocinio, la meccanica inceppata, la dialettica fatta a pezzi, sbrindellata, sbriciolata, frantumata, l’illusione che il silenzio sia una forma di intimità mentre è solo il disprezzo di chi oramai si è abituato. Non c’è mai stato alcun eroe.


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