Uno schiaffo ben assestato in viso e la giovane Marielle sviluppa poteri telepatici. Quello che sembra l’incipit per un superhero movie diventa un film nerissimo sulle fragilità della famiglia borghese. Lo schiaffo che colpisce la protagonista è restituito -figurativamente- ai suoi genitori che, pian piano durante il film, perdono non solo l’autorità nei confronti della figlia ma soprattutto la fiducia l’uno nell’altro. 

Was Marielle weiß (“quello che Marielle sa”) è il titolo originale dell’opera seconda di Frédéric Hambalek, presentata in concorso allo scorso Festival di Berlino e arrivata, miracolosamente, nelle sale italiane nell’autunno scorso. La storia è esilissima: dopo lo schiaffo Marielle inizia a sentire e vedere tutto ciò che succede a Julia e Tobias, i suoi genitori, anche quando non è con loro. L’innesco è da commedia dell’assurdo: nessuno crede al potere di Marielle e tutti la  ridicolizzano; che fa subito pensare a quanto poco, in generale, si creda a bambini e adolescenti e quanto poco si valorizzi il loro sguardo sul mondo. Ma presto il film si trasforma in una riflessione profonda sulla genitorialità e sull’istituzione della famiglia borghese. Se siamo sempre stati abituati al mondo segreto dei bambini (forse proprio perché mai nessuno crede loro e per questo sono costretti a tenerlo segreto), Lo schiaffo ribalta la prospettiva e affonda sui segreti degli adulti. 

Nella prima scena vediamo Julia fumare una sigaretta con un suo collega di lavoro, si guardano, si stuzzicano, pensano ad alta voce e si eccitano nel desiderio di fare sesso. Nella stanzetta spoglia dove si rifugiano, lontano dagli occhi degli altri, c’è solo una scrivania al centro, dove Julia sogna di poggiarsi a novanta e farsi tirare giù la gonna e poi le calze. Nella scena successiva vediamo Tobias, durante una riunione di aggiornamento sul progetto che sta seguendo come grafico. Un collega fastidioso lo riprende continuamente, fa battute retoriche per sottolineare l’incapacità di Tobias di leggere il mercato editoriale, lui incassa incapace di replicare. La frustrazione prende una forma fisica, il nervoso sale lungo la colonna vertebrale ma non scoppia mai. Lo vediamo nella scena successiva che, uscito dalla riunione tornando nella sua stanza, lo insulta sottovoce. Niente di più. 

La sera sono a casa tutti e tre: Marielle, Tobias e Julia seduti intorno a un tavolo dalla superficie riflettente (più va avanti il film più si nota l’arredamento minimale e asettico che domina l’abitazione borghese) e si raccontano la giornata appena trascorsa. E qui iniziano le bugie. Tobias parla di sé come se fosse un altro: è lui che zittisce il suo collega, è lui che ha il polso della situazione e l’ammirazione di tutti. Julia non cita le sigarette né il suo collega affabile; il marito non sa che lei fuma e “hai fumato?” sarà una battuta ricorrente per tutto il film, lei mentirà fino alla fine. Da qui in poi, zigzagando tra situazioni diverse, il film ripete questa linea narrativa: Marielle knows (appunto “sa”) e i genitori tentano di avere una buona condotta, ma finiranno per fare l’opposto. La madre andrà a letto con il collega in maniera goffa e poco soddisfacente; il padre picchierà il collega di lavoro, dimostrando che la smania di essere “dalla parte giusta” è l’ennesimo inganno di una società performante che soffoca il desiderio in tutte le sue espansioni (sociali, culturali, politiche), ma soprattutto che l’unico modo per sopravvivere nella propria famiglia è coltivare uno spazio in cui nessuno ti guarda. 

C’è poi da riflettere sulla costruzione dei personaggi dei due genitori. Tobias viene definito solo attraverso il suo lavoro e il suo ruolo sociale, mentre Julia attraverso il suo ruolo affettivo e il suo desiderio per l’altro (la vediamo in ufficio, ma non c’è nessun interesse verso la mansione che svolge o la sua posizione lavorativa). La stessa dicotomia borghese-patriarcale è evidente nella genitorialità: il padre è un amico, è deresponsabilizzato; mentre la madre cerca di parlare con la figlia, con il marito, prova ad esprimere anche un desiderio di coppia non monogamica senza essere ascoltata. Il risultato è la totale repressione del desiderio stesso da parte dell’istituzione familiare, la figlia pensa che la madre tradisca il padre perché Marielle è abituata a categorie affettive estremamente rigide (quindi il desiderio per qualcun altro corrisponde a un tradimento); il padre strumentalizza la figlia per spiare la madre perché geloso e ferito. E Marielle in tutto questo è il personaggio che subisce i comportamenti sclerotici dei genitori, che vede crollare -una ad una- tutte le certezze con cui è stata cresciuta. Quello che ci si aspettava essere un film con uno sguardo ad altezza ragazza è in realtà una storia che indaga tutt’altro. Lo sguardo del regista non è su Marielle e infatti di lei non sappiamo niente, l’unico momento in cui ci affacciamo alla sua dimensione emotiva è quando la vediamo insieme alla nonna: la abbraccia, si fa consolare, la fa entrare nel suo mondo; Hambalek ci mostra piuttosto la famiglia intesa come relazioni intrecciate tra i tre personaggi (anche di Tobias e Julia sappiamo ben poco, la loro caratterizzazione basta appena a far funzionare la narrazione e spingere nella direzione scelta). Julia e Tobias sembrano esistere solo come convenzioni borghesi -l’uomo, il lavoratore, il padre; la donna, lo spazio affettivo, la madre- e Marielle non ha nessuna caratterizzazione se non quella di occhio indiscreto e figlia ribelle. La sua ribellione nasce proprio nel momento in cui si squarcia il velo di Maya dell’autorità; sa che i genitori mentono e pensa allora di trovare la propria strada da sola. Se letto da questo punto di vista, potremmo definire Lo schiaffo più come un manifesto politico che un film autoriale. Il regista sembra più indugiare su piccoli meccanismi da far saltare in aria che provare a fare movimenti estetici. La regia rimane piuttosto chirurgica e pulita, la fragilità dei personaggi e dei loro legami viene guardata con distacco, senza empatia. 

