Durante la seconda metà del Novecento, in Occidente, la narrazione della maternità ha subito una trasformazione profonda: da destino naturale e funzione stabilizzante dell’ordine sociale, il materno è divenuto oggetto di una molteplicità di discorsi, spesso tra loro dissonanti. Alla critica della maternità come istituzione oppressiva elaborata da pensatrici del femminismo della seconda ondata, si sono affiancate nuove idealizzazioni, nuovi modelli normativi, nuove promesse di autodeterminazione, producendo una frammentazione del racconto che, lontano dal restituire la complessità dell’esperienza materna, ne ha spesso occultato le ambivalenze più radicali.

Per troppo tempo l’esperienza generativa è stata relegata all’ambito privato della trasmissione orale tra donne di famiglia, rimanendo ancorata a un vissuto sociale e a un immaginario collettivo cresciuto attorno al mito della maternità. Si nasce femmine, si cresce donne e l’arco di questo cambiamento avviene in un sedimento di aspettative culturali che individua nella procreazione la massima realizzazione di vita. 

Eppure, questo tramandare racconti e desideri femminili relega nel non-detto una parte preponderante dell’esperienza del materno: un insieme di vissuti, pensieri e azioni che precipitano in un oblio forzato. Questo duplice e opposto processo di esposizione e dimenticanza è il meccanismo che fa del materno un tabù della contemporaneità. 

È in questo scenario che la maternità appare oggi come paradossalmente sovraesposta e, al tempo stesso, profondamente insondabile. Quando si pone attenzione al nucleo dell’esperienza del materno e alla sua inaccessibilità più profonda, ci si chiede se sia giusto contribuire al mantenimento di questo tabù che protegge e al contempo sottrae la maternità da un racconto condiviso, oppure se sia necessario rompere il guscio protettivo che avvolge un evento così intimo ma allo stesso tempo così universale. 

Attraverso il concetto di abiezione elaborato dalla psicoanalista e filosofa Julia Kristeva è possibile pensare il materno quale luogo di crisi dei confini identitari e intrecciarlo alla lettura di Il lavoro di una vita della scrittrice britannica Rachel Cusk, saggio capace di incrinare il silenzio simbolico che avvolge l’esperienza materna. 

Un tabù è un divieto non necessariamente esplicito, anzi più spesso è determinato da un silenzio oppressivo, in cui a ogni madre è richiesto di realizzarsi da sé come soggetto. In questo senso, Il lavoro di una vita di Rachel Cusk  è un taglio di luce.

La scrittrice racconta la sua esperienza di maternità senza censure, deponendo sul foglio, con apertura pacata, la propria verità circa il divenire madre. Nell’introduzione alla seconda edizione, la scrittrice riporta come la ricezione del suo scritto non sia stata troppo benevola. L’accoglienza problematica del saggio, pubblicato per la prima volta nel 2001, testimonia quanto potente sia ancora questo tabù. Cusk raccoglie le critiche, e con estrema lucidità persevera nel sostenere quanto sia necessario rompere la crosta del silenzio, facendo fuoriuscire una narrazione nuova. Scrive Cusk: 

«Non ho scritto Il lavoro di una vita perché volevo la vostra approvazione. Non l’ho scritto neppure per vanità, per pigrizia, per orgoglio o cattiveria. Non l’ho scritto perché odiavo essere madre o odiavo mia figlia o odiavo i figli altrui. L’ho scritto perché sono una scrittrice, e l’ambivalenza che contraddistingue le prime fasi della genitorialità mi sembrava parente stretta della sostanziale ambivalenza degli scrittori verso la vita […]». 

(R. Cusk, Il lavoro di una vita, Einaudi, Torino 2021, introduzione, p. VII)

Nel delineare una narrazione onesta del materno è necessario prendere in considerazione il momento che assume in essa una valenza simbolica e mitologica primaria: il parto in quanto esperienza di scissione, separazione, trauma. 

Il parto è la scena iniziale di un dramma, scrive ancora Cusk: è un’azione che si fa rappresentazione simbolica della forza vitale che avanza. Esso è lo spannung della narrazione materna, l’apice in cui l’identità materna si lacera. L’apertura del parto non è solo anatomica: è una soglia attraversata da un Altro, una fenditura viva che divide la carne, la mente, lo spirito; un limen che chiede di essere attraversato anche dalla madre stessa, la quale rinviene una rottura nella propria integrità come soggetto. 

Col parto, la donna viene scaraventata in uno scenario completamente altro, imprevisto e bisogna sopravvivere in questo scenario deprivato di punti di riferimento.

«Il parto divide le donne da se stesse, mutando profondamente la loro idea di esistenza. Un’altra persona è esistita dentro di lei, e dopo la nascita devono vivere entrambe secondo le regole della sua coscienza».

(R. Cusk, Il lavoro di una vita, Einaudi, Torino 2021, p.7)

Eppure questo varco, questo trauma fondativo – nella sua brutalità come nella sua sacralità – resta quasi sempre taciuto. E proprio in questo occultamento la maternità si configura come tabù attorno a cui, per riempire il vuoto, si raccoglie una narrazione di grande potenza simbolica. 

Tutti abbiamo provato, almeno una volta, una forma di orrore così profonda da scuoterci fin nelle fondamenta: di fronte a un cadavere, a una ferita aperta, o una pellicina tirata vicino all’unghia di una mano. La psicoanalista e filosofa Julia Kristeva ha dato un nome a questa esperienza universale e disturbante: abiezione. Il suo concetto è una chiave per comprendere non solo l’orrore in sé, ma anche il modo in cui questo sentimento primordiale viene gestito, represso e trasformato in un potente tabù culturale, in particolare quello che circonda l’esperienza autentica e ambivalente della maternità nella nostra società.

L’abiezione è il processo attraverso cui un soggetto espelle da sé ciò che minaccia la propria identità e i propri confini, per potersi costituire come “io”. È, come scrive Kristeva, ciò che deve essere tenuto a distanza affinché l’identità si stabilizzi. È un rigetto violento di qualcosa che non riconosciamo come completamente estraneo, ma nemmeno come parte di noi.

Il punto cruciale per comprendere il concetto di abiezione è che l’abietto sfugge alle nostre categorie più basilari. Non è parte di noi (soggetto), ma non è nemmeno completamente altro da noi (oggetto). Kristeva lo definisce in modo lapidario: né soggetto né oggetto. 

Questa ambiguità è la fonte del suo potere terrificante. Mentre un oggetto si definisce in opposizione a noi, dandoci stabilità, l’abietto fa crollare questa distinzione, minacciando di spingerci nel caos. 

In sintesi, l’abietto rappresenta il crollo dei confini tra “me” e “non-me”. È ciò che abbiamo espulso per definirci, ma che continua a perseguitarci, esponendo la fragilità della nostra identità e provocando una reazione viscerale di orrore e repulsione; è qualcosa che il soggetto riconosce come familiare ma che risulta intollerabile: è un intimo respinto. 

Lungi dall’essere un’esperienza puramente distruttiva, la funzione primaria dell’abiezione è costitutiva: si tratta di un processo violento, ma assolutamente necessario per la nascita del soggetto e della cultura; è l’atto di espellere ciò che ci inorridisce, è ciò che, paradossalmente, ci permette di esistere.

Espellendo l’abietto, l’io traccia per la prima volta i propri confini e dunque l’orrore dell’abiezione è il prezzo da pagare per la nascita di un’identità autonoma. Contemporaneamente l’abiezione è ciò che turba un’identità, un sistema, un ordine, è ciò che provoca il meccanismo sociale del tabù. Secondo Kristeva, esso nasce proprio come un dispositivo che contiene l’abiezione, segnando ciò che non può essere nominato o toccato senza mettere in crisi l’ordine personale e sociale. 

«La visione dell’abietto è per definizione il segno di un oggetto impossibile, frontiera e limite […]. Il colmo dell’abiezione è nella scena del parto […]. Un orrore da vedere alle porte impossibili dell’invisibile che è il corpo della madre. La scena delle scene […] identità scorticata. Il parto: culmine della carneficina e della vita, punto bruciante dell’esitazione (dentro/fuori, io/altro, vita/morte), orrore e bellezza».

(J. Kristeva, Poteri dell’orrore. Saggio sull’abiezione, Spirali Edizioni, Milano 1981, p. 176.)

Questo concetto opera in controluce anche nel testo di Cusk: 

«Il fatto è che non so cosa significhi essere me stessa, né cosa significhi essere madre […]. Mi sorprendo nel constatare con quanta facilità mi sono divisa in due. Io mi preoccupo, io consolo. Come due bracci del medesimo corso d’acqua, la persona e la madre; adesso mi chiedo cosa sia una donna se è una madre; e cosa realmente sia, una madre».