Lo schiaffo è un film che distrugge e non costruisce niente perché racconta una modalità di vivere la coppia e la genitorialità che ha fallito. Un’architettura minuziosa che si basa su convenzioni socialmente accettate e che vivono della continua repressione del proprio desiderio. Il personaggio di Julia dimostra come credere che un partner possa soddisfare tutti i propri bisogni e che il binarismo relazionale sia l’unico modo per vivere i rapporti sia soffocante, come è soffocante responsabilizzare l’educazione affettiva di una figlia nelle mani di soli due genitori, o al massimo di una nonna. Mettere al centro la cura dell’altro (il partner, il figlio, l’amico, il genitore, il collega) e non la singola persona può essere un modo nuovo, uno spiraglio per uscire dall’isolazionismo della coppia monogamica. Nel film i due genitori hanno pochissimo a che fare con figure amiche (l’unica che vediamo è la madre di un’amica di Marielle e compagna di sport, più che vera confidente è un incastro perfetto in una settimana cadenzata tra impegni e doveri) e non sono inseriti in una rete sociale ampia. La cura è tutta nelle mani dell’altro, centralizzata e caricata di aspettative. Per dirla con Brigitte Vasallo, nel suo Per una rivoluzione degli affetti scrive: “L’etica della cura propone una prospettiva diversa dal dare e prendere e, al di là della simmetria del debito, tiene conto dei bisogni di ogni persona nel suo momento e nel suo contesto”. Il film sembra voler ricordarci, picconata dopo picconata, che il castello di sabbia che ci siamo costruiti come uomini e donne borghesi socializzate in una società patriarcale è debole ed è pronto per essere soffiato via. Né Julia né Tobias riescono a reggere il peso delle loro bugie e delle loro maschere (Tobias le dice che la disprezza quando scopre il suo tradimento con un altro uomo, potremmo aprire un’altra parentesi sulla definizione stessa di tradimento ma sarà per il prossimo pezzo). Citando ancora Vassallo: “La cultura monogama storicamente è stata parte del sistema di organizzazione sociale patriarcale, con la funzione di garantire progetti economici stabili con il fine di riprodursi, per trasmettere lo status sociale e la proprietà privata, per perpetuare l’ordine e la gerarchia sociale esistenti”. Allora una volta squarciato il velo, nonostante la paura del cambiamento, c’è bisogno di un rimescolamento di ruoli, di una decostruzione profonda della propria vita e dei propri affetti. Il regista sembra suggerire che altrimenti si rimane incastrati e non si torna più indietro (se non attraverso altre bugie, altri silenzi, altre incomprensioni). 

Alla fine del film, Marielle è esasperata quanto i suoi genitori (tutti e tre rivogliono la loro privacy indietro) e arrivano al punto di credere che l’unico modo per annullare il potere della ragazzina sia darle un altro schiaffo. La scena è brutale: Marielle è seduta sul letto, guarda entrambi con pietismo e un leggero disprezzo, i due non riescono a prendersi nemmeno la responsabilità di alzare la mano su di lei. Il padre prova per primo, ma finisce per tirarsi indietro. Alla fine è Julia che le dà il colpo, prima piano, poi spinta da Marielle stessa, più forte (con la stessa potenza del primo ricevuto, le chiede la figlia). L’ordine sembra ristabilito, ma è tutta una farsa. Padre e madre sono sempre più lontani, il rapporto con Marielle è completamente sfilacciato. Julia tenta un costante riavvicinamento che la figlia rifiuta (non avendo affrontato né la crisi di coppia, né la crisi genitoriale, né il suo desiderio, finisce per reprimersi e conclude il suo arco attraverso il senso di colpa). Nell’ultima scena Julia accompagna Marielle a scuola, prova a dirle qualcosa in macchina, ma la figlia non è di molte parole. Marielle scende, si trascina lo zaino sulle spalle fino alla porta d’ingresso. La camera torna sulla madre che sussurra: ti voglio bene. Marielle la percepisce, il potere non è mai andato via. Lo sanno tutti. Non lo dice nessuno. La famiglia nucleare borghese non si frantumerà, ma nulla sarà più come prima. Una storia che conosciamo tutti molto bene.