(R. Cusk, Il lavoro di una vita, Einaudi, Torino 2021, pp. 40-43)

La crisi di confine esposta da Cusk trova una spiegazione teorica cruciale in Kristeva, la quale ci invita a guardare la relazione con il corpo della madre in quanto origine ma anche indistinto; luogo di disfacimento dei confini. 

Secondo il pensiero di Kristeva, il corpo della madre è una delle figure centrali e originarie dell’abiezione. Questo non per una connotazione negativa della maternità, ma perché esso rappresenta la condizione stessa da cui emerge il soggetto. Per il “non-ancora-io” del bambino, il corpo materno è un luogo di radicale ambivalenza: è contenitore e confine ma anche luogo da cui si viene espulsi. 

Gli stessi elementi che rendono il corpo materno abietto – la pura fisicità, il suo confondere i confini – sono proprio quelli che le narrazioni contemporanee della maternità idealizzata cercano di cancellare, trasformando l’esperienza reale in un tabù.

L’esperienza del parto nella sua radicalità è celata dalle narrazioni più diffuse del materno, che si polarizzano attorno a iconografie, linguaggi e ideologie contrapposte: naturale e artificiale, spontaneo e indotto, fisiologico e medicalizzato. Ogni azione, pensiero, emozione della madre vengono sottoposti al vaglio e al giudizio di figure professionali di ogni genere affinché tutto sia inquadrato in un sistema narrativo che fluisce costantemente verso il cuore e la mente delle donne-madri attraverso libri, post sui social network, incontri on line, video-corsi, conferenze. 

Questo genere di narrazione si costruisce invocando un’archetipica figura della madre come simbolo, come metafora potente, come mito collettivo. La madre è la figura chiamata a garantire la continuità, la stabilità, l’ordine delle cose. È colei che deve custodire la specie, la lingua, la casa, la morale, il desiderio degli altri. Ma come conciliare questa funzione archetipica del materno con l’esperienza singolare, irripetibile, frammentaria di ciascuna madre? La figura della madre opera come una metafora potente, capace di modellare profondamente la coscienza e la percezione di sé di molte donne. 

Tale metafora genera una costante narrazione che informa la società a discapito della singolare esperienza del materno; le donne sono implicitamente chiamate a diventare delle sacerdotesse di questa narrazione del materno, diventando potenzialmente simbolo e simulacro vivente.

A questa narrazione archetipica, se ne sovrappone un’altra, più recente, altrettanto potente, evocata dal contesto performativo e iperproduttivo della società neoliberale: la madre-performer. La mamma lavoratrice, educatrice, nutrizionista, ambientalista, che sa però coltivare anche i propri desideri e spazi; la madre che non sbaglia, non crolla mai e costruisce un’immagine pubblica di  sé, cercando di convincere e convincersi della propria felicità. La madre è oggi una figura doppiamente idealizzata e imprigionata nelle due narrazioni, l’arcaica e la neoliberale. 

Affinchè queste siano sufficientemente performative, occorre rimuovere il negativo, le dissonanze, l’abietto, costruendo un racconto depurato della propria esistenza. 

Nel capitolo Quaranta settimane Cusk racconta la gravidanza con tutte le pressioni che, fin dai primi giorni, il corpo della donna subisce. 

«In ospedale mi è stato consegnato anche un fascio di opuscoli sulla dieta, l’agopuntura, lo yoga, i corsi di preparazione al parto, sulla genitorialità, sul parto con ipnosi e il parto in acqua, nessuna informazione che io già non sappia, dal momento che la gravidanza moderna è governata da un regime spaventoso quanto a omogeneità di propaganda, iconografia e linguaggio».

(R. Cusk, Il lavoro di una vita, Einaudi, Torino 2021, p.21)

Una donna gravida deve essere radiosa, bella, piena di forza vitale; deve fare yoga e meditazione, deve preparare il suo tempio interno ed esterno per l’avvento della creatura. In questo capitolo Cusk espone quella che a tutti gli effetti è un’ideologia che si impone sulla realtà pretendendo di darle forma; è un’ideologia multiforme, che sa adattarsi e invadere ogni aspetto dell’esperienza materna. Di nuovo, è la dualità tra naturale e medicalizzato, tra madre-autodeterminata e madre devota al dolore, tra adesione incondizionata all’allattamento a-richiesta-a-termine, come previsto da una certa visione della maternità “naturale”, e la volontà emancipativa della partoriente subito pronta al grande ritorno alla vita precedente. 

Raramente ci si domanda che effetto abbia questa insinuante ideologia sul sentire e sul vivere delle donne. 

Rachel Cusk riesce a dare loro voce con lo scopo di intercettare il vissuto di altre madri e con l’augurio di farle sentire meno sole, meno sbagliate. 

«Tolstoj […] scrisse Anna Karenina, riportando alla luce la donna ancora esistente nella madre e dimostrandone il potere distruttivo, perché la maternità è una carriera nel conformismo da cui nessun sotterfugio può liberare l’anima senza violenza; e la gravidanza è il suo campo di addestramento».

(R. Cusk, Il lavoro di una vita, Einaudi, Torino 2021, p.14)

Anche la narrazione performativa che esce dai confini fisici e ideali della tradizione familiare elimina dal proprio racconto quel nucleo di ambiguità e fatica, quel proprium irripetibile e denso di mistero del processo di soggettivazione di ogni donna che diventa madre. 

È opportuno domandarsi, dunque, come uscire dalla morsa serrata della narrazione ideologizzata del materno, come sviluppare delle pratiche di pensiero e racconto che restituiscano al materno una dimensione concreta e al contempo simbolica, un racconto spoglio da pretese e aperto realmente all’esperienza di altre. 

È questo il tempo di promuovere un discorso nudo e concreto, che sappia tenere insieme, senza la pretesa di risolverle, le contraddizioni; un racconto che permetta a fatti, pensieri e vissuti delle donne semplicemente di esistere e alle madri di essere ciò che sono. 

«Non è solo il divieto di lamentarsi che impedisce di ammettere la durezza della maternità: come ogni amore, anche questo ha un nucleo di conflittualità, un grumo di tormento che lucida la perla del piacere; a differenza degli altri amori, questo conflitto non ha soluzione».

(R. Cusk, Il lavoro di una vita, Einaudi, Torino 2021, p.97)

Si può scegliere, dunque, di infrangere il tabù del materno. È la scelta di mettere in campo prassi collettive, e in questo senso politiche, capaci di aprire spazi di incontro e di condivisione. 

Il discorso sul materno può allora diventare un discorso situato, nato dall’esperienza della cura e della relazione, irriducibile a una logica normativa o produttiva. In questo senso, il materno può assumere la forma di un discorso politico, non nel senso dell’istituzione o della norma, ma come ciò che riguarda le condizioni di apparizione, di riconoscibilità e di relazione nello spazio comune; spazio politico è laddove l’esperienza singolare viene resa visibile e condivisa. 

Come ha mostrato la filosofa Adriana Cavarero, nella scena della nascita e nella relazione originaria, si manifesta una dimensione politica fondamentale, fondata non sull’astrazione, ma sulla singolarità incarnata di chi viene al mondo e di chi lo accoglie. La maternità, in questa prospettiva, non è funzione né ruolo, ma evento relazionale che eccede ogni forma normativa.

Allo stesso tempo, rendere narrabile l’esperienza materna significa esporsi alla vulnerabilità che accompagna ogni processo di soggettivazione. 

Judith Butler ha mostrato come il soggetto si costituisca sempre all’interno di cornici normative che rendono alcune esperienze riconoscibili e ne escludono altre. Dare parola al materno, nelle sue ambivalenze e fratture, significa allora incrinare queste cornici, aprendo uno spazio in cui ciò che è stato a lungo relegato nella sfera del privato possa apparire come questione condivisa.

Questo discorso assume una valenza politica nel momento in cui modifica le condizioni di riconoscibilità condivisa di un’esperienza. 

E in questo spazio politico, come testimonia la scrittura di Rachel Cusk, la maternità può forse essere pensata non come compimento o sacrificio, ma come una presenza che persiste, una semplice bastevolezza, capace di forgiare chi nasce e chi accoglie, senza mai esaurirsi in una forma definitiva.

«Mi accorgo che il pianto è cessato, che è sopravvissuta al primo dolore dell’esistenza, e in esso ha forgiato se stessa. E ha forgiato anche me, perché, pur non avendola aiutata o capita, sono sempre stata lì, e questo, ne ho d’un tratto l’assoluta certezza, è la maternità; questa semplice bastevolezza, questa presenza. […] Questo amore è una restituzione; è un luogo nuovo, dal quale il paese di un tempo, il passato infelice, può essere guardato senza pericolo. Per uno scrittore, un simile amore può costituire il raggiungimento dell’autorevolezza narrativa sulla vita stessa. […] Forse i momenti, adesso, sono tutto quel che c’è». 

(R. Cusk, Il lavoro di una vita, Einaudi, Torino 2021, p.52-101) 

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